«Il cognome delle donne è una cosa che non esiste»

La 72esima edizione del premio Bancarella, assegnato il 21 luglio scorso, è stata vinta dalla giovane esordiente Aurora Tamigio con il romanzo Il cognome delle donne, uscito il 4 luglio del 2023 presso Feltrinelli, già vincitore del premio letterario IO Donna-Eroine d’oggi 2023. Il giudizio dei librai indipendenti è stato un plebiscito: 185 voti sui 188 disponibili. Il premio Bancarella non si basa infatti sulle vendite (comunque considerevoli: oltre 100.000 copie in un anno) o sul parere di una giuria, ma su quanto recepiscono, grazie alla loro esperienza nel settore, coloro che i libri li vendono, a loro volta lettori e lettrici di professione. La scrittrice ha raccontato di aver trovato con loro, nei tanti giri promozionali in tutta Italia, una «sinergia particolare»; preoccupata e temendo di avvertire la tensione durante gli incontri con il pubblico, invece «l’atmosfera che si respirava era leggera e rilassata. I protagonisti sono i libri più degli autori» (Corriere della Sera, 23-7-24). Ricordiamo che questo premio così longevo nasce a Pontremoli (Massa Carrara) nel 1953, quando vinse Il vecchio e il mare, ed è organizzato da Fondazione Città del Libro, Unione librai pontremolesi e Unione librai delle bancarelle.

Quando ci si sofferma su un titolo vengono in mente tante cose, pensando con curiosità alle pagine che si sfoglieranno; a me sono subito balzate all’attenzione le tante, troppe donne che, avendo dalla nascita un cognome, comunque ereditato per via paterna, lo abbandonano a favore di quello del marito, o per perpetuarne generosamente il ricordo oppure vantandosene come di un trofeo acquisito, magari anche dopo un divorzio. Dicono qualcosa i casi emblematici di Natalia Ginzburg, Letizia Moratti, Daniela Santanchè, Hillary Clinton, Michelle Obama, ma pure certe abitudini consolidate come denominare Marie Sklodowska sempre e solo Curie o conoscere Anita de Jesus Ribeiro nelle vesti di moglie di Garibaldi? Ognuna di noi, specie se ha una professione o un incarico, dovrebbe essere fiera del proprio cognome e, al massimo, aggiungere quello arrivato con il matrimonio, mai sostituirlo rinnegando in qualche modo sé stessa e le sue origini.
Su queste riflessioni si conclude il romanzo di Tamigio, nell’anno 1983, mentre le tre sorelle e figlie di mamà Selma commentano la nuova legge, convinte che tutto sommato Maraviglia sia un bel cognome. «Comincia tu a tenerti il tuo, e poi si vede», afferma sicura Lavinia a Patrizia che sta per sposarsi. Le donne della famiglia, mamma, zie, nonne ― che l’hanno ispirata, che ha pubblicamente ringraziato e di cui un po’ temeva il giudizio ― spiega la scrittrice, le hanno insegnato «come si fa a essere femmina e anche come non si fa» e l’opera, pur non essendo autobiografica, ha preso molte idee da casi a lei noti e da vicende accadute ad amiche; per combinazione trova vari riscontri e coincidenze nel recente film di Paola Cortellesi C’è ancora domani, altra forma di recupero della storia del Novecento considerata da un punto di vista femminile e dal fluire della comune memoria. 

