Quando nacque mia sorella io avrei compiuto, da lì a poco, quattro anni.
Appena nata, mia sorella, già sapeva il fatto suo. Era famelica, doveva avere sempre qualcosa in bocca e, se così non era, con i suoi strilli, teneva tutti in allerta finché non le ritappavano la bocca con qualcosa di commestibile.
Appena nata, mia sorella, dormiva di giorno, “ma la notte …. No”. Gli abitanti del quartiere la chiamavano “Cantalanotte”. Io l’ho sentita piangere solo nei primi giorni, dopo non ricordo più nulla. Probabilmente, per sfinimento, anziché addormentarmi, svenivo per la stanchezza e riprendevo conoscenza la mattina successiva.
Per un po’ di tempo ho avuto persino il dubbio che mi avessero mentito sul suo genere e che fosse maschio. I maschi li credevo tutti rompiscatole come i miei cugini che non perdevano occasione, quando se li trovavano tra le mani, di sfasciarmi i pochi giochi che possedevo. Mia sorella era sempre attaccata a mia madre e io mi facevo i fatti miei cercando altri interessi.
Credo di avere ignorato mia sorella durante i suoi primi due anni di vita con l’eccezione del pomeriggio in cui ho visto mia madre che con l’indice tentava disperatamente di estrarle dalla bocca un paffuto, nero scarafaggio il quale, ignaro della presenza in zona della Famelica, ebbe la cattiva idea di passeggiarle davanti.
Ho capito che potevo considerare mia sorella degna di attenzione quando mi sono resa conto che era un essere parlante; solo allora, dopo una iniziale, certa diffidenza, ho cominciato ad interagire con lei. La studiavo giocando. I giochi che le proponevo si svolgevano quasi sempre sul lettone. In genere io recitavo un copione la cui trama era sempre la stessa con poche variabili: lei ricopriva il ruolo della suora Bernadette ed io interpretavo la madonna col lenzuolo in testa a mo’ di velo. Con gli occhi rivolti al cielo e le braccia tese in avanti le comunicavo, con convinzione, la morte di parecchi parenti, madre e padre compresi. La rappresentazione finiva sempre con mia sorella che singhiozzava ed io che mi convincevo, ogni giorno di più, di essere una brava attrice oltre che un’ottima sceneggiatrice.
Questi episodi sono stati trascritti negli annali di famiglia le cui storie si raccontano ancora oggi, tramandandole di madre in figlia, soprattutto durante le riunioni natalizie. Contenevano tutti gli elementi che anche una scarsa psicologa avrebbe potuto valutare
e risolvere, ma, come si usava all’epoca, ce ne siamo allegramente fregate …
con ottimi risultati.
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Articolo di Luciana Scaglione

Direttrice amministrativa presso l’IIS Benini di Melegnano, ha sempre rifiutato l’idea di essere una mera esecutrice del bilancio scolastico, ritenendosi piuttosto una creativa prestata alla contabilità. Oramai in pensione, ha potuto dare una chance alla sua fantasia dedicandosi alla scrittura di brevi e ironici racconti ispirati a fatti della sua vita.
