La Medicina di Genere nel mondo 

Fu nel 1991 che per la prima volta venne menzionata in medicina la “questione femminile”. 
La dottoressa Bernadine Healy, cardiologa americana e direttrice del National Institute of Health, pubblicò un editoriale sul New England Journal of Medicine, intitolato The Yentl syndrome, nel quale evidenziava la differente gestione della patologia coronarica nei due generi, con un numero ridotto di interventi diagnostici e terapeutici effettuati sulle donne rispetto agli uomini, a parità di condizioni e, dunque, un approccio clinico-terapeutico discriminatorio e insufficiente se confrontato con quello praticato nei confronti degli uomini. L’articolo prese il nome dalla protagonista di un racconto del Premio Nobel per la letteratura Isaac B. Singer, Yentl, che dovette rasarsi i capelli e vestirsi da uomo per poter accedere alla scuola ebraica e studiare il Talmud. Dal 1991, quindi, iniziò negli Usa e in Canada la riflessione, e a volte lo scontro, per una medicina che tenesse conto delle differenze biologiche fra i due sessi. 
È indubbio che le conquiste dei movimenti internazionali per la salute delle donne, iniziate già negli anni Sessanta e Settanta, abbiano avuto un peso nell’affermarsi della Medicina di Genere, anche se si dovette aspettare gli anni Novanta del secolo scorso per comprendere che le differenze di genere sono una risorsa per nuove necessità diagnostiche per gli uomini e per le donne. 

Bernadine Healy

L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha da sempre considerato il genere come modulatore della salute e come potenziale barriera all’accesso ai servizi sanitari, ricordando l’impatto della violenza di genere e la necessità di considerare i fattori socio-culturali nello sviluppo delle politiche sanitarie. All’interno di campagne proprie dell’Oms, il tema di genere è andato ottenendo sempre maggiore attenzione. Nel 2007 fu approvata la Risoluzione sulla strategia per integrare azioni e analisi di genere nel lavoro dell’Oms e nel 2008 la Carta di Tallin esortava a «raggiungere l’obiettivo del miglioramento della salute su una base di equità, tenendo conto delle esigenze specifiche di salute correlate al genere». Nel 2009 l’Oms istituiva poi un dipartimento dedicato alla salute delle donne e alle differenze di genere. Nel tredicesimo programma generale di lavoro dell’Oms 2019-2023 la parità di genere nella salute è stata ricondotta dentro gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, che all’obiettivo 3 invita tutte le parti interessate a «garantire una vita sana e promuovere il benessere per tutti a tutte le età». Nel 2018 è stata lanciata l’iniziativa Global Health 50/50, dalla quale ci si aspetta il raggiungimento almeno della parità di rappresentazione in tempi brevi. 

A partire dagli anni Duemila vengono anche fondate società scientifiche internazionali, quali la Associazione Internazionale per la salute dell’uomo (Iamh), nata nel 2001, che denuncia come le diseguaglianze di salute siano causate dalla mancata conoscenza dell’impatto di determinanti genere-specifici sulla salute. Nel 2005 nasce la Società Internazionale di Medicina di Genere (Igm). L’anno successivo nasce l’Organizzazione americana per lo studio delle differenze sessuali (Ossd). 

Marianne J. Legato

Negli Stati Uniti, nonostante la sua fondatrice, Marianne J. Legato, la chiami gender medicine, il termine abituale è sex-specific medicine, cioè medicina sesso-specifica. È opportuno qui ricordare che questo termine si basa sul fatto che in ambito clinico e scientifico negli Usa l’oggetto ricercato è il sesso e non il genere. Già nel 1993 negli Usa venne rivisto il Nih Revitalization Act (la legge per la rivitalizzazione dell’ente federale che assegna i finanziamenti alla ricerca), a cui seguì la costituzione dell’Ufficio per la salute delle donne e dell’Ufficio per la salute delle donne presso la Food and Drug Administration (Fda, l’ente federale per l’approvazione dei farmaci), che pubblicò anche le prime statistiche sugli eccessi di mortalità femminile a seguito di effetti indesiderati. 
Nel 2015, la revisione del Nih Revitalization Act ha previsto che il sesso di cellule e animali di laboratorio sia sempre esplicitato. Gli Stati Uniti sono stati il primo paese al mondo a fornire statistiche sull’eccesso di mortalità femminile per infarto del miocardio, sia per il mancato riconoscimento dei sintomi da parte delle pazienti sia per un ritardo diagnostico da parte dei medici. Anche la società di Medicina sesso-specifica statunitense (Organization for the Study of Sex Differences) segnala fin dal nome che il punto focale negli Stati Uniti è la ricerca delle differenze di sesso. 

