Di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, abbiamo già avuto modo di parlare qui, introducendo la sua storia e spiegando come il suo contributo all’unificazione d’Italia tenda a essere nascosto o sminuito dalla storiografia risorgimentale. La bella contessa indubbiamente pone un grattacapo non da poco a storici e storiche; una donna dal carattere non facile: «Io sono io, e me ne vanto; non voglio niente dalle altre e per le altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona, dato il mio carattere fiero, franco e libero, che mi fa essere talvolta cruda e dura. Così qualcuno mi detesta; ma ciò non mi importa non ci tengo a piacere a tutti», sono sue parole che vengono spesso riprese, una donna che ha usato scientemente il proprio corpo per sedurre gli uomini più importanti del suo tempo, una spia che custodiva segreti scottanti al punto che i servizi segreti di due Paesi si sono mossi per poter distruggere quanto più possibile del suo carteggio personale, è difficile dunque da inquadrare nelle narrazioni attorno al Risorgimento. Non tra le Madri della Patria, perché è inammissibile inserirvi qualcuno di così vanesio e problematico, per di più vorrebbe dire ammettere — non sia mai! — che uomini come Cavour e Napoleone III non fossero così nobili di intenti e carattere come la storiografia vuole mostrarli. Eppure Oldoini non è una figura ignorabile: pur con estrema riluttanza, dopo decenni passati a sminuirla se non a cancellarne l’esistenza, storici e storiche stanno iniziando ad annoverare “l’affaire Castiglione” tra gli eventi significativi dei processi che porteranno all’unità d’Italia.
Lo storico Arrigo Petacco (1929-2018), autore di una sua biografia (L’amante dell’imperatore, Mondadori, 2000), così spiega le controversie attorno al ruolo svolto dalla contessa: «Hanno un bel dire certi storici che si ostinano a relegare la Contessa di Castiglione in un angolo oscuro della storia, limitandosi tutt’al più a riconoscerle il titolo di “vulva d’oro del Risorgimento” senza nulla concedere alla sua intelligenza politica.
In realtà, più si scava nella sua turbinosa esistenza e più si concretizza la convinzione che questa donna straordinaria e spregiudicata, rotta a ogni sorta di trasgressioni (che, non dimentichiamolo, se fosse stata un uomo le sarebbero state tutte perdonate) esercitò in quegli anni cruciali un’influenza determinante.

Purtroppo, le carte da lei conservate per dimostrare ai posteri la sua azione politica sono state scientemente distrutte, mentre quelle che restano vengono frettolosamente liquidate come farneticazioni o, quanto meno, come frutto del senno di poi». Ed è proprio il carteggio di Oldoini che dimostra il suo ruolo all’interno del Risorgimento: se questo fosse stato marginale o insignificante come è stato sostenuto per molto tempo, non ci sarebbe stato interesse a cercare di distruggerne lettere, diari e appunti. Un esempio emblematico è il “presunto” ruolo giocato durante gli eventi attorno alla presa di Roma del 1871 che viene così ricostruito da Petacco e che vale la pena riportare per intero: «[…] la Contessa si getta dunque a capofitto nella politica. Purtroppo, molti degli episodi di cui fu certamente protagonista in quei giorni drammatici non possono essere completamente ricostruiti perché i documenti relativi sono stati distrutti. In vecchiaia, per esempio, Nicchia non si vanterà soltanto di “avere fatto l’Italia”, ma anche di avere salvato la Chiesa evitando che il papa fuggisse da Roma “come già aveva fatto nel ’49 per colpa di quel birbante di Garibaldi”. Cosa esattamente abbia fatto non si sa, ma lei, per provare quanto affermava, mostrava con fierezza un medaglione d’oro con lo stemma vaticano e dedica personale di Pio IX, nonché numerose lettere che le erano state scritte dal pontefice. Eccoci dunque di fronte a un altro mistero: Nicchia svolse forse un ruolo anche nei difficili rapporti intercorsi fra lo Stato e la Chiesa prima e dopo Porta Pia? Chissà. Certamente lo svolse prima dell’arrivo dei bersaglieri dedicandosi con cinismo al doppio e al triplo gioco. Dalla sua fitta corrispondenza intrattenuta con il Segretario di Stato vaticano, monsignor Antonelli […] risulta che da tempo Nicchia passava informazioni al potente cardinale usando uno dei