Riappropriarsi del corpo/resistere al bio-potere. Tre casi di studio

Cosa accomuna prostitute, streghe e ravers? In apparenza, tali categorie sembrano profondamente eterogenee, al punto da non condividere alcun tratto distintivo. Tuttavia, un elemento cruciale le unisce: tutte e tre incarnano forme di “mostruosità” all’interno del contesto sociale e culturale. Il “mostro”, inteso storicamente come figura anomala e minacciosa, è sempre stato perseguitato, esiliato o represso. Per comprendere le ragioni di tale ostilità è utile richiamare l’etimologia stessa della parola “mostro”, derivante dal latino monēre, ossia “avvisare” o “ammonire”. In questo senso, come ha osservato Susan Stryker, il mostro funge da messaggero che annuncia l’avvento di qualcosa di straordinario e perturbante. Proprio per questo motivo l’immaginario mostruoso ha rappresentato un punto cruciale all’interno della speculazione femminista. Particolarmente rilevante, in tal senso, è il ruolo assunto dal “potenziale mostruoso”, ovvero il potenziale sovversivo che il mostro porta con sé.
Le prostitute, spesso stigmatizzate e marginalizzate, rappresentano una sfida diretta alle norme morali e sociali. La loro esistenza trasgredisce le convenzioni, infrangendo l’immagine tradizionale della sessualità, e per questo motivo vengono percepite come minaccia alla moralità dominante. Le streghe, perseguitate storicamente, simboleggiano la paura dell’ignoto e la ribellione contro il potere patriarcale. La figura della donna che esercita un potere autonomo è stata per secoli interpretata come mostruosa, giustificando così la lunga stagione di caccia alle streghe. In tal caso, la “mostruosità” si identifica con il rifiuto di conformarsi ai ruoli socialmente imposti, o con l’uso di una libertà derivante da un sapere occulto o proibito. Infine, le ravers, con il loro stile di vita alternativo e il culto della festa, sfidano le norme culturali e sociali, rendendosi visibili come minaccia all’ordine costituito. La loro ricerca di esperienze estreme, spesso mediante l’uso di sostanze psicotrope, e la loro capacità di creare comunità autonome, le collocano in una dimensione di alterità “mostruosa”, non solo per il rifiuto della quotidianità, ma per la creazione di spazi di libertà collettiva. In definitiva, prostitute, streghe e ravers, pur appartenendo a contesti differenti, condividono un’identità “altra” rispetto alla norma dominante.

Obiettivo principale di questa tesi è stato analizzare come la costruzione di mostruosità, da un punto di vista culturale e sociale, si sia intrecciata con i movimenti di resistenza operati da delle comunità di identità fortemente marginalizzate, le quali hanno lottato contro il potere oppressivo che ha agito nei loro processi di soggettivazione. Adottando un approccio storiografico, si è collocato lo sviluppo di queste identità all’interno dei rispettivi contesti storici, esplorandone le esperienze mediante il ricorso a contributi di natura interdisciplinare. In tale quadro, si è posto l’accento sui meccanismi di controllo biopolitico esercitati sui corpi e sulle modalità attraverso le quali queste soggettività hanno tentato di sfuggire a tali forme di dominio.
Un riferimento teorico imprescindibile è stato rappresentato dalla filosofia di Michel Foucault. Sebbene questi non si sia mai dichiarato esplicitamente vicino al femminismo, il suo approccio al potere come esercizio diffuso, anziché come attributo di specifici gruppi sociali, ha fornito strumenti fondamentali per l’analisi nell’ambito dei gender studies. Foucault ha sottolineato come il potere si manifesti mediante relazioni sociali multiple e non solo attraverso strutture di dominio verticali, mettendo in evidenza il legame tra produzione di potere e produzione di sapere. Nelle opere Nascita della clinica (1963) e Sorvegliare e punire (1975) egli ha esplorato come le pratiche disciplinari e le istituzioni, carcerarie o sanitarie, agiscano sui corpi e sulle identità, suggerendo che l’oppressione non deriva solo dalle élite, ma si perpetua anche tramite il controllo sociale reciproco.

È il 1860 quando, a causa della dilagante epidemia di sifilide tra gli eserciti italiani, Camillo Benso conte di Cavour emana un provvedimento speciale per la regolamentazione della prostituzione. Il Provvedimento Cavour, rimasto in vigore fino al 1888, si basava su un rigido sistema di controllo, prevedendo l’obbligo di schedatura per tutte le donne che esercitavano il mestiere di prostituta, l’imposizione della visita ginecologica bisettimanale e il conseguente invio al sifilicomio per quelle risultate infette. Più di mezzo secolo dopo assistiamo, invece, all’introduzione del Titolo X del Codice Rocco. Intitolato, Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe, esso intendeva rispondere alle nuove necessità demografiche dettate dal progetto coloniale dell’Impero fascista. Il Titolo X rappresentava una decisa presa di posizione nei confronti della gestione della condotta sessuale della popolazione civile dell’Impero. Perseguendo il reato d’aborto, la promozione dei contraccettivi e il contagio di sifilide e blenorragia, esso si configurava come una elaborata strategia di controllo dei corpi della cittadinanza. Giungendo, infine, ai giorni nostri, l’emanazione del Decreto Anti-Rave del 30/12/2022, n. 199, a opera del governo Meloni, ha generato una notevole eco mediatica nel contesto italiano. Tale legge è subentrata, di fatto, a limitare radicalmente il potenziale sovversivo degli incontri musicali illegali, così minando l’autonomia dei corpi a essi partecipanti.

