«Perché si legge meno fantascienza? Perché il futuro ci è già arrivato addosso, senza lasciarci il tempo di pensare a futuri alternativi possibili»: così Corrado, titolare della Libreria Oppecini di Levanto. E dire che di futuri alternativi l’umanità ha urgenza (basti guardare a questo presente di crisi climatica, diritti negati, disuguaglianza sociale), e dunque anche di fantascienza, o, meglio, di ultragenere, «il genere che tutti gli altri comprende, rappresenta e nobilita», in base alla definizione della saggista e narratrice Angelica De Palo.
Il genere refusée (vietato parlare di science fiction per i testi di Margaret Atwood o Yoko Tawada, a costo di ricorrere a definizioni improbabili quali «narrativa speculativa» e «narratologia innaturale») è invece accolto con consapevole passione da Elisa Franco, autrice del romanzo Dialoghi col serpente, un testo sì, questo, che sfugge a ogni definizione codificata, edito da Delos Digital e disponibile in formato ebook e cartaceo.
Elisa Franco è nota al pubblico di chi ama l’ultragenere: con lo struggente racconto Lo stato gassoso dei fantasmi, ambientato in una desolata Bologna post-apocalittica, ha vinto il prestigioso premio Urania Short 2021. Dialoghi col serpente è il primo romanzo a essere uscito dal suo cassetto delle meraviglie. Ed è un grande romanzo.

La parola ‘dialoghi’ a ragione rinvia al genere letterario d’invenzione platonica, memore — si dice — dell’insegnamento socratico: il disvelamento della verità non può che giungere, infatti, attraverso il confronto di opinioni differenti, anche opposte, formulate da due (o più) personaggi, in forma quasi drammaturgica. Leggendo l’opera di Elisa Franco non è possibile, però, non pensare anche ai Dialoghi di Luciano, dall’eloquio brillante e ironico, e soprattutto al Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei (1632); no, intendiamoci, il sistema tolemaico e quello copernicano non entrano in causa (e neppure la conquista delle Americhe): è una questione di stile.
Lo scienziato Galilei ricorre alla forma del dialogo per dimostrare che la Terra non si trova al centro dell’universo ma è invece un pianeta del sistema solare, e a questo fine fa uso di una lingua volgare straordinariamente chiara ed efficace, di un lessico puntuale, di una prosa accessibile a un’ampia cerchia di lettori; in modo analogo, la fantascientista Franco — coniugando fanta(sia) e scienza — dà vita a una serie di singoli colloqui nei quali gli interlocutori espongono tesi e antitesi, provando e confutando, in una disputa filosofica (e teologica) condotta con strumenti retorici raffinati ma godibilissima, capace di coniugare registro mimetico del parlato ed eloquenza rigorosamente dimostrativa, in apparenza con il solo fine di trascorrere il tempo che si dipana sempre uguale a sé stesso in un luogo tanto perfetto da essere di una noia insopportabile: il Paradiso Terrestre.
Prima protagonista dei Dialoghi, infatti, è Eva «La prima donna. L’unica donna. L’unica persona, anzi». E Adamo? «Quell’arrogante maschio muscoloso» non ce l’ha fatta; nel Paradiso Terrestre Eva è sola in compagnia del serpente (ecco il secondo protagonista), vale a dire Lucifero divenuto Satana, il Diavolo, che «da un bel pezzo è obbligato a starsene rinchiuso nei pochi centimetri quadrati di una pelle di serpente; quindi, a tutti gli effetti, è un serpente, anzi: il Serpente. Però non morde, posso garantire. In compenso parla tantissimo».