Aurora Tamigio — foto di Adolfo Frediani

Due parole vanno spese per conoscere Aurora Tamigio; nata a Palermo nel 1988 e cresciuta a Milano, è laureata in Storia dell’arte contemporanea, ma ha studiato sceneggiatura cinematografica e ha poi lavorato nel mondo del cinema. Oggi è copywriter e scrive per aziende di design e tecnologia; è anche caporedattrice del magazine Silenzioinsala.com che rimanda alla sua passione per l’universo cinematografico, tanto che si dedica pure ai cortometraggi. Ha già pubblicato racconti su riviste specializzate e pensava di utilizzare ancora quel genere di narrativa, dividendo la storia in singoli episodi, seguendo tre generazioni, ma poi ha compreso che c’erano di fatto i capitoli pronti per farne un romanzo unitario. E così è nato il suo esordio vero e proprio, suddiviso in parti che prendono ognuna il nome della protagonista principale, iniziando da Rosa, forte, volitiva e di gran carattere, altrimenti non sarebbe sopravvissuta alle continue percosse del padre, mentre i fratelli ridacchiavano al suo dolore. E anche qui torna alla mente Delia, al centro del film di Cortellesi, vittima del marito ignorante e violento. Nonostante viva in un paesetto siciliano, sperso fra le montagne, e la sua esistenza si dipani dai primi del XX secolo fino agli anni Settanta, Rosa è una donna che non si piega e affronta gli eventi e le persone con piglio sicuro, impugnando talvolta un coltello affilato o la “cucchiara” pesante di legno, quando non bastanole parole. Appena può, lascia la casa paterna dove per lei c’è solo lavoro come una bestia da soma, senza riconoscenza, dove tutto è dovuto perché è femmina; incontra e sposa un uomo gentile, Sebastiano Quaranta, «che non si arrabbiava mai e che non sapeva come essere cattivo», che «non aveva padre, madre o sorelle, perciò Rosa aveva trovato l’unico uomo al mondo che non sapeva come suonarle». La coppia si mette a gestire con successo un’osteria, avrà due figli maschi e una femmina, Selma, ma la guerra si porta via l’uomo troppo presto, in una maniera particolarmente dolorosa, tuttavia la sua presenza sarà sempre accanto alla moglie, alla figlia e persino alle nipoti. Gli parlano, lo vedono, gli chiedono consiglio e a lui andrà l’estremo pensiero della donna, mentre le loro dita si intrecciano come una volta. «”Mi hai perdonato, Bastiano?” Mamaranna Rosa aveva detto le sue ultime parole. E Sebastiano Quaranta se l’era portata via». Una parte assai riuscita, che richiama la conclusione del citato film di Paola Cortellesi, per un caso fortuito realizzato proprio mentre questo libro stava uscendo, riguarda il momento emozionante del primo voto femminile e il referendum che coinvolge assai Rosa, persona semplice ma non sprovveduta, che vota convinta Re Pubblica, «che voleva dire la cosa di tutti, una cosa dove si avevano gli stessi diritti a prescindere che si fosse nati maschi o femmine». Si veste bene, con il cappello, i tacchi alti, «allegra come una rondine», veste a festa anche i figli e la figlia a cui fa indossare gli abiti migliori; c’era la banda, suonavano le campane e in fila le donne aspettavano emozionate il loro turno, purtroppo tutte si dovettero togliere il rossetto perché all’epoca la scheda si incollava con la “sputazza”, ma non persero la loro bellezza gioiosa.

2 giugno 1946. Al seggio elettorale — Delia è Paola Cortellesi

I due maschi prendono strade diverse, uno si fa prete, l’altro riesce a impiegarsi nel ramo dell’elettronica, quando l’industria si fa spazio anche in Italia, l’energia elettrica e gli elettrodomestici compaiono ovunque, la televisione aggrega le persone davanti al suo schermo. Selma, bionda e delicata, di poche parole e di scarso carattere, abile sarta e ricamatrice, si lascia incantare da uno scansafatiche, chiacchierone e buono a nulla, detestato subito da Rosa, che vede lontano. Per ventuno anni la coppia va avanti, mentre Santi Maraviglia continua a non combinare niente se non trasferire la famiglia in città e mettere su una bottega che non sa far fruttare, utilizzando soldi non suoi. Ma la legge, al tempo, lo consentiva. Di quale città si tratti non si sa, nel libro non se ne fa mai il nome, ma vari indizi ci portano a Palermo: il mare, il Teatro Massimo, alcune vie, Villa Malfitano, il povero leone Ciccio in una gabbia a Villa Giulia, il cimitero di Santa Maria dei Rotoli… La coppia avrà tre figlie le cui vicende seguiamo nelle parti successive del romanzo che è bello corposo, ma talmente ben scritto, piacevole, persino divertente a volte, nella sua ironia e nel suo vivace periodare, nei suoi dialoghi pungenti e nelle delicate descrizioni, che le pagine scorrono via anche troppo velocemente.