Ripercorrendo le modalità attraverso cui tali sistemi di controllo si sono sviluppati, radicale protagonismo è stato conferito alle soggettività da questi oppresse. L’attenzione è stata posta, dunque, sulle forme di resistenza direttamente da loro operate. Il primo capitolo, intitolato “Prostitute”, esplora la storia della prostituzione nell’Ottocento, focalizzandosi sull’impatto della Legge Cavour del 1860 e sulle modalità in cui tali implicazioni normative abbiano reso le lavoratrici sessuali italiane “soggetti docili”, successivamente analizzando come esse abbiano tentato di evadere il regime di controllo sanitario che su di loro gravava. Il secondo capitolo, “Streghe”, si concentra invece sull’analisi dello sviluppo dell’immaginario della stregoneria durante la mobilitazione femminista degli anni Sessanta e Settanta, considerando l’impatto avuto dalla retorica fascista e dalla Chiesa cattolica nelle politiche nataliste. Si è dato, infine, particolare rilievo alle pratiche di autocoscienza e Self-Help, che hanno trasformato l’immaginario della stregoneria in una rivendicazione di saperi legati alla salute sessuale e riproduttiva. Il capitolo finale esamina lo sviluppo delle identità “Ravers” come parte del processo di costruzione dell’”abietto” che ha caratterizzato le controculture degli anni Ottanta e Novanta. Esaminando il complesso contesto storico durante il quale si è andato elaborando lo spazio dei rave, essi sono stati letti come spazi di desiderio al tramonto del sogno rivoluzionario del Sessantotto e del Settantasette. Particolare attenzione è stata posta dunque tanto sulla creazione di spazi “sospesi nel tempo” quanto sulle strategie d’evasione offerte dal ricorso a sostanze psicotrope.

Nonostante la complessità derivante dall’analisi di tre casi di studio apparentemente eterogenei, l’intento del presente lavoro è stato quello di evidenziare come tali filoni di ricerca interagiscano tra loro, offrendo, attraverso lo studio del passato, un contributo all’analisi della centralità dei corpi e del loro ruolo nel rapporto dialettico con il potere.
In questo contesto, il concetto di “alleanza dei corpi”, tratto dall’opera di Judith Butler Notes Toward a Performative Theory of Assembly (2015), emerge come un elemento cruciale per comprendere le dinamiche di tali resistenze. Butler teorizza infatti che le soggettività abiette, coloro che sono ritenute/i “inammissibili” all’interno della sfera pubblica, possano trovare forza e legittimazione ricorrendo a forme di alleanza collettiva. Questi corpi, riunendosi e manifestandosi, non solo rivendicano la propria esistenza, ma creano nuove modalità di apparizione e di risposta nei confronti del potere che tenta di invisibilizzarli o disciplinarli.
Le prostitute, le streghe e i ravers, sebbene collocati in epoche e contesti differenti, condividono un’esperienza comune di oppressione e marginalizzazione, ma soprattutto di resistenza, la quale si esprime attraverso la rivendicazione di spazi di libertà e la creazione di reti comunitarie alternative. Questa alleanza, inoltre, non è solo fisica, ma anche simbolica: è un atto di rifiuto dell’isolamento imposto dal potere, una forma di solidarietà che si oppone alla frammentazione e alla stigmatizzazione. Lungi dall’essere passivi oggetti di controllo, i “mostri” si trasformano in soggetti attivi che, attraverso la resistenza collettiva, mettono in discussione le strutture di potere che li opprimono, aprendo spazi di possibilità per nuove forme di soggettività e comunità. Questa tesi, dunque, intende contribuire alla comprensione di come le soggettività marginalizzate non solo subiscano, ma reagiscano e trasformino le dinamiche di potere a cui sono sottoposte, evidenziando al contempo il potenziale politico e sovversivo insito in tali forme di alleanza.

Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/291_Costa.pdf

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Articolo di Caterina Costa

Laureata in Letterature moderne, comparate e postcoloniali con indirizzo in Women and Gender Studies presso le Università di Bologna e di Granada, nel 2024 ha conseguito un Master in Studi e politiche di genere presso l’Università di Roma Tre. La sua ricerca riguarda il rapporto vigente tra i generi e la costruzione del discorso medico-scientifico, con il ruolo politico assunto dalla dimensione corporea.

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