Il dodicesimo dei racconti che Daniela Piegai dona a Vitamine vaganti, scritto nel gennaio 2024.
Dio viaggia su una vecchia due cavalli gialla del 1975. Ha i finestrini incollati con lo scotch dalla parte del guidatore, e una targa così vecchia e scolorita che nessun occhio elettronico riesce a leggere.
Dio ha una bandana in testa, perché nessuno le ha detto che non usa più: le fa comodo per trattenere i capelli, che porta lunghi sulle spalle, ma sugli occhi le danno noia.
Ha una sottana a fiori, Dio, e guida a piedi scalzi perché non trova scarpe comode, e ogni tanto ridacchia tra sé perché pensa a tutti i santini che la raffigurano come un vecchio pensoso, o un giovanotto con la barba bionda. Aveva genitori disfunzionali, Dio, e l’hanno sempre vestita da maschietto, ma appena ha potuto ha riconquistato la sua identità.
Fortemente, orgogliosamente. E comunque Dio è stanca. Sono secoli che le mettono in bocca precetti faticosi, concetti astrusi e non suoi, che la tirano in mezzo a stupide controversie o feroci e tremende guerre, sono secoli che un sacco di gente vive o muore in suo nome, in un potente transfert che la carica di responsabilità non sue. È anche per questo che è salita sulla decrepita due cavalli gialla e ha ripreso la strada. Il motore fa rumori poco sani, ma un meccanico si trova ovunque, e poi Dio è una camminatrice. Ha percorso sentieri appena visibili, dove la direzione era a intuito, ma in ogni caso portava da qualche parte. È andata lungo carrarecce e viottoli. Ha calpestato le pietre delle strade romane, quando ancora non avevano nome, e le pietre erano giovani. Ha girovagato nelle giungle amazzoniche, navigando su tronchi scavati, e ha solcato i mari sulle onerarie, in mezzo a tempeste che ustionavano la pelle e lasciavano nudi e salati. Ha odorato spezie nei mercati d’oriente, ha assistito alle danze dei dervisci, ha incontrato la regina di Saba, è stata nei postriboli australiani, nelle università americane, negli ospedali serbi, nei conventi romani, nelle madrase turche, nella città proibita di Beijing, quando nessuno poteva entrarci e uscirne vivo.
Sono passati i secoli, la terra si è popolata sempre di più, e si sono moltiplicati i popoli e le città e i problemi e i conflitti, trovare un posto tranquillo è diventato difficile.
E poi recentemente Dio ha adorato Kerouac, e così ha ripreso la strada. Si era dimenticata di quanto è consolante andare senza sapere dove, di quanto sono dolci le albe, quando il cielo è appena un sospiro di luce, e poi tutto diventa per un attimo rosa e arancio, subito prima di annegare nello splendore. Si era dimenticata i tramonti strappacuore, quando ci sei solo tu e la notte che arriva. Si era dimenticata i bisbigli dei passeri, giusto prima di mettere il capino sotto l’ala. E si era dimenticata i vagiti dei neonati, sotto le finestre delle puerpere, così teneri e così assoluti.
Ha ripreso la strada, Dio, e nessuno sa quali sogni, tortuosi come il cammino che fa una vecchia due cavalli, sognerà da ora in avanti, sotto i cieli splendidi e tarlati di questo universo…
In copertina: opera di Daniela Piegai (particolare).
***
Articolo di Laura Coci

Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.
