Pubblichiamo ancora due dei sei racconti finalisti della sezione C, Narrazioni, in collaborazione con il Premio letterario Italo Calvino, dell’XI Edizione del Concorso per le scuole Sulle vie della parità.
Entrambi i racconti partono dall’incipit ideato da Adil Bellafqih (lo si distingue perché è in corsivo nel testo) ma si sviluppano difformemente, con esiti molto diversi.
Nel primo — una fantasia in linea con gli obiettivi di Toponomastica femminile — la tensione, che non manca, si scioglie in un finale rassicurante. È stato scritto da Miriam Noto, dell’Università della Tuscia, e su di esso la Giuria ha espresso il seguente giudizio: «Racconto ben scritto, aderente al tema e coerente con l’incipit scelto, che si distingue per la freschezza e l’originalità dell’immaginario. Per questo la giuria ritiene di poterlo inserire tra i finalisti anche se supera le 10.000 battute».
«E se poi è un assassino?»
«Ma che dici?»
«Che ne sai? Magari è tipo un Jeffrey Dahmer. Hai visto la serie?»
«Era un forum di viaggi. C’erano gli annunci apposta per cercare partner. Ci siamo scritti e sentiti al telefono. Mi ha mandato la foto. So chi è.»
«E se fosse un fake? Io non mi fiderei.»
Seduta al terminal, non riusciva a togliersi quell’assurda conversazione di testa. Era in anticipo sull’appuntamento e più il tempo passava, più il nodo allo stomaco si stringeva.
Quel suo rimuginare venne interrotto dal suono squillante del telefono. Era una chiamata. Era lui. Era già arrivato, anche lui in anticipo — Accidenti! — ma il locale che avevano scelto per incontrarsi era chiuso. A quanto pare, lì vicino ce ne era un altro aperto, un bistrot francese, nuovo. Con un po’ di timore, decise di rispondergli: «D’accordo, ci vediamo lì. A tra poco!»
Che ansia! E se fosse una scusa? E se Serena avesse ragione? Ora non riesco a smettere di pensare che sia un maniaco! Che faccio? Lo chiedo a Siri!
«Ehi Siri, testa o croce?». Se esce testa ci vado, se esce croce gli do buca!
«Esce testa!». Cavolo! Cosa faccio?
Ho un’idea! Mando la mia posizione in tempo reale a Serena con un messaggio.
«Serena, grazie di avermi fatto venire le paturnie! Per stare tranquilla: questa è la mia posizione, se vedi movimenti strani durante la serata, chiamami. Se non ti rispondo, chiama qualcuno!». Meglio essere chiari: emoticon macchina della polizia e ambulanza!
Basterà per stare tranquilla? Quasi quasi mi salvo il numero del 112 come contatto rapido… Fatto!
E se mi aggredisce? Dalla foto sembra un ragazzo alto e muscoloso. Non saprei contrastarlo! Oddio, non so nulla di autodifesa! Forse nell’attesa mi vedo un video su youtube… Sembra facile! Ma se mi aggredisce in un modo diverso? O se mi mette una droga nel bicchiere? Che faccio?!
Ecco il treno… Salgo? Ma sì, alle brutte scendo prima o dopo e non mi presento! Ho ancora tempo per decidere… Credo!
Il vagone era quasi vuoto. C’era, in effetti, solo un gruppo di adolescenti intento a sghignazzare attorno a un telefono. Volendo stare tranquilla e pensare a cosa fare, decise di sedersi in disparte in un angolo vuoto del vagone.
Ora che ci penso non conosco bene la zona in cui si trova il bistrot. Meglio controllare su Maps… Che strano, non ci avevo mai fatto caso: la via parallela alle rotaie è lunghissima.
“Strada Alek Wek”, lesse sul navigatore.
Alek Wek? Mi dice qualcosa. Perché conosco questo nome? Ma sì! È la supermodella sudanese! Quella scampata dalla guerra e diventata famosa a Londra. La seguo su Instagram! Non sapevo ci fosse una strada dedicata a lei… Non bisogna morire prima di essere ricordati in una targa?
