Anne Sexton, la poeta disubbidiente

Nell’immobilità dell’immagine fotografica, Anne, così bella e leggera nella sua esile figura, sembra essere serena, spensierata, mentre, con la sigaretta tra le dita, guarda chi le scatta la foto con i suoi occhi chiari.
Io mi immagino accanto a lei, a chiacchierare in giardino… E mi sovviene la fantasia di vederla liberarsi da quella posa plastica, alzarsi impetuosa, mentre getta con forza il mozzicone a terra, seguendolo nella caduta, ardente come lui. E lei, per spegnere il suo fuoco, piange disperata come una bambina appena venuta al mondo.
Chissà quante cose le frullano per la testa e io, che sono lì con lei, non voglio saperle; ma anche se le sapessi, se me le avesse confessate, io non ve le direi perché appartengono a lei soltanto.

È difficile comprendere le ragioni della mia immaginazione senza conoscere la vita di questa donna; quindi, ecco a voi la sua storia, raccontata attraverso le sue opere e le sue parole…

«Ero una ragazzina solitaria,
in un’enorme casa con quattro
garage e se ben ricordo
era estate,
di notte mi sdraiavo in giardino,
il trifoglio raggrinzito sotto di me,
le sagge stelle distese sopra di me,
la finestra di mia madre un imbuto
da cui usciva un calore giallo,
la finestra di mio padre, socchiusa […]»
(Giovane, Anne Sexton, La zavorra dell’eterno, Milano, Crocetti, 2016)

Così Anne ci racconta e ci restituisce istanti della sua infanzia, una gioventù segnata dall’agiatezza economica e da una solitudine profonda, che non può essere colmata nemmeno dalla presenza delle due sorelle. I genitori sono avvezzi all’alcolismo e Anne, all’anagrafe Anne Gray Harvey, nonostante l’ostilità e il disprezzo che entrambi nutrono nei suoi confronti, vive gli anni della fanciullezza nel timore costante di un loro potenziale abbandono.
Ad alleviarne i dolori infantili c’è la prozia “Nana”, unica figura accudente che, tuttavia, non resterà a lungo nella sua vita: i disturbi psichici di cui soffre la costringono ben presto a trasferirsi in una casa di cura dove rimarrà fino alla morte.
Il distacco dall’amata “Nana” le procura il suo primo grande dolore, una sofferenza che cercherà di lenire attraverso le poesie.
Più dissacranti, seppur conciliatori, sono gli scritti che la poeta dedica al padre:

«[..] Avevo paura di mangiare questo padre-cibo
e il Padre rise
e tracannò un Martini
trasparente come lacrime.
Era un farmaco soave
che dal mare veniva alla mia bocca
molle e grassoccio.
Lo ingoiavo.
Andava giù come un gran budino.
L’ho mangiato all’una in punto.
L’ho mangiato alle due in punto.
E poi ho riso, abbiamo riso allora
e — fammelo scrivere c’è stata una morte, 
la morte dell’infanzia
là, alla Casa dell’Ostrica
avevo quindici anni
e mangiavo le ostriche. Una bambina sconfitta:
la donna aveva vinto».
(Ostriche, Anne Sexton, Il libro della follia, Milano, La nave di Teseo, 2021)

Sono parole semplici, placide ma non soavi quelle di cui Anne si serve. E nella lettura delle poesie sembra possano ravvisarsi indizi di quel presunto abuso sessuale di cui dà conto la biografa Diane Middlebrook.