Teatro Massimo, Palermo

Patrizia, la maggiore, viene mandata a studiare in un convitto di suore dove la disciplina è rigida, le regole sono ferree, le compagne «sceme», ma ce la fa ad arrivare, prima della sua famiglia, a iscriversi all’università. Lavinia, così bionda e bella da essere paragonata a Virna Lisi, deve rinunciare ai suoi sogni per diventare cassiera in un cinema. Comunque la nonna, sempre saggia, aveva detto: «Il lavoro rende le donne intelligenti». Del resto anche per Patrizia non ci sarà il futuro desiderato perché la famiglia si sfascia con la morte prematura di Selma e il successivo matrimonio del padre che, dopo una serie di dissapori («Dentro casa era un inferno».), caccia le figlie di casa. Le più grandi hanno la responsabilità della sorellina, Marinella, nata quando (all’epoca, nel 1964) la mamma sembrava vecchia, a ben 33 anni! Ecco quindi che nella storia le loro singole vite si intrecciano perché abitano insieme e sono molto legate; sarà forse proprio la minore, brillante, studiosa e moderna, a poter ottenere una formazione adeguata e, speriamo, una professione appagante, grazie ai loro sacrifici economici, alle loro rinunce, alla loro crescita comune.
Di un romanzo tanto ricco, con numerosi personaggi significativi, come gli zii e il sempre presente Peppino Incammisa, che cita eventi reali fra cui le prime trasmissioni televisive, la discesa sulla Luna o la mitica partita Italia-Germania 3 a 1, si dovrebbe parlare a lungo, ma è bene lasciare spazio alla curiosità e alle scoperte che si possono fare via via con la lettura. Vanno tuttavia sottolineati alcuni aspetti, cominciando dal lessico ricco di metafore e vivaci paragoni: «L’odio era un rumore di fondo», «gli occhi di Santi erano umidi, una sciacquatura di iridi», «come fossero geroglifici», «sopra ai tetti come le cornacchie», «come se fosse uno scemo». Sia nei dialoghi felicemente modellati sul parlato sia nelle descrizioni compaiono spesso vocaboli dialettali che rimandano all’ambientazione siciliana: babbiare, pazziando, ammuino, amunì, fitinzia, mischino, vossia, schifìo, carnezziere, e ad alcuni cibi tipici e diffusi nell’isola: le panelle, la minestra di fave, le arancine, le cassatelle, la pasta con i tenerumi. Lo scorrere del tempo viene seguito anche attraverso oggetti-simbolo che indicano i cambiamenti sociali e nei gusti delle persone, iniziando dai film, dalle auto, dalle riviste di moda, dai dischi tanto amati da Marinella e Luciano, dalle canzoni popolari («ma cosa hai messo nel caffè?»), dalle trasmissioni televisive che si rinnovano, dall’abbigliamento sempre più disinvolto, dal taglio dei capelli: «Marinella si è tagliata i capelli corti. Tutti dicono “come la principessa Diana”, ma lei insiste che se li è fatti uguali a Madonna, tranne per il fatto che i suoi non sono ossigenati». E poi troviamo degli oggetti legati alle donne della famiglia e che passano di generazione in generazione, a cominciare dai coltelli di Rosa, utili ma persino minacciosi nelle sue mani, e dalla macchina per cucire Singer di Selma, ma vanno ricordati pure l’orologio dello zio prete e il cuscino blu ricamato con gusto e amore dalle amiche o l’anello di fidanzamento che il paziente Cosimo aspetta sei anni per poterlo finalmente infilare al dito di Patrizia: «Prima devo sistemare le sorelle mie», gli aveva detto nel 1977.

Antica macchina da cucire Singer con base in ghisa

Appagate e avvinte dalla trama, a fine lettura non ci resta che fare i complimenti alla giovane scrittrice, in attesa di una nuova prova, che ci auguriamo altrettanto convincente.

Aurora Tamigio
Il cognome delle donne
Feltrinelli, Milano, 2023, euro 9,99 (ebook) ed euro 18,05 (cartaceo) 
pp. 416

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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