Franca Oliva è legata a Roma dove è nata e ha trascorso l’infanzia, ma poi ha vissuto e studiato a Genova; qui si è laureata in giurisprudenza, entrando in magistratura e svolgendo sempre funzioni penali. Non dimentica il suo “esordio togato” con il processo per le armi ai dirottatori della Achille Lauro. In seguito, si è trasferita a Bologna e ha svolto le funzioni di pubblico ministero. La sua passione per la letteratura l’ha condotta negli anni a scrivere e pubblicare racconti, sotto pseudonimo, prediligendo la fantascienza.
Femminismo/femminismi: è possibile l’unità nella pluralità?
Possibile non so – io continuo a non essere sicura che lo sia – necessaria forse sì, le due cose non sono equivalenti. La mia esperienza è necessariamente limitata, io sono una persona privilegiata, che vive in uno stato privilegiato (o che almeno lo è ancora), perché ho diritti e tutele, a differenza di altre persone di altre parti del mondo.
Il femminismo ha, per definizione, una tendenza unitaria, i femminismi, invece, sono un po’ tutto, e sinceramente è un’idea che faccio fatica ad accettare. Il plurale ‘femminismi’ finisce per indebolire il ‘femminismo’, come tutte le cose suddivise parcellizzate valgono un po’ meno della loro somma, della loro unità. D’altra parte, capisco che in altri continenti emergano altri problemi, possa esservi un altro tipo, o altri tipi, di femminismo, che non coincidono con il mio; il recupero del femminismo è importante, però, per quanto il femminismo sia frammentato, o forse non sia più tale, perché ognuna lo intende a modo suo, non esiste più – per così dire – l’idea platonica di femminismo. Non so se sia possibile l’unità nella pluralità… Ognuna interpreta il concetto a modo suo, pro domo sua, il femminismo che interessa è il proprio, fatto su misura. Ora che la diaspora dal concetto unitario di femminismo ha preso piede, è difficile invertire la tendenza; tuttavia, se per entrare nella partita del femminismo si ha bisogno di una parola di accesso propria, e soltanto con quella ci si sente di entrare, si dovranno comunque fare i conti con la frammentazione.
Si afferma ora il cosiddetto ‘femminismo neoliberale’, che si traduce in un trionfo dell’individualismo, nell’affermazione di diritti e opportunità per sé sola, non per tutte… Che ne pensi?
È chiaro che i singoli raggiungimenti (per esempio una donna Presidente del Consiglio) non vogliono dire niente; in questo Margaret Thatcher è stata antesignana: era una donna, però… E comunque le donne devono poter fare i loro errori: dobbiamo recuperare tanti di quei secoli in cui gli uomini hanno sbagliato…
Anche certe affermazioni non hanno nulla di femminista, sono finalizzate a ottenere consensi facili; eppure, l’ombra dell’azione anche in questi casi può essere comunque importante, perché rende evidente che in una determinata posizione ci si può arrivare da donna, e che con altri principi e altre modalità questo può essere positivo per tutte le donne, che un tabù è stato abbattuto. In altre parole, l’azione in sé non significa nulla, ma il riflesso c’è.
Raggiungere un obiettivo per sé sole non va bene, ma io penso che le donne debbano andare anche da sole… Io, per esempio, volevo fare la magistrata, mi sono iscritta e mi sono laureata in legge per entrare in magistratura, anche come scelta di affermazione di una donna: le prime donne sono entrate in magistratura nel 1965 (il divieto è caduto nel 1963, con la Legge 66), io sono entrata nel 1981 e ho scelto l’ambito penale. Mi arrabbiavo moltissimo quando i colleghi mi chiedevano: «Com’è che lei fa penale, e non fa minori o famiglia?». No, io volevo fare penale.

