«Nell’ottobre del 2015 sono andata a una fiera d’arte e mi sono resa conto che, tra le migliaia di opere che mi stavano di fronte, neppure una era stata realizzata da una donna. Questo ha fatto scattare una serie di domande; potevo nominare all’istante venti artiste donne? […] La risposta era no».
Così inizia La storia dell’arte senza gli uomini, opera pubblicata da Einaudi nel 2023, e così inizia anche il percorso dell’autrice, Katy Hessel, da semplice neolaureata in Storia dell’arte a broadcaster e curatrice britannica di fama. Dopo aver aperto il profilo Instagram @thegreatwomenartists, che propone ogni giorno artiste sostanzialmente sconosciute – come lo sono quasi tutte –, seguìto dal podcast omonimo, ha pubblicato questo testo, e ora tiene una sua rubrica su The Guardian, si è guadagnata una citazione su Forbes e lavora sia per la Bbc sia per l’Università di Cambridge.
Ammissioni di “colpa”
A non saltare immediatamente agli occhi è, stranamente, la copertina: un triste color beige fa da sfondo a scritte in blu, rosso e outline bianco.
Quella che a prima vista potrebbe sembrare una scelta grafica poco ponderata è, invece, una rappresentazione estremamente ben riuscita dell’intento polemico del libro. Infatti, quel «senza gli uomini» solo outline bianco, che fatica enormemente a emergere sul colore beige, non è un tentativo di stemperare la portata provocatoria del testo, ma piuttosto una citazione critica di quella che viene considerata una “bibbia” delle introduzioni alla storia dell’arte: La storia dell’arte raccontata da E. H. Gombrich. Questo celebre testo, citato da Hessel nell’introduzione al proprio libro, nonostante nella prima edizione, del 1950, non venga citata alcuna artista e, giunto alla sedicesima edizione, se ne trovi soltanto una, manca nel titolo di un onesto «senza le donne». Si capisce, allora, la scelta del vedo-non vedo: da una parte la volontà di sincerità e di trasparenza – al contrario di quanto fatto da Gombrich, sempre ammettendo che ne fosse consapevole – dall’altra, attraverso l’omissione, l’affermazione di una storia dell’arte che è «La storia dell’arte», dove gli uomini non sono affatto presi in considerazione – se non, ahimè, come committenti, padri artisti, ricchi compagni e mercanti –, in un universo sottosopra in cui a formare il canone sono le donne, e gli esclusi sono gli uomini.
Perché non ci sono state grandi artiste?
Pensiamo, a ogni modo, che il testo di Gombrich non fosse per forza intenzionalmente sessista. Si dimostra, anzi, un ottimo esempio di come la misoginia sia, il più delle volte, non una scelta consapevole, ma un riflesso automatico della società in cui viviamo e in cui, in misure diverse, sono vissute anche le artiste presentate in quest’opera. Un paradigma che, come ben sappiamo, comporta una cancellazione delle donne dalla storia, anche da quella dell’arte. Che le donne ne siano del tutto – o quasi – assenti è un argomento che è stato fonte di dibattito fin dagli anni Settanta: è, infatti, di questo periodo la pietra miliare della storia femminista dell’arte, a cui Hessel si rifà esplicitamente, Perché non ci sono state grandi artiste?. In quel saggio del 1971 l’autrice, Linda Nochlin, nega la validità della domanda, da una parte mostrandoci come abbia funzionato il meccanismo di discriminazione nei confronti delle artiste, dall’altra decostruendo il concetto stesso di genio artistico.
Quella di Hessel è una storia dell’arte che non ha la presunzione di dirsi definitiva, ma che analizza alcune opere sia di artiste più conosciute – come Frida Kahlo, Artemisia Gentileschi, Marina Abramovic, Tina Modotti e Sofonisba Anguissola – sia di donne e tecniche artistiche che, dal Cinquecento ai giorni nostri, sono rimaste nell’ombra. Parlando proprio di una delle più famose, è stata una boccata d’aria fresca veder toccare in maniera assolutamente marginale le violenze subìte da Gentileschi, dando poco risalto all’esperienza traumatica e focalizzandosi, invece, sul grande talento dell’artista. Questa scelta ci risulta particolarmente cara nel 2024, visto che, tra gli ambienti della mostra dedicatale a Genova, si è deciso di incentrare una sala sullo stupro: una stanza immersiva che spettacolarizza la violenza subìta, una scelta in linea con la tesi su cui si basa l’intera mostra, secondo la quale sarebbe stato proprio questo evento a dare il via al percorso artistico della famosa pittrice. È chiaro, allora, quanto abbiamo bisogno di testi come quelli di Hessel.
