L’educandato

Ex convento benedettino, ex gendarmeria di Napoleone, ex reale educandato, nei primi anni Sessanta già educandato statale San Benedetto: in parole povere e concrete… un collegio, laico per fortuna. Frequentarlo è stata per me una esperienza formativa positiva e forte, prima di tutto perché ho imparato a vivere insieme alle donne scoprendo le modalità di relazione, le pressioni sociali e culturali che su di noi pesavano in una varietà di età e provenienza davvero preziosa: eravamo ottanta educande da tutta Italia e tutto il personale a diretto contatto con noi — direttrice, istitutrici, inservienti — era femminile.
Va da sé che, invece, il consiglio direttivo prevedesse la presenza del Monsignore del Duomo, del medico di fiducia della Direttrice, primario al locale ospedale, e del preside delle scuole annesse all’Educandato. Presenza maschile che veniva bene messa in mostra in varie occasioni ufficiali perché fosse chiaro chi comandava.
Sono anche stati sette anni di tentativi di spegnere in me la curiosità e l’impertinenza, il senso di onestà e solidarietà con le mie compagne, di addestrarmi all’ubbidienza e al conformismo, anni in cui si sono rincorsi i miei strappi alla vita disciplinata e le punizioni che regolarmente si succedevano, sempre più pesanti man mano che diventava chiaro che io non sarei stata domata…
Il flash-back che mi è venuto alla mente prima di tutti gli altri è riferito a un fatto accaduto nella primavera in cui frequentavo la terza media. La sera prima di una gita con la nostra classe eravamo tutte eccitate: bisognava definire gli ultimi ritocchi all’abbigliamento, il contenuto della borsetta, i posti in corriera e altre piccole questioni, banalità se viste con occhi adulti, ma elementi di fondamentale importanza per un’adolescente che ha, così di rado, l’occasione di vestire abiti ‘borghesi’ e di misurarsi con la normalità della vita: stare con i/le coetanee e sentirsi bene — il maggior bene possibile — nella propria pelle e nei propri progetti. 
Tutta questa eccitazione si traduceva in una evidente irrequietezza motoria, in un via vai continuo dallo spogliatoio al bagno e di nuovo allo spogliatoio. Pensare di andare a letto per chiudersi nel più assoluto silenzio non era né pensabile né possibile. La soluzione fu chiudersi nell’ultimo dei quattro gabinetti e continuare a chiacchierare. Almeno nei cessi si poteva sperare di non essere interrotte o disturbate, dopo che tutta la marea di compagne se ne era servita ed era andata a dormire. Nei gabinetti la luce restava accesa tutta la notte e, almeno, avevamo l’opportunità di vedere rispecchiata nella faccia delle altre la nostra stessa attesa e gioia. Eravamo in tre, due appoggiate alla parete, una seduta sul bidè.
A un certo punto sentimmo la voce della direttrice che ci intimava di uscire di lì. Essendo io quella appoggiata alla porta dalla parte dei cardini, quando la porta si spalancò nella furia del controllo, restai serrata nell’angolo e nessuno mi vide, mentre le altre due furono trascinate nello spogliatoio e sottoposte a interrogatorio, interrogatorio in cui, evidentemente, non era contemplata possibilità di difesa alcuna perché il pregiudizio e i sospetti si rivelarono i dominatori del confronto. Le due furono ritenute colpevoli (di cosa?) e la punizione assegnata loro fu di annullamento del permesso di partecipare alla gita. Furono spedite velocemente a letto tra lacrime e singhiozzi, ma di me non fecero parola, perché quando ingiustamente si è punite, prevalgono la solidarietà e il desiderio di una giustizia superiore che in qualche modo va preservata. Io, dal canto mio, non mi autodenunciai forse per una segreta viltà o, forse, come mi sembrava allora, perché trovavo stupido poter essere punita per colpe inesistenti. Anche se mi sono tormentata tutta la notte e tutto il giorno seguente — di quella gita riuscii ad apprezzare ben poco — alla ricerca delle ragioni di tanta arrabbiatura nelle voci alterate delle due donne che stavano di fronte alle mie compagne. Non arrivai però a nessuna conclusione e mi restò solo il rifiuto della spropositata punizione di fronte al reato di aver chiacchierato la sera prima di una giornata di libertà. 
Solo molto dopo, ero già all’Università, scoprii che le donne possono scegliere un rapporto d’amore e una sessualità condivisi con un’altra donna, che si possono innamorare tra loro, che possono cercare nel corpo e nell’affetto di un’altra momenti di gioia, di piacere, di tenerezza e comprensione. E così ho trovato la spiegazione di quell’episodio lontano e ancor più, alla luce di questa scoperta, mi offendeva quella reazione forte non alla realtà, ma alla proiezione di quei loro pensieri di adulte che cercavano scandalo e perversione in ragazzine solo piene di gioia per la giornata che le attendeva.
Poi, quando mi è capitato di scorgere in mia figlia con l’amica del cuore, o tra le mie alunne in classe, quell’intimità e quella complicità che sole possono consentire di guardare dentro sé stesse e ri-conoscersi, ho provato la commozione di trovarmi di fronte a una tappa fondamentale dell’essere donna e ho sorriso con loro.

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Articolo di Carla Manfrin

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Dopo la laurea a Magistero, ho insegnato 36 anni in tutti gli ordini di scuola dove ho organizzato corsi di aggiornamento e laboratori per insegnanti su identità e differenza. A Padova, nel 1976, insieme alle compagne del Centro Femminista, ho scritto il libro di divulgazione femminista L’erba sotto l’asfalto; nel 2008 sono stata tra le organizzatrici di 1968 – 2008: Memoria e Desiderio delle Donne. Insieme a Flavia e Sandra Busatta nel 2012 ho costituito www.femminismo-ruggente.it

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