Il Canada, invece, si è sempre focalizzato sul ruolo di sesso e genere e uno dei suoi sette istituti di ricerca si chiama Institute of Gender and Health, cioè Istituto di Genere e Salute. Già dall’inizio degli anni Duemila, il Canada ha utilizzato parte dei fondi della ricerca per lo studio delle popolazioni Lgbt. I canadesi sono stati i primi al mondo a produrre materiali di studio accessibili on line e a predisporre linee guida per lo studio di sesso e genere. Ancora oggi, le ricerche canadesi promuovono l’analisi basata su sesso e genere, utilizzando metodi di ricerca liberi dal sessismo. 
Il Canada è anche all’avanguardia nell’utilizzo dell’approccio intersezionale, cioè un approccio interconnesso con altre forme di discriminazione, come ad esempio la classe sociale, la disabilità, la religione, l’etnia ecc. Probabilmente, la presenza in Canada di ampie comunità native ha premuto in questa direzione, anche spingendo ad approfondire la ricerca di genere nell’ambito della medicina tradizionale. 

Una situazione particolare è quella del Giappone, che rispetto ai paesi europei e a quelli nordamericani presenta una bassa percentuale di mediche (intorno al 20%) e che non ha conosciuto lo sviluppo del movimento per la salute delle donne tipico delle democrazie occidentali a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Malgrado ciò, alcuni piccoli passi sono stati fatti: nel 2001 è stata fondata la prima clinica per le donne e nel 2004 è stata creata l’Associazione per la medicina genere-specifica, ufficialmente riconosciuta nel 2008. Ma resta il fatto che in Giappone la subordinazione femminile è ancora molto radicata e che lo stereotipo della “buona moglie e madre saggia” non sembra per niente indebolito. 

E veniamo all’Europa. Per quanto la Commissione Europea abbia formalizzato il suo supporto alla parità di genere fin dal 1957 e poi più specificatamente nel trattato di Amsterdam del 1997, che sanciva la parità di genere tra uomini e donne e la necessità di intervento per tradurre l’obiettivo in realtà, fino al 2007 i programmi quadro non riuscirono a ottenere i risultati desiderati. È vero che nel 1997 la Ce ha pubblicato il documento Lo stato di salute delle donne europee, che approfondisce il tema degli indicatori di salute specifici per il sesso femminile. Ed è altrettanto vero che ha fondato due istituti dedicati, l’Istituto europeo della salute delle donne (2007) e l’Istituto Europeo per l’Equità di genere (2011). Nello stesso 2007 la Ce ha adottato una “Strategia per la Salute”, a cui ha fatto seguito nel 2010 la strategia per l’Eguaglianza tra Donne e Uomini 2010-2015, in cui viene sottolineata ulteriormente l’esistenza di disuguaglianze di genere nell’accesso alle cure e quindi la necessità di adattare i servizi sanitari ai bisogni specifici di uomini e donne. La Ce ha curato inoltre il Rapporto 2011 sullo stato di salute degli uomini d’Europa, contribuendo a mettere in luce le grandi disparità di salute tra i popoli di nazioni diverse. Il Parlamento europeo, sempre nel 2011, ha approvato una risoluzione sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie nell’Unione europea per «sostenere un cambiamento di strategia». Nonostante ciò, la pandemia da Covid-19 ha messo a nudo la fragilità del diritto alla salute di genere e soprattutto la sua scarsa effettività in tutti gli stati membri, inducendo le istituzioni internazionali ed europee a intervenire nuovamente. Nel 2021 l’Europa ha approvato il Regolamento n. 2021/522, che istituisce per il periodo 2021-2027 il Programma Ue per la salute (EU4Health). La Commissione ha intensificato il suo lavoro in materia, evidenziando come la gender dimension debba essere incorporata nei contenuti, e l’ha inserita anche nei criteri di valutazione dei progetti da finanziare. Ma molta strada deve essere ancora percorsa; i ripetuti interventi internazionali ed europei dimostrano secondo noi che, nonostante l’impegno e il riconoscimento formale, il percorso per un’effettiva attuazione del diritto alla salute di genere è ancora sganciato dall’impostazione medica tradizionale, radicata sul “neutro-maschile” e non priva di resistenze anche psicologiche e metodologiche. 

