Quante volte ci è capitato di leggere notizie di stupro o violenza sessuale in cui non si dava pieno credito e sostegno alle vittime? Narrazioni dove testimonianze e dichiarazioni vengono smentite o banalizzate dagli stessi giornalisti, uomini per lo più? Episodi di femminicidio romanzati o attribuiti a dei raptus? la mia tesi è volta ad analizzare la sovrastruttura, talvolta maschilista e misogina, che agisce in modo latente dietro gli articoli giornalistici che trattano episodi di violenza di genere.
In primis mi sono focalizzata sul Gender Gap dell’informazione, dimostrando come le firme maschili siano molto più numerose di quelle femminili, in virtù di una minore visibilità attribuita alle giornaliste e della loro difficoltà a ricoprire ruoli di vertice negli ambiti lavorativi. In secondo luogo, è stato necessario svolgere un’analisi critica che indagasse gli schemi narrativi attraverso cui vengono rappresentate le vittime e i colpevoli di violenza. Da questa osservazione risulta evidente come lo sguardo maschile di giornalisti od opinionisti si manifesta nell’uso di un linguaggio spesso discriminatorio, grottesco e volgare, nelle narrazioni tossiche e spettacolarizzate dei casi di violenza e talvolta anche nella scelta delle immagini.
È emerso, inoltre, che nel più grave dei casi le donne che hanno subito violenza vengono ritenute tanto colpevoli quanto l’aggressore. Ѐ molto ricorrente nelle cronache dei giornali assistere alla suddivisione della responsabilità del reato tra i due protagonisti, presentando le scelte soggettive della donna come causa della violenza maschile e delineando l’omicida o lo stupratore come vittima, a sua volta, di una forza esterna. L’assunzione di alcol e droghe, lo stato psicologico del carnefice, circostanze eccezionali, si configurano come giustificazioni implicite ed elementi assolutori, che ne mitigano la responsabilità. Risultato di tali costruzioni narrative è scagionare almeno in parte l’unico colpevole e allo stesso tempo banalizzare e minimizzare la gravità dell’accaduto. L’uso delle parole e del significato che evocano è di fondamentale importanza in questi casi, dove una scelta sbagliata può compromettere l’intera narrazione dei fatti e provocare danni incommensurabili alla vita delle donne vittime di violenza. Le conseguenze del fenomeno sono infatti allarmanti, non solo per l’impatto che hanno sull’opinione pubblica, ma anche nei confronti delle persone protagoniste del racconto. In un primo momento stereotipi e pregiudizi presenti nell’articolo condizionano e influenzano l’opinione di chi legge, che può così introiettare quella sovrastruttura di cui spesso sono portatori proprio i giornalisti.
In un secondo momento queste valutazioni implicite, apparentemente innocue, danneggiano le persone coinvolte dalla narrazione dei fatti, le quali si ritrovano esposte alla gogna mediatica e sottoposte alla lente del giudizio dell’opinione pubblica. A causa di tali pregiudizi le donne che subiscono violenza sovente non si sentono sicure nel denunciare, per paura di non essere credute, rispettate e tutelate a sufficienza o, com’è già accaduto, di finire sotto la luce dei riflettori, doppiamente vittime di una società maschilista e discriminatoria. L’esempio concreto che ho riportato all’interno della tesi è relativo a un caso di violenza di genere che vede lo stupro di una ragazza di diciotto anni da parte dell’imprenditore Alberto Genovese, fatto che risale a ottobre 2020. La descrizione dell’episodio, così com’è stata fatta da diverse testate, si può riassumere in una profonda dicotomia: da un lato la deresponsabilizzazione dell’aggressore in quanto uomo ricco e potente, di successo e, come è stato definito da numerosi giornali, «un vulcano di idee» o «genio delle startup»; dall’altro lato l’invisibilità della vittima che, attraverso il silenzio e la mancanza di attenzione, vede annullata la propria identità sociale e personale. Altre testate hanno optato per una narrazione colpevolizzante, accusando implicitamente la ragazza di essersi inoltrata in luoghi non adatti alla sua giovane età ed essersi lasciata trascinare dal contesto.