Ed ecco il primo elemento innovativo, straniante, del romanzo: la coppia dei progenitori è spezzata, e, a rigore, i due — donna e uomo — progenitori non sono né hanno la possibilità di esserlo, perché senza Adamo a Eva non è dato procreare. Non che lo vorrebbe, no: già dalle prime pagine chi legge apprende che è lei, voce narrante della vicenda, ad aver rifiutato di generare. Molteplici le ragioni che si articolano nel corso dei ventisette colloqui che costituiscono il libro (intervallati da interludi, una pagina di diario, una in volo sul Paradiso Terrestre), «chiacchiere» o «conversazioni» (i punti di vista sono differenti) tra i due protagonisti (o antagonisti) assolutamente fuori dall’ordinario e dalla vulgata: Eva proviene «da una non-nascita» e va incontro «a una non-vita»; al Serpente, invece, è stato concesso di lasciare l’Inferno, ma il ricordo della tenebra e dell’angoscia ancora lo ferisce.
Eva, dunque, venuta al mondo per prima (la genealogia è rovesciata: Adamo è creato con una scaglia dell’omero del braccio destro di lei), ha rifiutato il destino di generazione per lei concepito: quando il compagno («come un cretino») ha infranto il noto divieto cibandosi del frutto dell’Albero della Conoscenza, alla prima, unica donna, si è aperto il futuro di morte che verrà: «una fossa comune sotto il filare dei platani, un vecchio scheletrico che chiede l’elemosina all’altezza del guado del ruscello, una bomba a mano appesa all’albero delle ciliegie. E, a unire ogni cosa, le donne vissute come razza umana di seconda categoria, una sorta di animali col dono della parola: idea che imbeve questo futuro inaccettabile che non ho accettato», afferma con dolore; non soltanto per sé, ma per l’umanità intera, dice, «ho combattuto con Dio, per evitarlo, rifiutando qualsivoglia marito, fidanzato, amante, eccetera eccetera. Non ci saranno figli, nipoti, pronipoti, per il loro stesso bene. Non ci sarà nessuno»; non ci saranno, a maggior ragione, le donne, umanità minore, per le quali la nascita è maledizione.

Intelligente, intuitiva, curiosa, nella femminista Eva si riflette l’autrice (che, dichiara, femminista lo è da quando ha memoria): analogo dolore per “le donne che gli uomini non vedono”, pur essendo queste migliori dei propri compagni, è espresso in ambito science fiction dalle grandi scrittrici statunitensi degli anni Settanta, Alice Sheldon e Joanna Russ per prime. Elisa Franco non è da meno: «Io e ogni donna dopo di me saremo schiave degli Adami presenti e a venire. Non conteremo nulla, non potremo decidere o rifiutare. Gli Adami (bugiardi e tronfi!) si giustificheranno con la menzogna che siamo inferiori, ripetuta per secoli, sino a camuffarla da verità: il nostro cervello è piccolo, non comprendiamo, non siamo in grado di creare nulla, se non caterve di figli, di nipoti, di pronipoti che si moltiplicheranno — come le stelle nel cielo? — sulla nostra pelle. Per i più cortesi saremo un ninnolo da esporre in salotto. I meno cortesi ci ammazzeranno. Spesso».
Eva — intelligente, intuitiva, curiosa e, non ultima qualità, ribelle — rifiuta dunque il ruolo di madre di una «stirpe umana ansiosa di far scorrere il sangue», pur consapevole di perdere, con il futuro, il fascino di «musica, arte, lunghe storie raccontate e scritte», che mai però avrebbe potuto ripagare il danno di un’ideologia maschile che considera le donne come «il Diverso, l’Imperfetto, il Nemico da umiliare», alimentando «il germe di una diseguaglianza dalla quale discendono tutte le diseguaglianze e, a cascata, le violenze di ogni tipo».
Ma chissà, proprio su questo Dio sta riflettendo, e «potrebbe aprire un circolo femminista nel Paradiso Terrestre»… Ironico, dissacrante, dalla lingua (letteralmente) biforcuta: è il Serpente, solo compagno di Eva nell’antico paradiso che è divenuto «un balocco rotto», miglior conoscitore di Dio di quanto non sia lei, non fosse altro che per più antica frequentazione, umanissimo nel ricordo dell’eterno dolore infero al quale non vuole fare ritorno: «Il buio è orribile, è dappertutto, sei convinto di essere tu l’anomalia, il corpo estraneo in quel mare di cieco nulla che ti circonda. Mentre ti perdi, mentre la tua mente sta per collassare… arrivano le fiamme, enormi e insieme silenziose, roventi eppure ghiacciate. Provi dolore anche se non ti toccano. Intorno solo grida disperate, le tue, quelle dei tuoi fratelli precipitati con te sino in fondo…». Antagonista spiritoso, paziente conversatore, capace con le proprie arguzie di alleviare pesantezza e tedio ormai insiti al luogo, di suggerire, a dispetto della propria natura, letture migliori della realtà (o non realtà) nella quale lui stesso ed Eva sono immersi: a lei che lamenta la condizione di «abbandonati», lui replica che entrambi, forse, sono stati «lasciati liberi e padroni» di sé stessi.

