Subito dopo le elezioni legislative francesi, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha preso tempo e, per due mesi, il Paese è rimasto senza governo in nome della “tregua olimpica”: la tradizione greca vuole che, durante le Olimpiadi, ogni conflitto sia sospeso (eppure, tale tregua è stata militarmente violata da Israele, dalla Russia e dall’Ucraina, ma su questa violazione, che avrebbe dovuto comportare l’esclusione dai giochi di tutti e tre i Paesi, Macron non ha avuto molto da eccepire).
Anche se nessuno ha ottenuto la maggioranza assoluta, i risultati elettorali del 9 giugno, del 30 giugno e del 7 luglio sono stati chiari. Prima una larga maggioranza, di destra e di sinistra, ha rifiutato il progetto neoliberista incarnato da Emmanuel Macron; poi, davanti al rischio di vittoria dell’ex Front National, una massiccia mobilitazione ne ha impedito il trionfo. Il popolo francese ha detto di no tanto al nazionalismo e al razzismo quanto al neoliberismo.

Il 7 luglio scorso, per sbarrare la strada all’ascesa del Rassemblement National (RN), la Francia ha di nuovo dato vita al “fronte repubblicano” (la coalizione di tutti gli schieramenti contro l’estrema destra, dinamica che si ripete dal 2002). I candidati e le candidate di Ensemble pour la République, la coalizione macronista, e del Nouveau Front Populaire, la coalizione di sinistra, si sono presentate insieme, rinunciando alla propria candidatura in molte circoscrizioni per sostenere chi aveva più speranze di sconfiggere il candidato o la candidata nazionalista.
L’unico elemento che non ha partecipato al “fronte repubblicano”, è Les Républicains, partito di destra più o meno gollista fondato da Nicolas Sarkozy, che è risultato essere l’ultima forza politica alle elezioni e quella con meno seggi all’Assemblée Nationale.
Nonostante abbia ottenuto numerosi seggi grazie all’alleanza con la sinistra, stretta in extremis e controvoglia per fermare lo storico “nemico della République”, Ensemble è l’unica coalizione che è drasticamente calata nelle ultime elezioni; il Front Populaire, invece, è arrivato in testa con un programma che prevedeva in primis l’abolizione della famigerata riforma delle pensioni dello scorso anno: è chiaro il messaggio che il popolo di Francia sta dando al proprio presidente.
Come Trump nel 2020, Emmanuel Macron non ha ammesso la propria sconfitta, limitandosi a dichiarare che «nessuno ha vinto»; ha poi rifiutato le dimissioni del primo ministro uscente Gabriel Attal e ha infine preso tempo, tanto tempo, troppo tempo, abbastanza da far innervosire partiti, sindacati, associazione della società civile e la popolazione tutta.
Contrariamente a tutte le aspettative, che davano per scontata la spaccatura tra La France Insoumise (LFI) e il Partito Socialista (PS), il Front Populaire è rimasto compatto. Dopo vari dubbi iniziali, tutte le componenti della sinistra hanno concordato di proporre Lucie Castets come prima ministra. Si tratta di una donna giovane, alta funzionaria dell’economia e del tesoro, non schierata con un qualche partito ma da decenni impegnata nella lotta contro i tagli ai servizi sociali e soprattutto figura di spicco nell’opposizione alla riforma delle pensioni. Se Macron sperava di seminare zizzania tra le figure chiave della sinistra, le ha invece viste arrivare nel suo ufficio insieme e senza alcun disaccordo: Lucie Castets (candidata prima ministra del Nouveau Front Populaire), Mathilde Panot e Manuel Bompard (rispettivamente la capogruppo all’Assemblée Nationale e il coordinatore nazionale de La France Insoumise dopo le dimissioni di Jean-Luc Mélenchon), Fabien Roussel (segretario del Partito Comunista Francese), Olivier Faure (segretario del Partito Socialista) e Marine Tondelier (presidente e portavoce del partito ecologista Europe Ecologie Les Verts e di fatto moderatrice del Front Populaire in caso di dissidi interni).
Invece di rispettare i risultati elettorali, tutte le formazioni della destra più o meno estrema hanno dichiarato che avrebbero immediatamente fatto cadere un governo in cui siedano ministri provenienti da La France Insoumise.
È bene tenere a mente che, diversamente da quella italiana, la Costituzione della V Repubblica francese non prevede che il governo nominato dal presidente della Repubblica chieda la fiducia alle Camere (può farlo per cortesia ma non è obbligato), mentre può cadere se sfiduciato dall’Assemblée Nationale (il Senato non ha questo potere, si limita a modificare le leggi) o se licenziato dal presidente della Repubblica a propria discrezione.
Davanti all’ostruzionismo delle destre, Mélenchon ha proposto di limitarsi ad appoggiare dall’esterno un governo di Lucie Castets senza parteciparvi con propri ministri. Chi si aspettava un muro contro muro è rimasto spiazzato da tanta accondiscendenza.
Dunque Macron ha chiesto il parere… di Marine Le Pen. Parere che non si è fatto attendere: «Non ha senso, non cambierebbe assolutamente nulla, il Front Populaire è diretto da La France Insoumise, che vorrebbe permettere l’immigrazione clandestina e portare il caos nel Paese!», ha affermato la figlia di Jean-Marie Le Pen.
Mentre Macron prendeva tempo, il governo uscente (automaticamente in carica fino alla nomina di quello successivo, ovvero a totale discrezione del capo dello Stato) preparava la Loi budget (legge finanziaria). Ecco perché tanta attesa: Macron voleva la certezza che a disegnare la futura economia francese fosse un liberista.
Ed ecco infine la risposta dell’inquilino dell’Eliseo: «In nome della stabilità istituzionale» non è possibile affidare un governo alla sinistra. Con o senza LFI, Lucie Castets non sarà prima ministra.
I risultati delle elezioni più partecipate degli ultimi quarant’anni sono stati ridotti a carta igienica.
Sperando ancora di spaccare la sinistra, Macron ha cercato figure alternative a Lucie Castets tra l’ala destra del Partito Socialista, figure che potessero piacere a Les Républicains (partito che un tempo rappresentava la destra moderata, oggi fagocitata da Macron, e che attualmente oscilla tra la destra liberista di Ensemble e quella nazionalrazzista dell’RN) ma non al resto della sinistra.
Una di queste figure è stata quella di Bernard Cazeneuve, ex ministro dell’interno e poi primo ministro al posto di Manuel Valls sotto la presidenza di François Hollande. Cazeneuve è l’autore della legge sulla sicurezza che autorizza i poliziotti a sparare su chi non si ferma a un posto di blocco. La più nota vittima di questa legge è Nahel, il diciassettenne di origini algerine che il 27 giugno 2023 fu assassinato a freddo a Nanterre (in banlieue parigina), facendo scaturire una settimana di rivolte spontanee in tutta la Francia. La nomina di Cazeneuve sarebbe stata un ulteriore schiaffo alla sinistra, il cui programma prevedeva una riforma della polizia per evitarne i frequenti crimini razzisti. Ma i socialisti, stufi del comportamento del presidente, non sono caduti nel tranello e sono rimasti compatti con il resto del Front Populaire.