suoi tanti cifrari. Si legge, per esempio, in un suo dispaccio inviato a Roma da Parigi poco prima dell’inizio della guerra franco-prussiana: “Eminenza, do per certo il buon volere dell’imperatore a che nessun passo in avanti sia consentito al 3112”, ossia a Vittorio Emanuele. Ma si trattava di informazioni sincere o di informazioni pilotate? Il dubbio sorge dalla lettura di un biglietto di Nigra nel quale l’astuto diplomatico fornisce a Nicchia delle istruzioni affinché “continui a illudere il Vecchio [il papa] con molta buona grazia e sotto l’apparenza della devozione più fervida…”. Come si vede, invece che chiarirsi, il mistero si infittisce. A meno che non sia valida la versione offerta da quegli storici che negano che la Contessa abbia svolto un ruolo politico se non sotto le coltri della sua alcova. Secondo costoro, infatti, Pio IX avrebbe donato a Nicchia il gioiello griffato non per meriti politici, ma semplicemente per ringraziarla di un prestito di venticinque milioni di franchi concessi, per suo interessamento, dalla Banca Rothschild al Vaticano. Non è invece misteriosa, ma anzi abbondantemente documentata, la parte svolta dalla Contessa per favorire un incontro fra Bismarck e Thiers nel corso del quale fu stipulato l’armistizio. […] Il viaggio di Thiers a Firenze non è tuttavia infruttuoso: Nicchia gli offre la sua disinteressata collaborazione e ottiene da lui un incarico segreto (avvisare Bismarck e metterlo in contatto con lui in vista di un armistizio) del quale si ha notizia attraverso le memorie dell’ambasciatore di Francia a Firenze, il conte Clery. Questi infatti racconta che, prima di lasciare la capitale italiana, Thiers gli disse: “Mettetevi a disposizione della Contessa di Castiglione. È l’amica più sicura, più fedele e più intelligente che possiamo avere e l’unica in grado di servirci qui”. La Contessa si mostra in quei giorni abilissima nello scabroso gioco diplomatico. Scrive personalmente a Bismarck, alla regina Augusta di Prussia, allo stesso Kaiser, nonché all’amico Amedeo d’Aosta, diventato re di Spagna, perorando con tutti la causa della Francia. Poi rende conto a Thiers dei suoi sondaggi inviandogli lettere cifrate non sempre cortesi. […] In un altro biglietto si legge: “Mi hanno telegrafato che Bismarck ha deciso di incontrare Thiers. Per ora non so altro”. E ancora: “Posso venire alle sei? Ho cose importanti da dirvi”. Poi, finalmente, Thiers e Bismarck si incontrano a Versailles per trattare l’armistizio. Firmata la pace, repressa nel sangue la rivoluzione parigina della Comune, la Francia si avvia faticosamente verso la normalità sotto la guida di Adolphe Thiers, eletto nel frattempo Presidente della Repubblica, il quale non dimentica la fattiva collaborazione della Contessa. Rispondendo a una sua lettera in cui, chiamandolo confidenzialmente Mon cher Vice-Roi, gli chiede se può tornare a Parigi senza correre rischi, Thiers le risponde: “Venite pure, vi assicuro che sarete protetta come lo siete nel vostro Paese. Potrete sempre contare sul mio aiuto e sulla mia antica amicizia: non dimenticherò mai cosa avete fatto a Firenze nell’interesse della nostra povera Francia così malridotta».
Insomma, non certo un ruolo irrilevante quello svolto da Virginia Oldoini nello scacchiere risorgimentale, piena di controversie e contraddizioni non sempre conciliabili con la narrativa ufficiale. Tuttavia, Petacco non mente quando dice che se fosse stata un uomo quelle stesse controversie e contraddizioni non solo le sarebbero state perdonate, ma avrebbero contribuito al suo fascino. Basti guardare come la spregiudicatezza sia considerata una qualità quando applicata a suo cugino, il conte Cavour, mentre per lei è un difetto; Cavour era un calcolatore, Oldoini un’ipocrita e bugiarda; la passione per le donne di Cavour è un simpatico aneddoto, mentre Oldoini era una “vulva d’oro” per il fatto di aver avuto numerosi e potenti amanti e solo per questo deve essere ricordata.

Fortunatamente, oggi la situazione sta migliorando e i meriti della contessa di Castiglione stanno venendo sempre di più alla luce, anche se siamo ancora lontani da un vero e proprio riconoscimento per i suoi servigi.
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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.