In Europa il primo centro specializzato nella ricerca in medicina di genere è stato, nel 2002, il Karolinska Institute di Stoccolma, cui seguì, l’anno successivo, l’Institute of Gender in Medicine di Berlino. In contemporanea, fu istituita la Gender Unit in Olanda, seguita alcuni anni dopo da una cattedra all’Università di Maastricht, sempre in Olanda. Seguirono poi unità di Medicina di Genere nelle Università di Innsbruck e Vienna e altre realtà attive, ma non formali, in Germania, Francia e Italia. 
La Svezia è stata anche la prima nazione a pubblicare, fin dal 1994, dati sanitari genere-specifici e il governo ha dichiarato che una prospettiva di parità tra i sessi deve permeare tutti gli aspetti della politica del governo. A livello nazionale, una delle principali misure adottata dal governo svedese per integrare una prospettiva di genere in ogni settore politico, compresi la salute e la ricerca, è che tutte le statistiche ufficiali vengano disaggregate per sesso. Infine, la Svezia investe molto nella ricerca e offre corsi di formazione specifici per i professionisti sanitari a livello nazionale. 
La Spagna ha un Piano nazionale sulla Salute di Genere, che promuove attraverso iniziative legislative, educative e di ricerca. Diverse regioni spagnole, come la Catalogna, hanno implementato programmi locali che integrano il Piano nazionale nei servizi sanitari regionali, con particolare attenzione alla salute riproduttiva e alle malattie cardiovascolari. 
Come detto, in Germania, l’Institute of Gender in Medicine di Berlino (Gim) dal 2003 promuove studi clinici, fornisce linee guida per la pratica clinica e offre programmi educativi per chi opera in medicina e infermieristica. La Germania ha integrato la Medicina di genere nelle sue politiche sanitarie nazionali, con un focus particolare sulla prevenzione e la gestione delle malattie croniche. 
L’Austria si è dimostrata alquanto risoluta nel campo della medicina di genere e già nel febbraio 2007 è stata creata la Società austriaca per la Medicina-Genere specifica. Nel 2012, presso l’Università di Medicina di Vienna, è stata creata una Gender Medicine Unit, con lo scopo di svolgere ricerche nell’ambito della medicina di genere e alcuni anni più tardi ha avuto inizio un Corso di Formazione specifico sulla Medicina di Genere. 

Come si vede, le realtà europee sono fortemente influenzate dalle pratiche e politiche locali e frequentemente le pioniere della Medicina di Genere sono esclusivamente donne. Se però, oltre alla persona che promuove il tema, non si hanno anche supporto economico, alleati/e all’interno delle istituzioni, esperienze locali in ambito di Medicina di Genere, team interdisciplinari e riorganizzazione della rete clinico-sanitaria, ciò renderà molto più complessa l’implementazione della Medicina di Genere. 

Le realtà europee sono con tutta evidenza molto più eterogenee di Paesi come il Canada e gli Stati Uniti, non essendoci ancora, come segnalato, una struttura comune europea che definisca gli standard a livello di ricerca, di pratica clinica e di formazione. Ciò contribuisce da una parte alla ricchezza di esperienze diverse ma dall’altra al rischio che la singola realtà nasca e finisca con l’arrivo e la partenza di un’unica persona. 
Fortunatamente, in Italia (primo paese europeo a darsi una specifica legge sulla Medicina di Genere), la promulgazione della Legge 3/2018 sembra aver dato avvio a un buon percorso, stimolando in modo produttivo il mondo delle professioni, dell’associazionismo e del Terzo settore. Basti pensare al Centro studi nazionale su Salute e Medicina di Genere e al Gruppo italiano su Salute e Genere (Giseg), alla Fondazione Giovanni Lorenzini, che dagli anni Ottanta si occupa di problematiche della donna, e alla Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, che pubblica ogni anno un “Libro bianco” sullo stato di applicazione in Italia della Medicina di genere. 
Va segnalato però che è una legge-delega (quindi il Parlamento ha dato al governo solo delle linee guida e non dei contenuti vincolanti) e che al comma 6 dell’art.3 viene specificato che all’attuazione di ciò che la legge prevede (Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere, Piano per la Formazione nazionale della disciplina di genere e Osservatorio sulla medicina di genere) si debba provvedere «senza aumento di risorse umane, strumentali e finanziarie». 

Nonostante i grandi progressi ottenuti negli ultimi anni, siamo pertanto solo all’inizio di questa nuova era della medicina, per il cui ulteriore sviluppo servirà un forte impegno sia da parte degli addetti ai lavori sia da parte delle istituzioni. 

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Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.

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