Sex worker digitale. Un vecchio discorso tutto nuovo

Il digitale tra le tante sue potenzialità ha rinnovato quello che è definito con l’eufemismo “il lavoro più vecchio del mondo”. In realtà la categoria di sex worker — ovvero coloro che volontariamente offrono prestazioni sessuali di vario grado in cambio di un bene materiale — era già stata sdoganata nell’arco del dibattito femminista.
È negli ultimi decenni che la diffusione di internet, e con esso delle piattaforme digitali, ha ampliato le possibilità di questa attività attraverso il digital sex working. Tale modalità online non prevede il contatto fisico, giacché la merce non è costituita dal corpo e dalla sua fruizione diretta: a essere venduti sono i contenuti digitali, che consistono in fotografie di nudo e video di varia intensità pornografica.

La piattaforma più popolare è Onlyfans, che ha registrato un aumento di iscrizioni vertiginoso negli ultimi due anni. Tra gennaio e luglio 2023 sono stati attivati 900.000 nuovi account di content creators su 2,6 milioni che ne avevano fatto richiesta. I contenuti pubblicati nel solo luglio 2023 sono stati 34 milioni, confermando il trend positivo di questo social media (OnlyAccounts).
C’è da notare che i social network fin da subito hanno manifestato il loro “capitalismo dell’immagine”, laddove ogni elemento pubblicato ha un valore in virtù della sua capacità attrattiva misurata dalla quantità di like che riceve e condivisioni di cui è oggetto. Per questa ragione, le immagini postate hanno una loro qualità performativa mediatica insopprimibile. Esse divengono, a conti fatti, immagini pubblicitarie del nostro profilo social, porzioni bidimensionali che rappresentano l’identità che desideriamo assumere mediaticamente.
Non sorprende dunque che il desiderio di ricevere consenso, di apparire ed essere ricordate, sia l’approccio con cui tantissime giovani si propongono sul web. L’esibizione del proprio corpo, facendo leva sull’istinto riproduttivo, risulta il sistema più immediato per ricevere attenzione del pubblico e riscontro di followers. Per questa ragione, la diffusione dei social media ha realizzato la Teoria del “capitale sessuale” (Eva Illouz, Dana Kaplan, Il capitale sessuale), con la conseguenza che l’ibridare la vita pubblica con quella privata ha prodotto un’inedita dimensione sessuale — poiché, sfidando la concezione di sessualità privata tipica del modello borghese novecentesco, proietta tale realtà in una sua dimensione più estesa e totalizzante. Il social network, allora, è il collettore che mette in comunicazione le mura domestiche degli/delle utenti, cucendo i lembi dello spazio pubblico e dello spazio privato. A questo punto, il processo di smaterializzazione dello spazio ha creato un fenomeno per cui privato e pubblico risultano sprofondare l’uno nell’altro, si tratta di un effetto che già lo smart-working aveva manifestato.

Nel caso delle digital sex worker l’esibizione privata diviene, in quanto fonte di guadagno, un lavoro che, per sua natura, è pubblico. Internet dunque dà luogo a dei riposizionamenti che potremo definire trans-posizioni mediali, tali per cui si dissolvono i confini tra pubblico e privato in un orizzonte ambiguo, continuamente messo in gioco dagli interfaccia social.
Mai come oggi il sesso è una risorsa economica a tutti gli effetti che si innesta alle nuove possibilità offerte da internet. In questo modo le piattaforme come Onlyfans amplificano la portata del capitale sessuale filtrandolo nelle modalità compatibili con la digitalizzazione: allora, nello spazio virtuale, ciò che è mercificato non è più il corpo in sé, quanto la sua rappresentazione. In tal senso le abilità nell’uso degli strumenti tecnologici — come telecamere, macchine fotografiche, shooting, setting, applicazioni per la correzione di foto — è fondamentale per qualsiasi content creator. Così come è imprescindibile l’uso appropriato delle varie piattaforme secondo un piano strategico di social media marketing. L’intersezione sulle varie piattaforme social, infatti, forma un tessuto mediatico, un ecosistema di social network, in grado di raggiungere la visibilità presso il target di riferimento, ottenendo la massima fidelizzazione possibile al fine di capitalizzarla in sottoscrizioni di abbonamenti al profilo delle onlyfanser. Pertanto le sex worker digitali divengono delle vere e proprie imprenditrici attraverso la gestione sapiente della loro immagine.