Diane Middlebrook

Intrappolata nelle consuetudini sociali della media borghesia e nei ruoli tradizionalmente attribuiti al femminile, Anne manifesta il suo dissenso e la sua ribellione fin dai tempi delle scuole: in classe fa fatica a concentrarsi e, sovente, si ribella all’autorità del corpo docente. I suoi genitori, nel tentativo di riportarla entro i confini delle consuetudini, la iscriveranno alla Garland School, un istituto professionale dove le ragazze venivano educate a diventare delle buone mogli e delle madri accudenti. Anne non resisterà a lungo e nel 1947 scapperà da quella educazione conservatrice, fuggendo con Alfred Muller Sexton che, nello stesso anno, diventerà suo marito. Insieme si trasferiranno a Boston.
Tra il 1950 e il 1951, la scrittrice lavorerà come modella presso la Hart Agency e, poco dopo, nel 1953, darà alla luce la figlia Linda. La gravidanza e la nascita della primogenita portano con sé i primi segni della malattia mentale; inizia così il suo calvario (non amava chi tentava di rintracciare nel suo disturbo una qualche forma di romanticismo) che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.
Con l’arrivo della seconda figlia, Joyce, Anne si rende conto di essere caduta nella trappola da cui aveva tentato di sfuggire con tutte le sue forze: «Fino ai ventotto anni avevo una specie di sé sepolto che non sapeva di potersi occupare di qualunque cosa, ma che passava il tempo a rimescolare besciamella e badare ai bambini. Non sapevo di avere alcuna profondità creativa. Ero una vittima del Sogno Americano, il sogno borghese della classe media. Tutto quello che volevo era un pezzettino di vita, essere sposata, avere dei bambini. Pensavo che gli incubi, le visioni, i demoni, sarebbero scomparsi se io vi avessi messo abbastanza amore nello scacciarli. Mi stavo dannando l’anima nel condurre una vita convenzionale, perché era quello per il quale ero stata educata, ed era quello che mio marito si aspettava da me… Questa vita di facciata andò in pezzi quando a ventotto anni ebbi un crollo psichico e tentai di uccidermi» (da un’intervista rilasciata alla Paris Review nell’agosto del 1968).

Non appena Alfred e le figlie si sono addormentati, una sera Anne si siede sul dondolo di casa e, con la foto di “Nana” accanto a lei, cerca la morte ingurgitando tutto il contenuto di una boccetta di gocce per dormire. Saranno il marito a salvarla e Martin Orne, lo psichiatra da cui era in cura, a indicarle la via per ordinare i suoi pensieri. Quando tutto sembra finire, quando il dono dell’esistenza affievolisce nel desiderio di scomparire, ecco che Anne ritorna alla vita grazie alle sue poesie. Provvidenziale fu l’incontro con John Holmes, il responsabile del laboratorio di poesia a cui Anna si iscrisse subito dopo aver tentato il suicidio. Fu lui, con la sua critica accanita, a farle comprendere che il suo mondo poetico meritava di esistere. Grazie a Holmes, continuò il percorso artistico, un cammino che la conduce, nel 1959, alla Boston University dove si teneva un workshop di scrittura con il poeta Robert Lowell, considerato uno degli iniziatori della poesia confessionale.
Durante il seminario, Anne conosce e stringe amicizia con la scrittrice Sylvia Plath. «Orbitavamo silenziosamente intorno alla classe e poi, dopo ogni lezione, ci infilavamo nella mia vecchia Ford e sfrecciavamo nel traffico verso il Ritz, o lì vicino. Parcheggiavo sempre davanti a un cartello ‘Zona di carico’ […] e ci infilavamo nel Ritz a bere tre o quattro Martini… Spesso, molto spesso, Sylvia e io parlavamo a lungo dei nostri primi tentativi di suicidio, a lungo, nel dettaglio, in profondità, tra una nocciolina e l’altra»; «parlavamo della morte e questo per noi rappresentava la vita» (Anne Sexton, A Self-Portrait in Letters, Boston, Houghton Mifflin Harcourt, 2004).

Sylvia Plath

Il loro è un incontro proficuo sotto tutti i punti di vista: Anne e Sylvia parlano di poesia, di vita e di morte, condividono i pensieri e si rispecchiano una nell’altra. Le due donne resteranno unite indissolubilmente nella fine e, al di là di essa, nell’appartenenza artistica. Entrambe sono infatti ricondotte e riconosciute come rappresentanti di rilievo della poesia confessionale (o confessionalismo), genere in cui il vissuto personale di chi scrive domina e pervade l’intero testo.
Sylvia, precedendo la sua grande amica e collega, si uccise col gas del forno della sua cucina nel 1963.

«Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,
la morte che tutte e due dicevamo di aver superato,
la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry».
(La morte di Sylvia, Anne Sexton, Live or die, Boston, Houghton Mifflin Harcourt, 1970)

Anne si immerge completamente nella scrittura.