Nel frattempo, il vociare del gruppo di adolescenti si era fatto più alto. Non ci aveva fatto caso, ma si erano avvicinati di qualche posto. Un barlume inconscio le fece pensare che forse dovevano scendere alla fermata successiva.
Dov’è che arriva la strada di Alek Wek? Ah, ad una piazza — “Piazza Grace O’Malley”, si leggeva sul navigatore — Non mi dice niente. Fammi vedere meglio con Street View. C’è una statua al centro! Zoom avanti… Sembra una statua di metallo. Una barca con sopra una donna in tenuta da pirata. Ma che forza! Che c’è scritto sulla targa ai suoi piedi? — “Piratessa d’Irlanda, amica e alleata di Elisabetta I” — Accipicchia che storia! Ad avere il suo fegato!
«Ehi bella! Ah bona!» Gli adolescenti non erano scesi. No. E si stavano rivolgendo a lei. Sicuramente è una goliardata e vogliono solo attirare l’attenzione. Cosa non fa fare la noia! Pensò, ignorandoli.
Mi piacerebbe vivere in Piazza Grace O’Malley, sembra una bella zona dalla mappa.
Oh, il treno sta girando! In che zona siamo ora?
Rotaie e strada parallela adesso erano meno rettilinee, sembravano disegnate sulla mappa a matita da una mano tremolante.
La parallela è Via Maria Reiche… Davvero?! Ho cambiato idea, voglio abitare qui! Da studentessa di archeologia, non posso che ammirare la donna che ha scoperto e interpretato le famose linee di Nazca in Perù. Non conoscevo queste zone, che bei quartieri! Con così tanta storia femminile e femminista.
Intanto, non si era accorta che il gruppetto di adolescenti le si era seduto praticamente davanti. «Ehi bella, chatti col fidanzato?» disse uno dei ragazzi. «Perché non vieni a fare due chiacchiere con noi?» disse un altro. Questa volta li aveva sentiti bene. Si guardò intorno. Non c’era anima viva sul vagone.
«No grazie!». E portò, di nuovo, lo sguardo sul navigatore.
Cavolo ma quanto manca?! Ci voleva solo questa: essere importunata da un gruppo di cretini! Due fermate, ancora due fermate!
Neanche le leggesse nel pensiero, l’autoparlante del treno annunciò: «Prossima fermata, caserma Nancy Wake; next stop, barracks Nancy Wake».
Nancy — pensò — non può essere un nome da uomo! Googoliamo, tanto non ho altro da fare… — “Nancy Wake 1912-2011, spia”» lesse sul display del telefono — Spia?! E ha vissuto così a lungo?
Incuriosita, continuò a leggere.
“Onorata in vita con la George Medal, la Medaglia della Libertà, le tre Croci di Guerra e la Medaglia della Resistenza. Divenne anche Cavaliere della Legion d’onore. Il suo soprannome durante gli anni di spionaggio, all’epoca della Seconda guerra mondiale, era il topo bianco, perché imprendibile dalla Gestapo” — recitava Wikipedia.
Wow, che donna!
Una mano si insinuò tra il suo sguardo e il telefono e le alzò il volto. Il gruppo di adolescenti le si era fatto attorno e uno le stava tenendo il mento verso l’alto. «Ehi bellezza, perché ci ignori? Dove devi scendere?».
Con fare stizzito allontanò la mano importuna del ragazzo dal suo viso. Accortasi dell’accerchiamento, fece per alzarsi e andarsene. Altre mani, però, la spinsero giù, di nuovo sul sedile. «Se non mi lasciate andare, inizio ad urlare!». «Urla pure, non c’è nessuno!», rispose Mano Importuna con un sopracciglio alzato e mezzo ghigno diabolico stampato in faccia. «E poi… Che ti stiamo mai facendo? Volevamo fare solo due chiacchiere…» disse, cercando nuovamente contatto tra il suo volto e la sua mano. «Non è questo il modo!», digrignò lei tra i denti stretti al punto da farle male, allontanando di nuovo il gesto inappropriato e non richiesto con la mano libera dal telefono.
