Secondo dati Eurostat, in Italia, il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni al termine del 2022 è stato pari al 55%, mentre la media Ue è stata pari al 69,3%. Da tali dati emerge la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Italia, il cui tasso di occupazione risulta essere quello più basso tra gli stati Ue. A ciò si aggiunga che una donna su cinque fuoriesce dal mercato del lavoro a seguito della maternità. Tale ultimo aspetto riveste una particolare rilevanza, in quanto indice della difficoltà per le donne di conciliare esigenze di vita con l’attività lavorativa. La decisione di lasciare il lavoro è, infatti, determinata per oltre la metà, il 52%, da esigenze di conciliazione.

Eppure, secondo i dati dell’International Labour Organization (Ilo) e dell’Agenzia Europea per la salute e la sicurezza sul lavoro, il gap uomo/donna si sta lentamente restringendo. A fatica, le donne stanno pian piano occupando più posti di lavoro che da sempre sono stati considerati prettamente maschili. Da ciò consegue la necessità di considerare, anche nell’ambito della Medicina del Lavoro, le peculiarità di genere, abbandonando il concetto che il lavoratore sia un soggetto neutro (in realtà inteso come maschio) e rivedendo le attività di diagnosi, prevenzione e promozione della salute nei luoghi di lavoro.

Negli ultimi decenni, le differenze di genere nei luoghi di lavoro sono state oggetto di attenzione da parte degli organi legislativi comunitari e nazionali. In Italia, è del 2008 il Decreto Legislativo n. 81, che recepisce le direttive europee in materia di differenze di genere in tutti gli aspetti della salute e della sicurezza ed è tuttora il testo di riferimento nazionale sul tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, per tutte le aziende, di qualunque tipologia, qualunque sia il numero di dipendenti. In particolare, la norma italiana promuove la considerazione della differenza di genere in relazione alla valutazione dei rischi e alla predisposizione delle misure di prevenzione, che devono considerare tutti i potenziali pericoli presenti in azienda, “nonché quelli connessi alle differenze di genere”, oltre naturalmente alla tutela delle lavoratrici in gravidanza. Particolarmente importante è l’articolo 40, che prevede che il Medico Competente trasmetta al Servizio Sanitario Nazionale le informazioni relative ai dati aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori/lavoratrici sotto sorveglianza sanitaria, elaborate evidenziando le differenze di genere.
È noto che le donne, per le loro peculiarità fisiologiche e fisiopatologiche, hanno una differente propensione ad ammalarsi per cause occupazionali rispetto agli uomini. Facciamo l’esempio dei solventi organici (anche quelli più comuni): trattandosi di sostanze liposolubili, tendono a concentrarsi di più nelle donne, che hanno maggiore tessuto adiposo e una lenta metabolizzazione ed escrezione. Anche i rischi di natura fisica (rumore, vibrazioni) possono avere effetti negativi sulla salute delle donne, in particolare sulla fertilità. Nelle donne, il lavoro faticoso e/o stressante può inoltre alterare il ciclo mestruale, provocando amenorrea, dismenorrea, cicli anovulatori e, di nuovo, riduzione della fertilità.
Molto studiata è oggi anche l’ergonomia della postazione di lavoro, che è maggiormente penalizzante per le donne, dovendo esse di frequente adattarsi a postazioni o strumenti di lavoro spesso progettati pensando a un “lavoratore maschio medio”. Stesso problema si trova nei dispositivi di protezione individuale (elmetti, scarpe, maschere, guanti, dispositivi anticaduta): per le donne possono essere meno protettivi, meno confortevoli o addirittura causa di danno.
La mancanza di condizioni lavorative parimenti accessibili o legate a pregiudizi attinenti al genere è causa di fenomeni di segregazione orizzontale e di una assegnazione non equa ad attività e mansioni, solitamente con differente retribuzione. Gli uomini sono prevalenti nei settori primario e secondario, mentre le donne sono maggiormente impiegate nel terziario. Esiste, inoltre, una segregazione orizzontale per comparti (sanitario e istruzione prevalentemente femminile; edile e metalmeccanico prevalentemente maschile) e anche una segregazione intra-compartimentale, che tende a relegare le donne nelle attività ripetitive delle linee produttive di assemblaggio e confezionamento, con conseguente aumento dei rischi per i movimenti ripetitivi degli arti superiori e una postura fissa (eretta o seduta) per molto tempo. Anche la preponderante presenza delle donne in attività come le pulizie e le acconciature per capelli le espone più spesso a sostanze chimiche irritanti e al rischio di sviluppare patologie cutanee. Si consideri poi la differenza di retribuzione: secondo i dati dell’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato dell’Inps, nel 2022 la retribuzione media annua è stata costantemente più alta per il genere maschile, con una differenza di 7.922 euro a vantaggio degli uomini.