Anne Sexton, Live or die, 1967

Quattro anni dopo, nel 1967, vince il Premio Pulitzer per la poesia con la sua raccolta Live or die, la terza dopo To Bedlam and Part Way Back del 1960 e All My Pretty Ones del 1962. Il testo raccoglie i suoi traumi, i suoi pensieri maniacali, il suo sentirsi inadatta nel ruolo di madre e di moglie. Anne racconta le violenze coniugali, la dipendenza dall’alcol e dagli psicofarmaci; si mette a nudo.
Love Poems, la produzione off-Broadway della sua commedia Mercy Street, entrambe del 1969, e Transformations (1972) portano l’autrice all’apice della notorietà.
Durante i primissimi anni Settanta, Anne vive una sorta di doppia vita: nella sfera pubblica, gode di un grandissimo successo; le sue raccolte, le sue poesie continuano a essere pubblicate, riscuotendo numerosi apprezzamenti. Ma nella sfera privata tutto crolla: è sempre più dipendente dagli psicofarmaci e dall’alcol, ha continue ricadute depressive e si sente sempre più sola. Dopo il divorzio dal marito, nel 1973, la situazione peggiorerà ulteriormente e anche il rapporto con le figlie ne risentirà.

«[…] Linda, stai lasciando
il tuo vecchio corpo ora.
Mi hai svuotato il portafogli,
hai rastrellato tutte le mie fiches
da poker, mi hai ripulita,
e mentre il fiume fra di noi
si restringe tu fai ginnastica ritmica,
tutta gambe trasmetti segnali donneschi.
Ti chiedo ragguagli e tu
tu stai per cucirmi un sudario,
brandisci il pollo arrosto del lunedì
e lo sbudelli col pollice.
Ti chiedo ragguagli e tu
stai per vedere la mia morte
sbavare da queste labbra grigie
mentre tu, mia ladra, mangi frutta e ammazzi il tempo».
(Madre e figlia, Anne Sexton, Il libro della follia, Milano, La nave di Teseo, 2021)

Il 4 ottobre del 1974 Anne scese in garage, accese il motore della sua macchina e si lasciò morire inalando il monossido di carbonio.
Le raccolte 45 Mercy Street, Words for Dr. Y: Uncollected Poems with Three Stories e The Complete Poems saranno pubblicate postume, rispettivamente nel 1976, nel 1978 e nel 1981.

Quante cose ci sarebbero ancora da dire su di te, Anne; potremmo scrivere centinaia di pagine sulle tue poesie così sincere e libere, ricordare quanto tu sia stata fondamentale per tutte le donne, soprattutto per quelle che come me amano scrivere. Nei tuoi lavori, non avevi paura di parlare di mestruazioni, di aborto, masturbazione e adulterio. «Esiste qualche apparecchio per il mio cuore? / Ho solo un aggeggio che si chiama vibratore»… Eri così sfacciata e soprattutto, che è la dote più grande che una donna possa avere, disubbidivi.
Io non lo so, Anne, se fra cent’anni ci incontreremo in qualche giardino, se ti vedrò seduta a fumare una sigaretta, ma se succederà spero che tu non pianga più, che beva per il piacere e non per il dolore, che finalmente tu sia una “strega” felice. Se qui qualcuna potrà esserlo sarà anche grazie a te che ci hai aperto la strada.

«Sono uscita, una strega posseduta,
infestando l’aria nera, più coraggiosa di notte;
sognando il male, ho fatto il mio giro
sulle case sbiadite, luce dopo luce:
creatura solitaria, con dodici dita, fuori di testa.
Una donna così non è una donna, circa.
Sono stata come lei.
Ho trovato le caverne calde nei boschi,
le ho riempite di padelle, incisioni, ripiani,
armadi, sete, una gran quantità di roba;
ho preparato la cena per i vermi e gli elfi:
gemendo, riequilibrando ciò che era squilibrato.
Sono stata come lei.
Sono stata sul tuo carro, tu che lo guidavi,
ho salutato con le braccia nude i paesi che scorrevano via, imparando gli ultimi percorsi luminosi, sopravvissuta
dove le tue fiamme mordono ancora la mia coscia
e le mie costole si spezzano dove la tua ruota gira.
Una donna così non si vergogna di morire.
Sono stata come lei».
(Come lei, Anne Sexton, Una come lei e altre poesie, Pistoia, Via del Vento, 2010)

***

Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

Lascia un commento