Il mondo cambia l’Ucraina. Il n. 7 di Limes. Parte seconda 

Che la conoscenza della storia sia fondamentale per prendere posizioni consapevoli sugli avvenimenti è cosa nota ma non così scontata, di questi tempi. Sulla guerra russo-ucraina le opinioni pubbliche sono state invitate a schierarsi, fin dal suo inizio, sulla base dello slogan ripetuto a oltranza «C’è un aggressore e c’è un aggredito», non conoscendo quasi nulla della storia e delle vicende di quei territori. Pare che l’opinione pubblica statunitense, tra l’altro, non sapesse nemmeno dove fosse collocata l’Ucraina. 

Dov’è L’Ucraina secondo gli americani 

Puntuale come sempre John Florio, lo pseudonimo sotto il quale si cela secondo alcuni proprio il direttore di Limes, ritorna a scrivere di ciò che è volutamente ritenuto irrilevante e che pare non interessi a nessuno: la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina e tra Nato ed ex Urss, arricchita con i documenti americani declassificati. La scelta dello pseudonimo non è casuale e non lo troveremo tra gli autori e le autrici di questo numero. (A proposito, perché non inserire nell’elenco finale che compare alla fine di ogni volume anche l’indicazione al femminile delle docenti, giornaliste, scrittrici che firmano gli articoli?). Lo abbiamo già incontrato in altri volumi della rivista di geopolitica e anche questa volta i suoi approfondimenti sono indispensabili. 
John Florio. Chi era costui? Umanista inglese di origine italiana, lessicografo, linguista, traduttore, scrittore e precettore reale, come ci ricorda Wikipedia, fu traduttore del Decamerone di Boccaccio e dei Saggi di Montaigne. Alcuni suggeriscono addirittura che dietro molte opere di Shakespeare ci sia proprio Florio. Illusioni perdute. L’Occidente al bivio della storia inizia con una citazione di Winston Churchill: «In victory, magnanimity, in peace, goodwill» e analizza gli errori americani ed europei in politica internazionale. Citerò solo un passaggio, tra i tanti che spingono alla riflessione, per incuriosire chi legge a confrontarsi con questa analisi accurata che sostiene la necessità della diplomazia nella soluzione del conflitto in terra europea: «Un grande pensatore politico americano (Morgenthau, n.d.r.) ha scritto: «Tutte le nazioni sono tentate di presentare le proprie aspirazioni particolari come fini morali universali. (…) Fare corrispondere, senza esitazioni, un particolare nazionalismo con i disegni della Provvidenza è però moralmente indifendibile, poiché si tratta di quello stesso peccato di orgoglio dal quale i tragici greci e i profeti biblici avevano messo in guardia governanti e governati. Tale equazione è perniciosa anche politicamente, poiché genera una distorsione di giudizio che, nella cecità di un fanatismo da crociata, distrugge nazioni e civiltà in nome di un principio, di un ideale, o perfino in nome di Dio stesso. Mentre è proprio il concetto di interesse definito in termini di potere che ci salva sia dall’eccesso morale che dalla follia politica. Se consideriamo tutte le nazioni, inclusa la nostra, come entità politiche che perseguono i loro rispettivi interessi definiti in termini di potenza, siamo in grado di rendere giustizia a tutte in un duplice senso: possiamo giudicare le altre nazioni come giudichiamo la nostra e di conseguenza, mettere in atto politiche che rispettino gli interessi altrui e al tempo stesso proteggano e promuovano i nostri». La più accurata ricostruzione degli eventi che dal 2004, ma forse anche prima dal 1991, hanno preparato lo scoppio di questa guerra è però contenuta nell’appendice dell’articolo, sempre a firma di John Florio. Come Kiev finì in guerra ostinatamente e correttamente continua a raccontare, dati e date alla mano, tutte le tappe che hanno portato al pericolosissimo punto in cui ci troviamo, a un passo dalla catastrofe. Consiglio vivamente il saggio a tutte/i le/i docenti di storia e relazioni internazionali perché possano ricordare alle giovani generazioni che «la politica è relazione». 

John Florio Portrait 

In questa seconda parte, dal titolo Piani e dubbi delle potenze è da segnalare anche l’intervista di Federico Petroni a Franco Costigliola, biografo di Kennan. Dopo aver ideato, all’alba della guerra fredda, la dottrina del contenimento dell’Unione Sovietica Kennan, uomo politico molto caro a Limes, trascorse il resto della sua vita a criticarne l’applicazione militarista e fu di fatto emarginato dall’establishment statunitense. Le sue considerazioni su Russia e Ucraina offrono spunti interessanti per una soluzione diplomatica di questa guerra.  La vittoria secondo Pechino descrive la posizione geopolitica della Cina secondo Xi Jinping, gli incontri del Capo del Partito Comunista cinese con Orban, il discorso alla riunione di Shangai dello Sco (Shangai cooperation organization) e la sua posizione non sempre limpida nei confronti della Russia. Segue un articolo di Nicola Cristadoro, Esiste l’asse Mosca-Pechino-Pyo˘ngyang? secondo cui in questo momento Pechino e P’yŏngyang sostengono Mosca in modi e misure diversi, ma entrambe traendo benefici dal legame con la Federazione Russa. 

