Jocelyn Bell, troppo giovane e graziosa per il Nobel 

In una sera di novembre del 1967, la 24enne Jocelyn Bell, una dottoranda dell’Università di Cambridge, era intenta a studiare i tracciati del suo telescopio quando un segnale ripetitivo mai osservato prima attirò la sua attenzione. La ragazza si limitò a segnare un piccolo punto interrogativo sulla carta. Dopo qualche tempo vide comparire di nuovo lo stesso segnale, poi nuovamente, a distanza di qualche mese: si trattava di impulsi distanziati di 1,3 secondi.  
Jocelyn ne parlò col suo relatore di tesi, Antony Hewish. Dopo aver scartato l’ipotesi che si trattasse di un malfunzionamento dello strumento, i due si resero conto che qualunque ipotesi facessero sull’origine di quel segnale, risultava scorretta. Alla fine, scherzosamente battezzarono la sorgente che lo emetteva col nome di lgm (little green men). 

Jocelyn Bell


La giovane scienziata non si arrese e continuò le sue osservazioni: decise di rendere più veloce lo scorrimento della carta nello strumento, in modo da aumentare la precisione della lettura, e soprattutto di puntare il telescopio anche in altre direzioni. In questo modo per molti giorni dovette analizzare decine di metri di grafici su carta millimetrata, un lavoro che richiedeva grande concentrazione e un’enorme pazienza, ma quando si accorse che da altri punti del cielo arrivavano segnali simili, capì che non c’era altra spiegazione possibile: si trattava di una nuova classe di stelle. 
«Quello fu l’istante meraviglioso, l’autentica dolcezza, il momento di dire Eureka!», commenterà trentanove anni dopo in una intervista radiofonica alla BBC. È giustamente a lei che oggi viene attribuita la scoperta delle “pulsar”, piccole stelle di neutroni talmente pesanti che una pulsar dal raggio di soli 15 km possiede una massa pari all’incirca a 1,4 volte quella del Sole, il cui raggio misura quasi 700.000 km. Esse ruotano attorno al proprio asse a una velocità vorticosa, al punto che in alcuni casi possono compiere una rotazione completa in una frazione di secondo. 

Jocelyn Bell, La prima osservazione di una pulsar


L’annuncio fu dato sulla rivista «Nature» del febbraio 1968. L’articolo aveva cinque autori: Antony Hewish, il relatore della tesi di Bell, era elencato per primo, Jocelyn Bell era la seconda. Era davvero una scoperta fondamentale, ma quando la notizia arrivò alla stampa — racconta — il suo capo era sempre «lo scienziato», lei invece «la ragazza» graziosa, a cui i giornalisti chiedevano se avesse un fidanzato e i fotografi di slacciarsi un bottone della blusa. 

Nel 1974, mentre si trovava in Kenia, dove lavorava al lancio di un satellite dalla piattaforma italiana San Marco, fu raggiunta dalla notizia che la “sua” scoperta era stata ritenuta meritevole del Nobel per la fisica. Solo che il premio era andato a Antony Hewish per la scoperta delle pulsar e a Martin Ryle, il responsabile dell’osservatorio di Cambridge, per aver messo a punto la tecnica che aveva permesso la costruzione del telescopio, ma non a lei. 
L’esclusione della Bell, il cui nome non era citato nella motivazione del premio, né fu ricordato dai due fisici nel loro discorso a Stoccolma al cospetto del re, provocò all’epoca molte polemiche. Molti importanti astronomi, fra i quali Sir Fred Hoyle, criticarono apertamente questa decisione, ma Jocelyn Bell ha sempre minimizzato la cosa: «Credo che avrebbe sminuito i Premi Nobel se fossero stati assegnati a studenti di ricerca, tranne in casi molto eccezionali, e non credo che questo lo sia», dichiarò nel 1977. 

Jocelyn Bell era nata a Lurgan, nell’Irlanda del Nord, nel 1943. Suo padre era un architetto e aveva contribuito alla progettazione dell’Armagh Planetarium. Durante le sue visite al planetario, Jocelyn aveva cominciato a sognare di diventare un’astrofisica, ma nella sua scuola non poteva frequentare il laboratorio di scienze poiché il curriculum delle ragazze includeva solamente materie come il punto-croce e la cucina. Per fortuna i genitori la appoggiarono nella sua battaglia contro questa discriminazione, aiutandola a ottenere la possibilità di studiare anche le materie scientifiche. 
Dopo la scuola si iscrisse all’Università di Glasgow, dove nel 1965 si laureò con lode in fisica, e proseguì i suoi studi alla New Hall di Cambridge, dove ottenne un dottorato di ricerca nel 1969. La sua tesi di dottorato consisteva nel contribuire alla costruzione dell’Interplanetary Scintillation Array, un nuovo radiotelescopio appena fuori Cambridge, per studiare i quasar, che erano stati scoperti di recente. 