«…Fermata Ilaria Alpi, museo del giornalismo; next Stop Ilaria Alpi, museum of journalism», sentì improvvisamente gracchiare l’autoparlante del treno. Che coincidenza! — pensò — Ilaria Alpi! Conosceva bene il coraggio di quella donna, la sua professionalità e anche la sua storia personale. Era la cugina di sua nonna.
«Scendo ora!» disse, quasi urlando, come a rispondere alla domanda di poco prima.
E con un nuovo impeto si alzò e fece breccia tra le braccia di quei ragazzi invadenti. Giusto in tempo per avvicinarsi alle porte in apertura. Ma qualcosa la trattenne. Il ragazzo che le aveva sollevato il mento le aveva afferrato il polso, mentre la mano stringeva il telefono ancora aperto su Google Maps.
«Dove credi di andare, non ci hai nemmeno salutato». «Coraggio, dammi un bacetto!».
Che situazione orribile, chi mai lo avrebbe detto! Pensare tanto male di chi ancora non aveva incontrato e ritrovarsi in pericolo proprio sul mezzo di trasporto in cui avrebbe dovuto sentirsi al sicuro.
Il ragazzo era più giovane, ma anche più forte di lei e la stava trascinando a sé. Lei iniziò ad urlare. E improvvisamente, quell’unica persona in attesa alla fermata sulla banchina del treno entrò per intervenire. Uno strattone, due parole anche troppo educate per essere ricordate e uno sguardo pietrificante tra il salvatore e l’aggressore attraverso le porte del vagone che si chiudevano a stretto contatto tra i due volti inviperiti.
Lei era fuori, se ne accorse in un secondo momento dal fiato corto che le era venuto per la frenesia della vicenda e le nuvolette di condensa che le uscivano dalla bocca, ora che era all’aperto.
Il suo polso era ancora intrappolato, stretto questa volta nella mano inguantata del salvatore.
Il Deus ex machina si scrollò la tensione di dosso solo alla partenza del treno. Certo, ormai, che le porte chiuse con dentro i teppistelli molesti non potessero più riaprirsi. Lasciò la presa e si scusò per il gruppetto di idioti e per la sua mossa brusca per farla scendere.
«Spero di non averti fatto male» esordì.
«No… Grazie!» rispose lei, ancora un po’ trafelata e incredula, riuscendo finalmente a guardare in faccia la persona che le stava parlando.
«Mi chiamo Simòn. Stai bene? Hai bisogno che chiami qualcuno che ti venga a prendere?». «No, grazie, sono arrivata. Mi attendono in un locale qui vicino. Ammetto, però, di essere un po’ spaventata». «Vuoi che ti accompagni?» rispose Simòn e poi, riprendendo subito la parola: «Non pensare male, non ho intenzioni cattive! So cosa vuol dire vivere un’esperienza simile… Quando ero una donna, mi è successo spesso. Ho imparato a difendermi».
Lo sguardo di lei era penetrante e interdetto al tempo stesso per quella risposta.
«Scusa, non volevo essere insistente… Ti lascio stare» sussurò Simòn. «No, no, perdonami! Tutta la situazione mi ha lasciato senza parole. Non pensavo di trovarmi in pericolo su un treno che attraversa un quartiere della città così bello, pieno di memorie di donne, viaggi e belle avventure». «Oh, i malintenzionati non badano agli arredi urbani, purtroppo. Quelli stanno lì solo per chi ha l’educazione giusta per guardarli e capirli». «Hai perfettamente ragione!».
Si prese ancora qualche secondo per maturare il giusto coraggio e disse: «Simòn, hai perso il treno per aiutarmi?». «Sì, ma non ti preoccupare, prenderò il prossimo». «Posso almeno, nell’attesa, offrirti qualcosa da bere? Fa freddo qui fuori e il locale in cui devo andare è vicino e… Mi sentirei più sicura ad andarci in compagnia, mi aspetta un ragazzo lì, che non conosco. O meglio, l’ho conosciuto su un forum di viaggi. Sto cercando compagnia per un’avventura all’estero. A te piace viaggiare?». «Sì, molto». «Dài, magari ne esce un viaggio di gruppo!». «Va bene, mi hai convinto. Tanto il treno ripassa tra più di un’ora e, sì… Qui fuori sto congelando!».