Oltre alla propria personale ottusità, Macron sta mostrando anche tutti i limiti della Costituzione di una V Repubblica in cui troppo potere è concentrato nelle mani di un’unica persona. Dunque, si può dire che se Emmanuel Macron è il padre di questo disastro, Charles De Gaulle ne è il nonno. Ecco perché La France Insoumise propone da tempo il passaggio alla VI Repubblica.
Di fronte al comportamento di questo presidente arrogante e autoritario, La France Insoumise ha sfoderato l’arma estrema, l’ultima via istituzionale possibile che la Costituzione prevede nel caso in cui il capo dello Stato non rispetti le scelte democratiche: la destituzione. È una procedura complicata che difficilmente andrà a buon fine (richiede l’accordo dei due terzi del Parlamento), ma è già un segnale forte. Se in un primo momento tale proposta ha spiazzato la sinistra e contrariato il Partito Socialista, ha invece raccolto in seguito l’unanimità del Front Populaire, maggioritario all’Assemblée Nationale, e, per il momento, il silenzio dell’RN. La difficoltà principale, si trova nel fatto che tale procedura, per arrivare a compimento, dovrà essere approvata da un’improbabile alleanza fra i due fronti, quello popolare e quello nazionale, spaccando il terzo fronte, quello repubblicano.
Due mesi dopo le elezioni, Macron ha sciolto le riserve e nominato come primo ministro Michel Barnier, membro de Les Républicains, il partito che ha ottenuto meno voti e meno seggi e che non ha partecipato al “fronte repubblicano” contro l’estrema destra. Barnier, ex commissario europeo durante le trattative per la Brexit, è noto per aver votato contro la legalizzazione dei matrimoni omosessuali e contro l’inserimento nella Costituzione del diritto all’interruzione di gravidanza e a favore della durissima legge razzista dello scorso dicembre, poi in gran parte bocciata dal Consiglio Costituzionale. Barnier, convinto che il problema economico della Francia e dell’Europa sia l’immigrazione, governerà con l’appoggio del Rassemblement National. Nel suo governo, composto da omofobi e razzisti, nessun ministero importante è attribuito a una donna. Si parla già di una nuova riforma delle pensioni. Persino Gabriel Attal, ex primo ministro e ora capogruppo di Ensemble all’Assemblée Nationale, è a disagio per un governo «così tanto a destra» e alcuni deputati della ormai minoranza presidenziale hanno lasciato il proprio gruppo parlamentare e non escludono il votare la mozione di sfiducia proposta dalla sinistra.
È per questo risultato che milioni di persone hanno votato il 7 luglio? Persino un governo del Rassemblement National avrebbe tenuto più conto dei risultati delle urne.