Anteprima video I changed astronomy forever, He won the Nobel Prize for it. Almost Famous by Op-Docs


È lei stessa a raccontare quel periodo in un video realizzato a cura del New York Times: «Per i primi due anni ho aiutato a costruire il radiotelescopio, quindi lavoravo nel sito dell’osservatorio per mettere le spine ai cavi, martellare i pali nel terreno… potevo brandire una grande martello pesante tre o quattro chili. Sono letteralmente diventata molto forte fisicamente, c’era molto freddo e umido. Molto esercizio, poco cervello, diciamo. Ero anche responsabile di tutti quei cavi, e nei radiotelescopi ci sono chilometri di cavi. Ho quindi passato due anni ad aiutare a costruire il radiotelescopio e poi, quando finito, le altre cinque o sei persone che erano con me hanno iniziato a lavorare su altri progetti. Sono così rimasta da sola a gestire e far funzionare il radio telescopio». 

Nel 1968, dopo il matrimonio, Jocelyn lasciò l’università di Cambridge per seguire il marito che si spostava continuamente per lavoro. Non abbandonò mai le sue ricerche nel campo dell’astrofisica, ma la sua carriera ebbe una vera e propria battuta d’arresto per la necessità di conciliare gli impegni di studio con la sua condizione di moglie e madre. «Quando mi sono sposata — racconta — avevo da poco finito gli studi a Cambridge. Da quel momento ho iniziato a rendermi conto di quanto fosse difficile trovare un buon lavoro per due persone nello stesso posto e ho finito per cambiare più volte lavoro. Quando a mio marito veniva offerta altrove una promozione, io cercavo di capire quale ricerca in astronomia avrei potuto fare in quella nuova parte del Paese. Così sono passata dalla radioastronomia all’astronomia dei raggi gamma, dai raggi gamma ai raggi X, poi agli infrarossi e all’astronomia millimetrica…». E aggiunge: «Sono un po’ infastidita dal fatto che sia sempre il lavoro della donna a essere penalizzato. Mentre l’uomo può avere una carriera normale, quella di una donna se ha dei figli viene compromessa. Purtroppo ciò è legato a come funziona la società e la comunità scientifica, dove è il modello maschile a essere la regola». 
Solo nel ’93, dopo essersi separata, la sua carriera ebbe un nuovo inizio: da molti anni è una delle docenti più prestigiose di Oxford, ma è anche molto impegnata nella divulgazione della cultura scientifica. 
Oggi Jocelyn Bell, oltre a vedersi riconosciuto pienamente il suo ruolo di scienziata, è unanimemente considerata una paladina della lotta contro le discriminazioni di genere

A proposito del Nobel negato, dichiara: «Non l’ho vinto, è vero. In compenso ho avuto tanti altri premi e in fondo è stato molto più divertente: il Nobel significa una settimana davvero fantastica a Stoccolma e poi più niente, perché nessuno osa dare un riconoscimento a qualcuno che è salito così in alto». 
Fra i più importanti riconoscimenti che ha ottenuto ci sono la medaglia Michelson (1973), il premio Oppeheimer (1978), il premio Beatrice Tinsley (1987), la medaglia Herschel (1989), la lezione magistrale Jansky (1995), il premio Magellanic (2000), la presidenza della Royal Astronomical Society (2002-2004) e, nel 2007, un dottorato ad honorem all’Università di Harvard (2007), un altro all’Università di Durham e la nomina a “dame” dell’Ordine dell’Impero Britannico, ma il più importante è stato senza dubbio quello ottenuto nel 2018, quando le è stato conferito lo Special Breakthrough Prize in Fundamental Physics, del valore di tre milioni di dollari (2,3 milioni di sterline), per la sua scoperta delle pulsar radio. 
Bell ha deciso di usare il premio per costituire un fondo allo scopo di aiutare donne, appartenenti a minoranze e rifugiati nel loro percorso per diventare ricercatrici/tori in fisica. È lei stessa a spiegare le motivazioni di questa scelta: «Ho deciso che dovevo sbarazzarmi di quel denaro molto rapidamente, altrimenti il telefono non avrebbe mai smesso di squillare! Credo ci siano due aspetti strettamente connessi alla mia scoperta delle pulsar: l’essere donna, quindi una minoranza, e il fatto di aver dovuto lavorare più duramente degli uomini per giustificare il mio posto nella società e nel mondo scientifico. Così ho pensato che finanziando altre/i giovani appartenenti a delle minoranze forse anche loro, lavorando con impegno, potrebbero un giorno fare nuove scoperte. Quindi il premio è stato utilizzato dal nostro istituto per borse di studio in fisica per studenti che provengono da realtà difficili o dimenticate, per esempio di differenti etnie, di genere femminile, persone con disabilità e tutte le minoranze in genere». 

Bell riconosce ai suoi genitori il merito di averla incoraggiata a seguire con coraggio e determinazione le sue attitudini e ritiene che questa grande apertura sia dovuta alla loro appartenenza alla chiesa quacchera. Per lei la fede ben si concilia con la sua attività di  scienziata: «È una chiesa non dogmatica. Non ti dice quello che devi fare. Ti spinge a che sia tu a lavorare su te stessa e a scoprire quello in cui credere», spiega. «L’unica prescrizione generale è che le persone sono buone, che c’è un po’ di dio in tutti. È un cammino graduale, di maturazione e di evoluzione lungo la tua vita, un’esplorazione intellettuale della tua fede. In questa chiesa c’è spazio per gli scienziati e le scienziate». 

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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 è dirigente scolastica. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.

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