Alleati con riserva 

La terza parte, Faglie europee, è una carrellata delle diverse posizioni degli Stati Ue ed europei in generale nei confronti del conflitto russo-ucraino: la pragmatica Finlandia è descritta in Machiavelli a Helsinki. Amputare l’Ucraina per contenere la Russia; sulla questione ucraina «l’intera élite politica polacca — a parte il partito di estrema destra Konfederacja — parla con una sola voce: questa è la nostra guerra. Se Putin ne uscirà rafforzato, i paesi dell’Europa centrale saranno il prossimo obiettivo di Mosca e per l’Occidente il costo di aiutare l’Ucraina si rivelerà insignificante rispetto a quello di una guerra diretta». Questo emerge dall’approfondimento che ha per titolo Senza un’Ucraina libera Varsavia vede già la Russia dentro casa. L’Ungheria si è già differenziata dalla politica di sostegno incondizionato all’Ucraina perseguendo un’attività di mediazione attraverso il suo Primo Ministro Orban, attività che peraltro è stata ignorata dai più e stigmatizzata dalle istituzioni europee, come è riportato in La via ungherese alla pace. La posizione della Turchia è come sempre ambigua, mentre la Francia teme che le armi inviate all’Ucraina siano finite altrove ed è stata surclassata da Usa e Cina nelle trattative per una negoziazione della pace, come emerge dal saggio La credibilità della Francia è perduta. La posizione di Berlino è molto più sfumata e inevitabilmente Germania e Russia dovranno tornare a parlarsi. 

Faglie europee nella guerra d’Ucraina 

La guerra vista dalla pace, l’editoriale di Caracciolo, si apriva il 3 agosto scorso ventilando l’ipotesi di un negoziato tra le due parti in conflitto, che sembrava quasi raggiunto prima dell’attacco ucraino nella regione di Kursk a causa del quale si è scatenata la reazione violentissima da parte russa e azzerata ogni possibilità negoziale. Dell’analisi contenuta nell’articolo di apertura della rivista mi piace evidenziare il memento di von Clausewitz, che sembra fotografare la situazione in atto: «La guerra è un atto di forza, all’impiego della quale non esistono limiti: i belligeranti si impongono legge mutualmente; ne risulta un’azione reciproca che logicamente deve condurre all’estremo». La parte su cui però mi vorrei soffermare è quella che riguarda il ruolo dell’Ue nel conflitto, ascoltabile anche al link: L’Ucraina conferma: l’Europa è un bluff https://www.youtube.com/watch?v=DyKREl1E6bE  

Chi deciderà la fine di questa guerra saranno Usa, Russia e Cina. Così scrive Caracciolo, che non è mai stato entusiasta della istituzione dell’Ue e fa affermazioni che raramente si ascoltano nei tg generalisti: «L’Unione Europea non è e non può diventare soggetto geopolitico. Perché non è Stato tantomeno nazione ma oggetto non identificato formato da Stati con storie (lingue n.d.r.) e culture proprie, che esprimono interessi specifici. Gestibili in punto di economia, a costi discutibili e ineguali. Irriducibili a unità quando si tratta di guerra. E pluribus non unum. 

Tutto un altro mondo 

La sfida lanciata in luglio dall’irregolare Viktor Orbán, primo ministro ungherese e presidente di turno del Consiglio dell’Ue, […] che si è fatto ricevere nel giro di pochi giorni da Zelens’kyj, Putin, Xi Jinping e Trump […] ci ha […] ricordato il principio di ogni diplomazia: non serve per parlare con gli amici ma per capirsi con i nemici. Sulla base non di (pre)giudizi morali ma della disponibilità a compromettersi per abbassare le armi e scoprire margini di collaborazione. La proclamazione dei princìpi riscalda i cuori ma prolunga e inasprisce le guerre. L’irritatissima reazione dei vertici comunitari, umiliati e offesi, conferma che la derapata di Orbán ha colpito nel segno. Chi legittimamente ne depreca i tratti autoritari e continuerà a farlo, vorrà forse cogliere quanto di utile c’era nella fuga solitaria del leader magiaro. Quanto meno, si chiederà perché il rappresentante di un piccolo paese centroeuropeo sia stato ricevuto dai massimi leader mondiali, nessuno dei quali avrebbe perso tempo con analoga missione in solitario della signora Ursula von der Leyen o dell’alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Josep Borrell. Non per antipatia (che pure esiste), ma perché la presidente della Commissione non rappresenta un impossibile punto di vista europeo né il suo «ministro degli Esteri» può incarnare una politica estera che non c’è…» 

A questo link si può trovare la spiegazione della copertina e delle mappe di Limes a cura di Laura Canali, che spiega anche l’uso dei colori nelle due carte sulle faglie europee, solo apparentemente uguali. https://www.youtube.com/watch?v=yBF_vpNYw8c 

 Buona lettura e buon ascolto a tutte e tutti. 

***

Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

Lascia un commento