Altro aspetto interessante è il fatto che alcune patologie legate al lavoro, come le patologie allergiche, alcune patologie del sistema muscolo-scheletrico e le sindromi post traumatiche da stress sono molto più presenti nelle lavoratrici donne, mentre le ipoacusie da rumore, la sindrome di Raynaud da vibrazione (si pensi all’uso del martello pneumatico) e le patologie tumorali dell’apparato respiratorio sono maggiormente rappresentate nei lavoratori maschi.
Secondo l’Inail, nel quinquennio 2014-2018 un po’ meno di 1/3 di denunce per malattie professionali, pari al 27,9%, interessa le donne, che provengono per 2/3 dal settore dei servizi (commercio, trasporti, sanità) e per il restante terzo da quello industriale. Le donne denunciano per oltre il 90% dei casi malattie a carico del sistema osteo-muscolare (lombalgia, sindrome del tunnel carpale, patologie articolari dell’arto superiore), mentre per gli uomini la stessa tipologia di problemi riguarda il 71% dei casi denunciati. Anche i tumori appaiono, sia in termini assoluti sia di incidenza, più denunciati dagli uomini che dalle donne. Le 1.650 denunce protocollate nel 2022 per i lavoratori rappresentano, infatti, il 3,7% delle denunce maschili, contro le 155 delle lavoratrici, pari all’1% di tutte quelle femminili.
Rapportando il numero delle denunce femminili per una determinata patologia sul totale, si distinguono per consistenza della quota femminile i disturbi psichici e comportamentali e le malattie della cute, rispettivamente con il 52% e il 40%. Nel 2022, in particolare, i disturbi psichici sono stati denunciati in misura simile da entrambi i sessi (195 casi per il genere femminile e 183 per quello maschile), ma con una percentuale per le lavoratrici sul totale delle malattie dell’1,2%, il triplo di quella degli uomini, che è pari allo 0,4%. A prevalere sono i disturbi nevrotici, legati a stress lavoro-correlato (l’81% dei disturbi psichici per le donne e il 73% per gli uomini), seguiti dai disturbi dell’umore (rispettivamente il 13% e il 23%).

Per quanto riguarda invece gli infortuni sul lavoro, nello stesso quinquennio 2018-2022, secondo i dati Inail, essi riguardano donne per il 32,9% e uomini per il 67,1%. C’è un unico caso in cui gli infortuni denunciati da donne sono molto superiori di quelli degli uomini, quello relativo agli infortuni in itinere, che in Italia vedono le donne coinvolte molto di più rispetto agli uomini e che trova riscontri analoghi anche in altri paesi. Si pensa che il fenomeno possa essere determinato da una serie di cause, ad esempio la necessità per le donne di tragitti casa-lavoro più complessi, (dovendo gestire casa, bambini, anziani), lo squilibrio di genere a danno delle donne rispetto ai compiti di cura e un numero minore di ore di sonno, con conseguente aumento di incidentalità. In termini relativi, la quota degli infortuni in itinere sul totale degli infortuni dello stesso sesso è stata comunque sempre più elevata per le donne rispetto agli uomini, anche se nel triennio 2020-2022, ma soprattutto nel 2020 con il massiccio ricorso allo smart working, è notevolmente scesa: dal 23% medio del biennio 2018-2019 si è passati al 16% medio nel triennio successivo. Per gli uomini, invece, la quota degli infortuni in itinere rispetto al totale di genere è rimasta intorno al 12% per tutto il quinquennio 2018-2022, ad eccezione del 2020 in cui la percentuale è scesa a poco più del 10%, sempre per i motivi legati alla pandemia (vedi Inail, Dossier donne 2024).
Anche per le denunce in itinere con esito mortale, l’incidenza tra le lavoratrici nel 2022 è più elevata, circa un decesso su due (64 su 133), mentre per gli uomini il rapporto scende a poco meno di uno su quattro (272 su 1.114).
Un altro aspetto da considerare è la questione dell’età. Circa il 15% di tutti gli infortuni al femminile del 2022 ha riguardato le lavoratrici con un’età compresa tra i 50 e i 54 anni: in questa fascia d’età gli infortuni delle donne costituiscono oltre il 46% del totale. Inoltre, dei 133 casi mortali femminili avvenuti nello stesso anno, 27 casi riguardano le donne tra i 50 e i 54 anni.
Si consideri, infine, il problema della violenza sul luogo di lavoro. Le lavoratrici vittime di aggressioni o violenze rappresentano nel 2022 il 2,6% di tutti gli infortuni femminili riconosciuti dall’Inail. Tra le vittime, oltre il 44% svolge professioni sanitarie e assistenziali. Seguono specialiste dell’educazione e della formazione (6,1%), insegnanti di scuola primaria (5,1%) e impiegate postali (4,7%). A livello territoriale, nel periodo 2018-2022, circa sei casi su dieci di violenza sulle donne sono stati denunciati al Nord. Seguono Centro e Mezzogiorno con circa un quinto dei casi per entrambe le ripartizioni geografiche. Le sole regioni Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto complessivamente raccolgono oltre il 48% dei casi, vista la concentrazione di aziende in quei territori, cuore produttivo del nostro paese. Poco meno dell’80% degli infortuni sono stati registrati nell’industria e nei servizi, seguono gli enti pubblici con oltre il 18% e l’agricoltura con più del 2%.
Rappresentando lo snodo fondamentale dell’intero sistema relativo a salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, il processo di valutazione dei rischi deve essere orientato a leggere il rapporto ambiente di lavoro/lavoratore-lavoratrice in ottica di genere. La diffusione di un approccio di genere è uno dei principali compiti del Medico competente, che è il responsabile della Sorveglianza Sanitaria, quindi della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici, sia dal punto di vista culturale, attraverso le attività formative aziendali, sia dal punto di vista tecnico, quando collabora alla stesura del Documento di valutazione dei rischi in azienda. Un altro compito molto importante del Medico competente è l’intercettazione di esigenze di conciliazione da riportare ad esempio ai Comitati unici di garanzia e soprattutto al datore di lavoro, per la proposta di misure individuali o collettive tese a migliorare la salute, la sicurezza e il benessere organizzativo.

Ad oggi, sono ancora pochi gli studi mirati alla valutazione di quanto le differenze di genere possano incidere sul livello di rischio per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici. Anche la Medicina del lavoro dovrà quindi accogliere quanto, a fatica, va facendosi strada nelle altre branche della medicina ed abbandonare la cultura di una scienza medica falsamente “neutrale”, cioè basata sul modello di riferimento maschile (uomo medio, di peso e statura standard). Le differenze di sesso e genere andranno più attentamente valutate, per coglierne specificità e diseguaglianze.
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Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.