Una coppia irresistibile, profonda e umana, troppo umana, nella riflessione e nella speculazione, negli interrogativi esistenziali che si pone («Serpente, perché io? Sai dirmelo? Perché Lui mi ha creato? Perché sono qui? Che fine farò in questo esilio dorato?»): la vita e la morte, la finitezza e l’eternità, il bene e il male (lessemi di significato opposto, perché Dio, pur essendo consapevole che le donne sono migliori degli uomini, «tende a pensare in modo binario»).
Dio. È (onni)presente nelle parole, nei sogni, nelle riflessioni di Eva e del Serpente: il «Vecchio» è definito tale istintivamente, perché — dice lei — «non posso affermare di averLo mai visto bene in faccia, i Suoi lineamenti erano sempre sfocati, a volte troppo circonfusi di luce, a volte con pozze d’ombra impenetrabile». Come nel XXXIII canto del Paradiso Dante, con delicatezza, lascia a chi legge la gioia di pensare con libera immaginazione il volto di Dio, così fa Elisa Franco, che tuttavia non risparmia all’Onnipotente le parole amare della prima donna (e di tante altre) per il proprio destino: meglio sarebbe stato un mondo di sole donne, vista l’insipienza di Adamo.
Ma quale mondo? Esiste un mondo oltre il Paradiso Terrestre? Il Giardino è «una grande massa verde, con una riga azzurra che la divide a metà»: boschi di platani e betulle e distese d’erba soffice e fresca, e un limpido fiume nel quale è gradevole bagnarsi, ma, in ultima analisi, non è che una «bellissima gabbia» (significativamente l’espressione è posta alla fine del libro).
La vita eterna, poi, è un susseguirsi sempre uguale a sé stesso di ore scandite dal passaggio in cielo di un angelo, anzi, un arcangelo, un grande arcangelo barocco, l’incarnato bianco e rosa, i riccioli dorati mai fuori posto, sette dita per ciascuna mano, fuori misura come in un presepe napoletano male assortito: è Michele, lui pure condannato alla solitudine, presenza ormai incapace di farsi messaggera tra Dio — quarto (e ultimo) personaggio ad apparire sulla scena — e le creature alle quali Dio stesso ha dato vita e libero arbitrio.

La libertà, infatti, è al centro, non potrebbe essere altrimenti: vale la pena andare incontro a morte e dolore pur di sfuggire alla percezione di irrealtà che accompagna Eva, di accedere a una dimensione di autenticità (ed ecco che nell’immutabile Paradiso Terrestre irrompono temporali ed eclissi, preludio di cambiamento), di vedere quell’«epifania dell’infinito» che è il mare, nell’ora azzurra che malinconica e bella precede la sera, il mare simile a una fiaba, «anzi no, a una madre», la madre che Eva non ha avuto e con la quale non ha sperimentato la relazione che precede ogni nascita, ogni venuta al mondo, la madre che lei stessa ha scelto di non essere per amore di chi ancora non è nato, non è nata, e mai lo sarà.
Ma se pure esiste l’inferno nel mondo del buon Dio, tutte, tutti hanno diritto, se non a un lieto fine, a una seconda possibilità: il duplice colpo di scena della parte finale del romanzo (che non si rivela) apre dunque al futuro.
La pubblicazione di un libro di fantascienza è un atto di coraggio. Per la consolidata dicotomia tra letteratura mainstream (che detiene una propria riconosciuta dignità) e letteratura di genere (che non ne detiene alcuna); e, nonostante un’agguerrita legione di lettori e lettrici, per la flessione di tirature e vendite iniziata negli anni Novanta del secolo scorso. E, allora, grazie per la pubblicazione di questo libro meraviglioso a Delos Digital che lo ha portato al mondo e soprattutto a Elisa Franco che lo ha concepito e dato alla luce.

Elisa Franco
Dialoghi col serpente
Delos Digital, Milano, 2024, euro 3,99 (ebook) ed euro 14,00 (cartaceo)
pp. 172
***
Articolo di Laura Coci

Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.