Leggendo La storia dell’arte senza gli uomini la vera gioia è scoprire una lunghissima serie di grandi pittrici – ma non solo – rimaste sostanzialmente sconosciute, perché escluse dal canone: Judith Leyster con i suoi ritratti espressivi; Harriet Powers, che divenne la regina del quilting nonostante fosse nata in schiavitù; Johanna Boyce Wells, lodata addirittura da uno dei più misogini tra gli storici dell’arte; la studente di architettura alla Bauhaus, affascinata da fotografia e travestimenti, Gertrud Arndt; Charlotte Salomon, capace di realizzare un’opera estremamente ambiziosa mentre era in fuga dai nazisti; l’espressionismo astratto di Joan Mitchell e Helen Frankenthaler; la crudezza delle figure di Paula Rego…
Donne e uomini fanno arte in maniere diverse?
Una questione sollevata dal testo, citando sempre Nochlin, è: ma le donne hanno un loro specifico modo di fare arte? E la risposta è più ambigua di quanto sembri. No, ovviamente, le artiste non hanno un loro specifico modo di dipingere, scolpire, progettare, ma un fatto è certo: l’arte creata da donne risente della società misogina in cui nasce, perché per darsi al mondo deve trovare strade alternative. Chi, non potendo dipingere dal vero – era, questa, una prerogativa maschile, rimasta tale anche quando le donne furono ammesse nelle accademie – si dedicò talmente alle illustrazioni botaniche da inventare «un nuovo modo di imitare i fiori», come scrisse di sé stessa Mary Delany, nel 1772; o chi, come la fiamminga Clara Peeters, si è dovuta autoritrarre nei minuscoli riflessi delle proprie minuziose nature morte per non cadere nell’oblio. Costrette a lavorare in ambiti che finirono per essere, poi, ritenuti arti minori, le artiste padroneggiarono le nature morte, l’artigianato, l’arte tessile. In quest’ultimo settore riuscirono specialmente le studenti della Bauhaus, confinate nei laboratori di arti tessili e legatura di libri dal fondatore della scuola, Walter Gropius, che delle donne credeva pensassero «in due dimensioni». Eppure, fu la studente Anni Albers a inventare il tessuto che assorbiva il suono e rifletteva la luce che andò a coprire le pareti dell’auditorium della scuola. Come denunciato dalle opere delle Guerrilla Girls, collettivo di artiste e attiviste nato nel 1985 e ancora in attività, nelle istituzioni museali non c’era – e spesso non c’è – spazio per le donne. Ed ecco che artiste come Jenny Holzer decisero di utilizzare il mondo esterno – facciate di grattacieli, panchine, il cielo – come spazio espositivo. Infine, c’è chi fece del proprio corpo opera d’arte: dipinto, fotografato, esposto, performato, rivendicato.
Nota a margine
Per quanto abbia apprezzato e consigli in assoluto la lettura di questo libro, non posso esimermi dal sottolineare una sua grossa pecca, che, in realtà, poco ha a che fare con l’autrice e molto con chi ha tradotto l’opera. In tutto il testo troviamo l’eufemismo “persone di colore”, che dovrebbe essere la traduzione di people of colour. Peccato che non lo sia. La locuzione originale, infatti, è nata da e per rappresentare le comunità razzializzate tutte, mentre in italiano viene utilizzata per designare la sola comunità nera. Certo, quella di non usare people of colour – o la sua abbreviazione poc – è una scelta comprensibile dal momento che in Italia la si vede utilizzare principalmente sui social e quindi non è scontato che sia alla portata di chiunque. Rimane, però, una scelta traduttiva non solo errata dal punto di vista del significato, ma pure offensiva: la comunità nera si è più e più volte espressa contro l’uso dell’eufemismo italiano, ritenendolo assolutamente offensivo e discriminatorio.
In copertina: l’autrice.

Katy Hessel
La storia dell’arte senza gli uomini
Einaudi, Torino, 2023
pp. 512
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Articolo di Dana Moda

Studente di Editoria e scrittura e dottora in Mediazione culturale. Giovane e appassionata lettrice, nonché meticolosa scrittrice, crede nel potere delle parole e auspica una società della cura. Soccombe alle fusa delle sue gatte.