A questo punto ci si chiede se tale business possa danneggiare o avvantaggiare la figura della donna; la risposta è complessa e molto articolata in quanto la compagine femminista ha analizzato la questione su due traiettorie tra loro inconciliabili. Da un lato coloro che sostengono che la liberalizzazione della sessualità femminile sia una forma di potente emancipazione; dall’altro, al contrario, chi ritiene che la sessualizzazione del corpo della donna promuova i princìpi patriarcali.
L’entusiasmo per la nuova frontiera digitale per il sex-working deriva da una visione squisitamente utilitaristica che predilige un taglio di lettura economicistico: la donna si realizza secondo schemi creativi inediti e il suo capitale sessuale diviene una fonte di reddito. Si tratta di una rappresentazione perfettamente allineata all’epoca post-moderna, in cui il superamento dell’etica ontologica permette una sperimentazione della propria immagine identitaria svincolata da qualsiasi riferimento etico tradizionale. Sul tema si vedano le pratiche indicate e analizzate nei saggi: Tecnologie del Sé di Michel Foucault, e Società Liquida di Zygmunt Bauman.
In questo solco, creatività e libertà divengono i due parametri che fondano una possibilità nell’emancipazione femminile: la donna rappresenta sé stessa in base ai propri desideri, alle proprie ambizioni, alle proprie aspettative. Il corpo assume simultaneamente il valore di fine e di mezzo, costituendosi come segno di scambio comunicativo e immagine dell’affermazione di sé.
Il sex-working digitale, per la rapida diffusione dovuta all’incremento parallelo della domanda e dell’offerta, standardizza socialmente questa attività lavorativa, anestetizzando, inoltre, quello stigma morale da cui era stata accompagnata in passato. Per tale ragione potrebbe assumere un significato politico tutto da esplorare.
Tuttavia il proporre l’immagine del proprio corpo in cambio di un vantaggio materiale, apre un lungo dibattito sul versante della bioetica. La donna, ponendosi come un oggetto del desiderio in una ludoteca sessuale cibernetica, schiaccia la sua unicità a vantaggio del paradigma economicistico che ne fa un mero oggetto di consumo e al contempo di scambio. In questo senso, il valore umano e la dignità si annullerebbero nell’indice del prezzo. Benché tale ipersessualizzazione sia accettata e scelta liberamente dalla donna è bene interrogarsi se la scelta, in fondo, non sia altro che un effetto dello schema patriarcale in cui soldi e sesso dominano, o meglio seducono, la società con il loro potere. Inoltre il sex-working registra un’asimmetria tra coloro che pubblicano contenuti e coloro che ne fruiscono. La relazione virtuale si muove all’interno di un contesto dove i rapporti di potere sono disegnati dalla capacità seduttiva della donna e dalla disponibilità di denaro dell’uomo, marcando ancora una volta lo schema patriarcale, giacché la donna si offre come contenuto digitale e l’uomo l’acquista come prestazione.
A confliggere nella disposizione dialettica in materia bioetica sono due parole chiave: l’autodeterminazione e la dignità, la priorità dell’una sull’altra determina due visioni antagoniste. Se l’autodeterminazione realizza la libertà, allora la professione della sex-worker è una possibilità tra tante che emancipa la donna. In questo caso l’autodeterminazione, e quindi l’esercizio della libertà femminile, incarna il principio cardine che giustifica e annulla qualsiasi obiezione nell’ordine morale, giacché a realizzare la dignità è proprio la libertà. Mentre se la priorità è la dignità, qualsiasi scelta deve essere posta al vaglio di opportune griglie morali che impediscano qualsiasi atteggiamento che metta a repentaglio il senso dell’onore della donna. In questo caso è un punto di vista universalistico che guida il giudizio etico, cosicché qualsiasi scelta, anche di una sola donna, che mina il senso di decoro sarebbe da biasimare.
Dunque, si innestano e coesistono vari filoni di analisi che circoscrivono lo spazio del discorso. Il tema potrebbe fornire un respiro più profondo se la riflessione fosse posta in una traiettoria di politica: in questi termini, la domanda da rivolgere a chi sceglie di prostituirsi fisicamente o virtualmente è: «A parità di tempo libero e denaro, vaglierebbe altre possibilità professionali?». Le content creator che propongono la propria immagine sessualizzata, in cambio di denaro, operano una scelta di comodo per fare soldi facili o si tratta di una scelta obbligata dovuta a un mercato del lavoro che langue?
È solo indagando all’interno delle possibilità del mercato del lavoro che si possono svolgere degli opportuni ragionamenti, così da incoraggiare istanze più propositive e meno colpevolizzanti. Soluzioni e alternative dovrebbero essere le bussole in questo delicato dibattito.

Il dilagare del fenomeno, se da un lato attenua i pregiudizi nei confronti della sessualità femminile, dall’altro impiglia ancora una volta le donne all’interno di un quadro che le vede emergere sempre e solo in funzione dell’attrazione che il loro corpo suscita nell’uomo. Poco importa se dietro al successo delle onlyfanser ci sia un profondo studio del digital marketing, infatti se l’identità della content creator viene promossa solo in virtù della capacità di suscitare attenzione sul piano sessuale, questo aspetto comporta un appiattimento dell’identità sulla fisicità della donna tipico della giostra patriarcale. In sintesi, il gravare di una monotona dimensione sessualizzante che abbatte la frontiera tra vita pubblica e privata, rischierebbe di annichilire la persona nella sua forma più autentica, confermando una visione della donna nella società ancora una volta conforme al pregiudizio estetico.
In tal senso, il porre l’attenzione sul rapporto tra il regime di possibilità economica femminile, interna all’arco lavorativo, e le condizioni di libertà che esso erode o amplia, sarebbe un appropriato elemento da cui partire per affrontare il dibattito da un punto di vista politico, ancor prima che etico.

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Articolo di Sathya Cucco

Studiosa di filosofia e comunicazione, uso la conoscenza come compagna di vita.

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