Come ricordi l’ambiente della magistratura negli anni Ottanta e Novanta? Il femminismo era considerato un disvalore, come nella società di quegli anni?
Assolutamente sì. Negli anni Novanta a occupare posizioni dirigenziali erano soltanto gli uomini, come donna dovevi dimostrare di essere uguali agli altri, anche se nello specifico delle singole decisioni le cose cambiavano: un conto è l’aspetto formale, un conto sono le decisioni professionali, e in queste le tue convinzioni non le molli. In magistratura il femminismo non esisteva se non per alcune rare persone, negli uffici che ho attraversato non l’ho visto proprio. Ora alcune lo coltivano, ma in quegli anni per niente: c’era talmente tanta voglia di non essere distinguibili dagli uomini che il femminismo era bloccato, impossibile. Negli anni Novanta, all’inizio della mia carriera, non ricoprivo una posizione elevata negli uffici giudiziari, e questo lo vedevo da tutte le parti: erano gli anni del berlusconismo rampante (non dimentichiamo che Berlusconi, che esprimeva un totale disprezzo per la donna, fu votato da molte donne), era in atto la privatizzazione della cosa pubblica. E il femminismo dove poteva andare? Nelle veline? Certo no…
Negli ambienti giudiziari c’erano brave persone, ma era fortemente introiettata la cultura patriarcale, negli anni Ottanta e Novanta (e credo che ciò valga per tutti gli uffici); donne ce n’erano, non nelle posizioni apicali. Ricordo, per esempio, le riunioni in Camera di consiglio: gli uomini erano inibiti dalla presenza delle colleghe, avevo la netta sensazione che se non ci fossimo state, avrebbero usato più parolacce, magari avrebbero parlato di calcio; questo andava bene, perché almeno non udivo parolacce, ma non percepivo come non si sentissero del tutto a loro agio. Oggi, in Camera di consiglio, ci sono più donne che uomini. Ma il problema c’è sempre forte: nello specifico di certi reati – di tipo sessuale, maltrattamenti e violenze, fino ai femminicidi – negli uffici giudiziari le donne si sentono in dovere di dimostrare di essere al di sopra delle divisioni di sesso, non inseriscono questi reati in un contesto di ragionamento più allargato (la cultura patriarcale, per esempio).

Negli anni Duemila, in particolare dagli anni Dieci, si è assistito a un ritorno del femminismo E in magistratura?
Io sono in pensione dal 1° gennaio 2020. Direi che nel complesso in magistratura non è cambiato molto, forse sono migliorati gli uomini, forse sono peggiorate le donne. I magistrati uomini, a poco a poco, dopo essersi abituati alla presenza delle donne come colleghe, hanno iniziato ad applicare nei reati contro le donne la procedura applicata negli altri reati; le donne, invece, spesso si dimostrano ‘più realiste del re’, e il perché non mi è chiaro, ma certo è una delle cose che più mi hanno fatto imbestialire nel mio lavoro. Nel giudizio di secondo grado (ma anche in quello di primo) relativo a reati di violenze e maltrattamenti, sembra che da parte delle donne ci sia una sorta di suddivisione in diecimila caselle (per esempio: “Sì, ma c’è questo punto della serata che non coincide…”: è un particolare ininfluente, che non importa niente a nessuno, eppure…): se si suddivide una vicenda in tante caselle, e poi si leva un pezzo, è più facile distruggere l’intera vicenda, l’impianto accusatorio… Questo fa parte del mestiere degli avvocati, non dovrebbe condizionare la mentalità delle colleghe nelle decisioni sulle violenze sessuali. Ricordo alcune decisioni allucinanti di magistrate donne relative agli stupri di gruppo, con gli imputati assolti perché “la signora aveva bevuto”, tanto che era stato riconosciuto che gli atti sessuali erano avvenuti quando lei era fuori di sé, e allora dov’è il consenso? È inconcepibile che una donna che sa cosa può provare un’altra donna possa entrare in quell’ordine di idee… Dopo aver lasciato la Corte d’appello ho fatto il Procuratore generale sostituto, e mi sono fatta dei nervi… È difficilissimo impugnare le sentenze in Cassazione, alcune volte sono riuscita, altre no: ho visto decisioni allucinanti, le ho proprio viste, non è un sentito dire. È come se alcune magistrate dicessero: “Io sono brava, applico la legge, e tu no”: e questo mi lascia tanto perplessa… Ma almeno gli uomini sono migliorati. Certo, anche in Italia occorrerebbe una legge sul consenso esplicito analoga a quella spagnola «Solo sí es sí».