Non è la prima volta che la volontà popolare francese viene presa in giro. Nel 2005, sotto la presidenza di Jacques Chirac, un referendum aveva bocciato la Costituzione europea, che fu poi approvata ugualmente dal Parlamento e dal governo. Questo fatto, che contribuì notevolmente ad abbassare l’affluenza alle urne di un popolo beffeggiato dalle proprie istituzioni, è una delle cause che spingono tante persone a sostenere le liste più nazionaliste alle elezioni europee.
Marine Le Pen propone, in assenza di una maggioranza, di indire referendum su ogni tema su cui il parlamento non riesca a trovare un accordo: con il suo comportamento, Macron si è dimostrato addirittura più autoritario di colei che viene spesso accomunata al fascismo.
«Il popolo francese è stato derubato delle elezioni per dare vita a quello che è quasi un governo di Monsieur Macron e Madame Le Pen», ha commentato Jean-Luc Mélenchon all’indomani della nomina di Michel Barnier.
Nel 1789, la Rivoluzione che condusse alla decapitazione del Re Luigi XVI e alla proclamazione della I Repubblica esplose per cause meno gravi della situazione odierna. Già lo scorso anno, durante le massicce manifestazioni contro la riforma delle pensioni, circolava lo slogan «Louis XVI, Louis XVI, on l’a décapité; Macron, Macron, on peut recommencer!»
La Storia del Novecento ci insegna che il capitalismo neoliberista non ha mai cercato un consenso: senza arrivare a citare governi estremamente sanguinosi come quello di Augusto Pinochet in Cile o Jorge Videla in Argentina, basti pensare a Margareth Tatcher nel Regno Unito per vedere come le riforme liberiste vadano di pari passo con le violenze di polizia e l’aumento della repressione. In questo caso, oltre alle violences policières a cui la Francia è già abituata, il neoliberismo mostra il suo volto autoritario sotto forma di totale e spudorato diniego di quanto emerso dalle urne. È tipico del neoliberismo il parlare alle classi sociali più agiate escludendo o insultando quelle meno abbienti.
Fin dalla prima elezione, Macron si è posto come alternativa all’estrema destra, che però era l’unica con la quale accettava di confrontarsi, non riconoscendo l’esistenza di una sinistra (nonostante questa abbia superato il 21% dei voti alle elezioni presidenziali del 2022 e il 27% all legislative dello stesso anno). Di nuovo, nel 2022, ha rifiutato di partecipare al dibattito tra tutti i candidati prima del primo turno ed è comparso in televisione solo alla vigila del secondo, confrontandosi sempre e solo con Madame Le Pen e mai con Monsieur Mélenchon. Ed eccolo, nel dicembre 2023, votare la legge sull’immigrazione insieme alla sua sfidante televisiva.

La gravità della situazione che Macron ha creato costringe a porsi alcune domande.
Cosa deve imparare da questa lezione chi, già sfiduciato nei confronti delle istituzioni, è comunque andato a votare a luglio contro Macron e contro l’estrema destra?
Come fa la popolazione a non sentirsi truffata e presa in giro da questo «colpo di forza» e «furto di democrazia» (come tutta la sinistra furiosa definisce il comportamento disonesto di Emmanuel Macron)?
Quanta legittimità si può attribuire a un siffatto governo?
Si può ancora continuare a sostenere che la destra “repubblicana” e liberista sia lo sbarramento e l’alternativa all’estrema destra razzista e nazionalista?
Chi è a questo punto il vero “nemico dei valori repubblicani” (come i macronisti chiamano al tempo stesso il Rassemblement National e La France Insoumise)?

Il 7 settembre Parigi ha visto sfilare circa 160mila persone in difesa della democrazia e oltre 150 manifestazioni analoghe avevano luogo in tutta la Francia. Mentre la folla scandiva «Lucie Castets à Matignon, sinon Macron déstitution» (Matignon, è il palazzo sede del capo del governo), Jean-Luc Mélenchon ha preso la parola: «La Rivoluzione del 1789 ha impresso nella Storia un concetto molto chiaro: nessuno, neanche il monarca, è più sovrano del popolo».
L’estrema destra accusa spesso La France Insoumise di «fomentare rivolte anziché indire manifestazioni»: visto che ormai neanche una vittoria elettorale è efficace, quale altro strumento rimane al popolo sovrano per farsi ascoltare?
Link ai due discorsi di Jean-Luc Mélenchon citati nel testo: https://www.youtube.com/live/TTdgYser-0U
https://www.youtube.com/watch?v=egBrcpbTCKg
Link al commento di Marine Le Pen alla proposta di Mélenchon:
https://www.dailymotion.com/video/x94mmpc
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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.