I due si diressero al locale e passarono davanti al primo, effettivamente chiuso, in cui avrebbe dovuto tenersi l’appuntamento. Almeno su questo il ragazzo del forum di viaggi non aveva mentito. Forse non è un assassino, dopotutto. Non lui… Pensò, amareggiata per quanto era successo poco prima sul treno.
Arrivarono in fondo alla strada, sotto l’insegna al neon rosa sgargiante, palesemente nuova, che recitava “le bistro de l’égalité des chances”.
«Promette bene!» osservò Simòn.
“Dindin”, il telefono segnalava l’arrivo di un messaggio. Era l’amica. «Come procede, tutto bene? Ho visto che sei ferma davanti a un locale diverso da quello che mi avevi detto». «Ah sì, dimenticavo! L’altro è chiuso! Sono appena arrivata e non sono più sola. Siamo in tre… Non credo siano assassini. Non loro. Uno mi ha salvata da degli scemi… Poi ti racconto». «P.S. perché non ci raggiungi, così magari ti aggreghi al gruppo di viaggio? E magari al ritorno mi dai uno strappo a casa? Ti prego!». «Che cosa? Va bene! Stacco dal lavoro e provo a raggiungerti. Intanto… Propongo la Turchia, mi piacerebbe molto andarci. Però, fammi stare tranquilla mentre guido e vengo lì, scaricati subito Where are U e se ti ritrovi in difficoltà usala per chiamare aiuto!». «Grazie, sei davvero un’amica!». Finalmente sentiva Speranza e Fiducia fare capolino dietro Insicurezza e Paura. Bastava un po’ di accortezza e un’applicazione in più sul telefono. A saperlo prima! Si accorse solo allora, sull’uscio della porta del locale, con Simòn alle spalle e il ragazzo del forum di viaggi già al tavolo, sorridente con la mano alzata a salutarla da lontano, che aveva già fatto un viaggio quella sera, tra pensieri, memorie, disagi, paure, nuove e vecchie amicizie. Era turbata, anche un po’ stanca, ma nuovamente ottimista e decise di fare un altro passo, salire il gradino di quella porta ed entrare nel locale.
***
Il secondo racconto, La notte dello squalo, di Francesca Quadri, dell’Università La Sapienza di Roma, si tinge a sorpresa di giallo nel finale fulminante. Questo il giudizio della giuria: «Il finale inaspettato, che conclude bruscamente la storia, risponde a una scelta divergente, conferendo al racconto, coeso ed essenziale, un tocco di originalità. Mentre l’ambiente islandese rimane un po’ in ombra, i personaggi sono resi con stile sicuro, attraverso pochi significativi tratti caratterizzanti».
«E se poi è un assassino?»
«Ma che dici?»
«Che ne sai? Magari è tipo un Jeffrey Dahmer. Hai visto la serie?»
«Era un forum di viaggi. C’erano gli annunci apposta per cercare partner. Ci siamo scritti e sentiti al telefono. Mi ha mandato la foto. So chi è».
«E se fosse un fake? Io non mi fiderei».
Seduta al terminal, non riusciva a togliersi quell’assurda conversazione di testa. Era in anticipo sull’appuntamento e più il tempo passava, più il nodo allo stomaco si stringeva.
Le mani andavano nervose dalla zip dello zaino al lucchetto della valigia, “Ho tutto con me? forse dovevo portare più di una felpa… Ma sono solo tre giorni; sì, e se dovessi ritardare il ritorno?”. La sorella l’aveva presa per pazza, un weekend in Islanda con uno sconosciuto, che cosa le era saltato in mente? Eppure dopo l’ultimo anno, la morte della madre era stata dura, poi il trasferimento, il nuovo lavoro che non le piaceva, aveva bisogno di una piccola follia. E poi non era certo “del tutto sconsiderata, ma ti sembra una cosa sicura da fare oggi come oggi? soprattutto per una ragazza?”, come le aveva ripetuto almeno venti volte sua sorella mentre controvoglia e ancora assonnata l’accompagnava all’aeroporto di Fiumicino.
