Arrivata da poco nel paese che in breve divenne città, fui iscritta alla scuola che allora si chiamava elementare. La mamma mi accompagnò il primo giorno e poi fui lasciata libera di andarci da sola, a piedi. All’uscita, fuori dall’edificio davanti a cui oggi, e da molti anni, si assembrano auto di ogni tipo, veniva qualche volta a prendermi a piedi lei, insieme ad altre mamme, ma non sempre. Allora si poteva far tornare a casa da sole/i i bambini e le bambine senza alcuna conseguenza, oggi pare non più. Ero molto contenta anche di rientrare a casa, al quartiere Giardino che però, a dispetto del nome, aveva pochi alberi e tante nuove costruzioni, con le mie nuove compagne di scuola, con cui chiacchieravo amabilmente. Avevo una cartella molto seriosa, scelta dai miei genitori, ma invidiavo moltissimo la cartella a tracolla di una bambina che fu la prima che vidi entrare nel cortile della scuola il primo giorno di lezione. Probabilmente un segno della mia preferenza per gli zaini che avrei sempre indossato da docente e poi da escursionista montanara.
Appena entrata nella classe, rigorosamente tutta al femminile, mi accorsi che molte bambine erano già molto conosciute e riverite dalla maestra, un’anziana donna magrissima, nubile, “signorina” ingrigita, che probabilmente era molto più giovane di quanto oggi non sia io. In classe avevo persino la figlia del sindaco, ma divenni subito amica della figlia del veterinario, una bambina amante degli animali, Anna, che era venuta al mondo poche ore dopo di me. Io ero solo la figlia di Alberto e Marisa, una tra le tante. Anch’io adoravo gatti e cani e ne avevo ottenuto uno, grazie all’alleanza con papà. La mamma era molto meno contenta perché poi, di fatto, come per tutti gli altri gatti che in futuro avrebbero animato la nostra casa, il grosso del lavoro di cura sarebbe ricaduto sulle sue spalle.
Anna e io eravamo bambine vivaci e quella maestra non ci piaceva per niente. Rimase con noi fino alla seconda elementare. Spesso le facevamo delle sorprese, come fare entrare la lucertola nell’aula per farla spaventare. Forse per il suo atteggiamento riverente verso alcune persone della classe e piuttosto scontroso con me, che fin da piccola avevo ben chiara l’idea di uguaglianza, un giorno in cui mi corresse in modo aggressivo per una moltiplicazione non corretta, accadde un avvenimento che entrò negli annali della mia famiglia: la maestra, di fronte al mio rifiuto di correggere il risultato della moltiplicazione, mi diede una sberla su una mano e io feci quello che non si doveva fare: gliela restituii.
La mia cara mamma fu immediatamente chiamata dalla scuola e si sentì dire dalla maestra che in 40 anni di lavoro (se ne sarebbe andata l’anno dopo in pensione) non le era mai capitato quello che avevo combinato. Mia madre si scusò e parlò a lungo con me, cercando di capire perché lo avessi fatto e scoprendo che quello che più mi infastidiva dell’insegnante era il diverso modo che aveva di trattare le bambine della classe. Aveva una spiccata preferenza per le autoctone e il mio cognome, che finiva con la o, forse la infastidiva.
Da quel giorno fui molto attenta a non comportarmi più male, grazie alle capacità persuasive di mamma Marisa, ma quando in terza arrivò dal Sud una maestra nuova ebbi la mia rivincita. In terza elementare ero diventata una bambina molto studiosa e seria. Per calmare quelle che nel frattempo erano diventate le più vivaci o “maleducate “nella classe, la nostra maestra Angela comminava alcune punizioni, che consistevano in questo: «Tutte in piedi con le mani in testa tranne Marsico e un’altra compagna dal cognome meridionale, molto brava anche lei, ma nelle materie scientifiche». Non so che fine abbia fatto quella maestra, ma so che oggi farebbe sicuramente parte del movimento di Pino Aprile. La sentivo talmente vicina che le dedicai un piccolo club di bambine, compagne di giochi in cortile, con una “A” da incollare con lo scotch bianco sulla manica dei maglioncini: la squadra Angiolina. Anche questo forse un segno di quanto mi piacesse fondare associazioni.
In quarta arrivò una nuova insegnante, giovane, carina e soprattutto corretta verso ciascuna di noi. E fui finalmente felice.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