È possibile, a tuo parere, accomunare donne (e persone non binarie) di diverse comunità, culture, classi sociali sulla base di una piattaforma comune? Per intenderci, dall’Iran all’Afghanistan, dagli Stati Uniti all’Italia?
È da tentare, certo, ma non sono sicura sia possibile. Penso, per esempio, che nelle Americhe sia più importante il discorso razzista… Ma io credo che di una razza sia l’uomo, di un’altra la donna, con tutto il portato che c’è dietro questo.
Femminismo/femminismi: mi chiedo se sia opportuno (e strategico) privilegiare ciò che divide e distingue (che pure non nego e a cui riconosco legittimità) rispetto a ciò che unisce e accomuna. Che ne pensi?
Ti do completamente ragione: la frammentazione perde l’insieme, e questo vale molto nell’attuale superspecializzazione dei femminismi. Ma c’è, poi, il femminismo alla fine? Se si perde di vista l’insieme, non si va da nessuna parte. Per esempio, le persone, le donne che soffrono il razzismo spesso guardano alle donne bianche come a una sorta di bersaglio; è una cosa che posso capire, ma che va superata con l’obiettivo di avere un fine in comune. Le donne non possono vedere in altre donne delle nemiche a priori, no, non va bene.

tra gli anni Ottanta e Novanta
Quali sono state le ragioni profonde e quale l’occasione spinta che ti hanno portato al femminismo?
Negli anni passati non ricordo di aver mai detto: “Ecco, sono femminista”, mi sembra di esserci nata femminista. Dei miei genitori adoravo mia madre, certo volevo bene anche a mio padre (che è stato a lungo malato e che è morto quando avevo tredici anni), ma ho sempre pensato che da grande avrei voluto fare delle cose come mio padre, non come mia madre, che era una donna di casa, un destino che per me non riuscivo ad accettare. Ricordo di aver letto da giovanissima Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, che mi ha fatto davvero arrabbiare moltissimo, anche se la base della discriminazione la conoscevo già sulla mia pelle, avevo già acquisito l’idea dell’enorme disparità tra uomo e donna, e pensavo: “Dovrei essere un uomo, perché l’uomo la sera può uscire, la donna no”. Un altro ricordo significativo è quello di un enorme dispiacere che mi diede mio padre: durante i due anni in cui fu ricoverato in ospedale, venne a trovarlo un mio cugino più grande di Genova, e lui gli regalò la sua macchina fotografica Laika. Papà (che era nato nel 1900) mi adorava, il suo gesto non fu fatto con la minima cattiveria nei miei confronti… Perché non decise di tenere la Laika per me? Perché ero una bambina? Mio padre morì che frequentavo la terza media: io volevo fare il liceo classico (come poi effettivamente ho fatto), mi interessava quello, glielo dissi, e lui replicò: «Ma perché non fai le magistrali, non vorrei che il liceo classico fosse troppo faticoso…». Ecco, a me sembra che femminista ci sono nata.

Quale istanza vorresti fosse prioritaria nel femminismo, nei femminismi?
La lotta al patriarcato è importante, ma per me non è la più importante. La priorità è combattere la misoginia da parte delle donne: finché le donne non raggiungono tutte la consapevolezza di vedere l’altra come sorella, il patriarcato non può essere sconfitto. La sorellanza è tra donne, ma spesso le donne sono come vestali dell’ordine maschile.
Una delle cose che ho più detestato nel mio lavoro sono state le violenze sessuali di padri e patrigni nei confronti delle bambine, delle adolescenti, figlie proprie o della compagna. Le madri, nel 95% dei casi, sapevano, ma rifiutavano di pensarci, di acquisire consapevolezza: ho visto bambine portate in case-famiglia perché le madri non le volevano più, dopo che le figlie avevano denunciato gli abusi subiti. Alcune madri per paura, altre (molte altre) no, perché non potevano pensare di perdere il marito, il compagno… Ne ho viste tante… Con le adolescenti, poi, ancor più se chi commette violenza non è il padre, si instaura un meccanismo perverso, perché l’uomo fa passare il messaggio di preferire lei, la figlia, alla madre. Molte ragazzine, quando finiscono per denunciare gli abusi e testimoniare, in fondo quasi li giustificano, rimangono dalla parte dell’uomo.
Come vedi il futuro per i diritti delle donne e delle persone non binarie?
Se devo essere sincera, malissimo, perché per i diritti io considero ancora l’Occidente una speranza, non posso vedere la speranza nell’Islam integralista o nella Russia o nella Cina… Ma l’Occidente sta diventando un luogo allucinante: ho letto di un’indagine statistica secondo la quale moltissimi giovani maschi al di sotto dei diciotto anni pensano che i diritti delle donne sottraggano diritti agli uomini. Che altro dire?
In copertina: Franca Oliva, Napoli, ottobre 2021 (archivio Franca Oliva).
La galleria fotografica di donne qui presentata costituisce un omaggio alle prime magistrate italiane.
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Articolo di Laura Coci

Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.