Quando i giornali inizieranno a condannare la violenza di genere in quanto atto di potere e di controllo sulla donna invece che affannarsi nella disperata ricerca di alibi per il colpevole? Da queste costruzioni trapela infatti il messaggio del “se l’è cercata”, terribilmente fuorviante e nocivo, che accresce e corrobora una cultura dello stupro che purtroppo è endemica nel nostro Paese. Lo “sguardo maschile” e il linguaggio sessista dei giornali non fanno altro che legittimare e alimentare la portata del fenomeno, che invece andrebbe combattuto proprio attraverso la parola e l’inclusione di punti di vista alternativi sulla realtà. Un esempio assai recente è relativo al caso di cronaca che ha più coinvolto l’opinione pubblica negli ultimi anni: l’uccisione di Giulia Cecchettin. La copertura mediatica del femminicidio si è focalizzata molto sui dettagli della vita emotiva dell’omicida, promuovendo una narrazione romanticizzata del colpevole, che allontana dalla vera matrice che si cela dietro ogni violenza di genere: il possesso. Non esistono bravi ragazzi e nemmeno mostri incapaci di trattenere i propri impulsi, esiste solamente una sovrastruttura patriarcale che condiziona tutte/i noi e un’Istituzione che non è in grado di far fronte alle discriminazioni e alle violenze di genere attraverso politiche di sensibilizzazione ed educazione.
Questi pregiudizi e automatismi giornalistici dimostrano quanto siano necessari un cambiamento di prospettiva e una rivoluzione del linguaggio per poter realizzare un’informazione attenta al genere, a più voci, più democratica e inclusiva. Al giorno d’oggi, nonostante il progressivo incremento numerico delle giornaliste, non si è verificato un mutamento radicale del modo di fare informazione e non sono stati sufficientemente inclusi i punti di vista femminili sulla realtà. Parallelamente all’affermazione di punti di vista differenti, c’è bisogno di lavorare in primis sul linguaggio e iniziare ad analizzare determinati fenomeni attraverso un’ottica di genere.
La mia tesi si conclude proprio con quelli che sono i doveri dell’informazione in merito alla violenza di genere e gli strumenti che si possono adottare nella narrazione dei femminicidi. In particolare, ho citato l’art. 5-bis, incorporato successivamente nell’art. 5 del Testo Unico dei doveri del giornalista. Il nuovo articolo, entrato in vigore il 1° gennaio 2021, si focalizza sul rispetto delle differenze di genere nei casi di femminicidio, violenza e molestie, discriminazioni e fatti di cronaca, che coinvolgono elementi legati all’identità sessuale e all’orientamento. L’Ordine dei Giornalisti, con questa modifica, intende promuovere un uso corretto e appropriato del linguaggio nei casi di violenza di genere. Altri importanti strumenti sono Il Manifesto di Venezia, finalizzato a contrastare ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini; e La Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza. È necessario non solo rispettare fedelmente le indicazioni contenute in questi trattati, ma anche avere la consapevolezza dell’importanza del linguaggio nel veicolare l’informazione. Il modo in cui si sceglie di narrare i fatti è di fondamentale rilevanza per avere una società più inclusiva e rispettosa. Giornaliste/i, comunicatori, comunicatrici e professionisti/e dei media possono avere ancora un ruolo decisivo nel promuovere una cultura depurata da tutti gli stereotipi di genere. I giornali non sono solo lo specchio della società, ma contribuiscono attivamente a modificarla, proprio per questo il cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno deve partire anche dall’informazione.
Qui il link alla tesi integrale:
https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/289_Suem.pdf
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Articolo di Giorgia Suem

Laureata in Scienze della comunicazione all’Alma Mater Studiorum di Bologna, attualmente è studente magistrale in Editoria e scrittura presso La Sapienza di Roma. Negli anni universitari ha collaborato con diverse riviste studentesche e si è specializzata in Gender studies con una tesi triennale volta ad analizzare la narrazione giornalistica della violenza di genere.