“Devo ricordarmi di mettere il correttore nella borsa, anche il burrocacao alla ciliegia un po’ colorato e il mascara”, pensava guardando nello schermo del telefono la sua faccia mentre si scattava una foto con un cornetto più grande della sua faccia: «Un saluto a Roma! A Reykjavik lo faranno il cappuccino?» diceva così il messaggio alla sorella. Questo suo spirito nazionalista che usciva fuori solo quando partiva era buffo, si era ritrovata a sorridere mentre briciole di cornetto le si appiccicavano alle guance.
Alla fine le cinque ore di volo le erano sembrate una settimana, per quanto la sua mente aveva viaggiato. Luis, 28 anni, alto e biondo, ‘Livello di paranoia: guardo Scrubs perché è divertente, ma dopo ogni episodio sento di avere tutte quelle malattie.’ Distratta stava scrollando le bio degli uomini iscritti al forum, e infine aveva trovato Luis, e quel velo di ipocondria servita con autoironia l’aveva intrigata, si era sentita di avere già qualcosa in comune con quel ragazzo dagli occhi blu, pieno di foto con il suo cane. D’altronde, il cancro della madre, che l’aveva mangiata dentro fino a consumarla dopo otto lunghi mesi, le aveva lasciato in eredità il terrore di qualsiasi malattia. La paura della morte l’accompagnava ovunque, e a volte ci pensava con rassegnazione e con un pizzico di sollievo, morire avrebbe voluto dire mettere fine a quest’angoscia.
Mentre si infilava i capelli nell’impermeabile, cercava di non cadere dalle scale della passerella, rese scivolose da quella pioggia fitta che le si stava infilando sotto i vestiti. Mettere dei semplici jeans e sperare che l’impermeabile fosse sufficiente era stato un eccesso di fiducia nel famoso “buon tempo dell’Islanda”, ma per fortuna avrebbe avuto tutto il tempo di cambiarsi per la cena. “Tutto ottimo, ma se non volete perdervi l’esperienza di una vera cena da islandesi assaggiate lo squalo. N.B. solo per i palati più coraggiosi!”, più o meno così suonavano le recensioni del ristorante che lei e Luis avevano scelto, e già si ritrovava a immaginare tutte le possibili scuse per evitare di assaggiare quel piatto che solo al pensiero le faceva rivoltare lo stomaco. Certo, non era il massimo avere il palato di una dodicenne che accetta solo pasta al sugo e poco altro (“lo faranno il pesce fritto? potrei cavarmela così…”), ma se questo l’aveva sempre messa in imbarazzo ai primi appuntamenti, questa volta si sarebbe atteggiata da donna sicura di sé e ne avrebbe riso, prendendosi un po’ in giro da sola, dimostrando a Luis che non era il solo autoironico dei due. Paese nuovo, ragazzo sconosciuto, regole del gioco non ancora stabilite: un perfetto foglio bianco dove tracciare l’immagine di sé che più la convincesse.
«Signorina, scusi? Nome?»
«Eleonora Imperio, ho prenotato per una singola.» Le piaceva l’idea di avere due camere separate, ma nello stesso albergo. La proposta le era sembrata quella di un uomo d’altri tempi. Alla fine della serata sarebbero tornati insieme, avrebbero salito le scale impacciati, scambiandosi ogni tanto sguardi di traverso, magari con i passi incerti dell’alcol si sarebbero sfiorati una spalla (“non posso ordinare una coca cola, non esiste, per stasera mi sforzo e prendo un bicchiere di vino…”), e poi lui l’avrebbe accompagnata alla porta della sua stanza, le avrebbe baciato galante la mano e lei avrebbe chiuso la porta dietro di sé. Quanto tempo avrebbe dovuto aspettare per uscire e bussare alla sua porta? Forse avrebbe dovuto aspettare la seconda sera?
La camera era essenziale, ma curata. Un letto singolo (“certo che in due staremmo proprio stretti…”) con uno specchio davanti a occupare tutta la parete, tende lunghe, bianche, bagno piccolo, essenziale, anche questo tutto bianco, con grandi mattonelle che in quel momento le infreddolivano i piedi ancora bagnati dalla pioggia. Il vestito che aveva scelto era semplice, nero, le fasciava il corpo lasciandole scoperta la schiena, la parte che più le piaceva, che avrebbe lasciato ancor di più in evidenza raccogliendo anche i capelli. Forse i tacchi aperti avrebbe potuto evitarli… “devo fingere, fingere di non morire di freddo, magari se proprio inizio a congelare mi stringo a lui.”
Nel taxi diretto al ristorante i loro corpi erano vicini, ma attenti a non toccarsi, entrambi assorti nei propri pensieri, un silenzio imbarazzato e impacciato non li abbandonava. Eleonora lo guardava ormai senza ritegno, tanto lui sembrava indifferente alla sua presenza, gli occhi fissi sulla strada. “Sarà timido”, dai messaggi che si erano scambiati gli era sembrato spigliato, divertente, “ma quante persone dietro a uno schermo sono diverse poi dal vivo?”. Mentre cercava di rassicurarsi tra sé e sé il taxi si era fermato, Luis nell’aiutarla a scendere le aveva poggiato la mano, fredda, forte, sulla schiena nuda, dei brividi l’avevano percorsa per quell’intimità improvvisa.
La cena era stata piacevole, Luis aveva ordinato per entrambi lo squalo (“se prendo anche le patatine fritte faccio la figura della ragazzina, per una sera mi posso sforzare”) e una bottiglia di vino, finito da Eleonora per non sentire i morsi della fame dopo aver assaggiato lo squalo e deciso di lasciarlo praticamente intatto nel piatto. Luis si era sciolto e, anzi, la quasi totale indifferenza dell’inizio della serata aveva lasciato il posto a un acceso interesse per la vita di Eleonora. Mai un uomo le era sembrato così disposto ad ascoltare da non dire praticamente nulla di sé. Ci sarebbe stato tutto il tempo, del resto, avevano ancora due sere. L’aveva fatta sorridere quel tic di disinfettarsi le mani ripetutamente, sintomo palese di quell’ipocondria che al contrario lei tanto teneva a nascondere. Era il solo difetto che traspariva da quell’uomo che sembrava esser fatto tutto d’un pezzo, una roccia bianca e solida dai capelli biondi e gli occhi grandi, sempre vigili.
A fine serata si erano ritrovati in camera di Eleonora senza troppi giri di parole, Luis l’aveva chiesto e così si era fatto (“certo me lo immaginavo più romantico, ma la sua schiettezza mi intriga, vediamo dove porta”). Anche il sesso era arrivato senza troppi preamboli, nessuna carezza, neanche un bacio, il corpo di Eleonora rovesciato sul letto e Luis che la prendeva da dietro, in silenzio, le sue mani grandi ben salde sulla schiena. Poi l’aveva lasciata andare sulle lenzuola, il viso affondato nel cuscino, era così ubriaca da non aver avuto neanche la forza di sollevare la testa per prendere aria.
Luis aveva disinfettato la maniglia della porta, tre volte le mani per sicurezza, le suole delle scarpe, e poi aveva lasciato l’hotel, a piedi, di notte, sotto la pioggia. La mattina seguente la signora delle pulizie avrebbe aperto la 304, ma non avrebbe trovato nulla di sporco, ogni oggetto era stato disinfettato con cura in quella camera dalle tende bianche, dal bagno bianco, a stonare giusto il corpo della donna, nudo, con la schiena aperta, un’enorme macchia rossa sulle lenzuola bianche.
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ArticoloArticolo di Loretta Junck

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).
