«Vittime sacrificabili». Intervista ad Alice Boffi

La mia terza intervista ad Alice Boffi per Vitamine vaganti è stata registrata da remoto il 7 ottobre 2024, esattamente un anno dopo la pubblicazione della prima, per singolare coincidenza avvenuta lo stesso giorno dell’efferato attacco di Hamas a civili israeliani.
La seconda è apparsa on line l’11 gennaio 2024, a tre mesi dall’inizio di una nuova, terribile fase del conflitto israelo-palestinese. Questa terza avrebbe dovuto svolgersi in Italia, ma, al momento, a questa giovane donna coraggiosa non è stato possibile rientrare (temporaneamente) nella propria città di origine.
Alice ha trentaquattro anni; dopo la laurea in Mediazione linguistica e culturale (Università Statale di Milano) ha frequentato un master in lingua inglese in Politica globale e relazioni internazionali (Università degli Studi di Pavia); dopo aver operato per diversi anni in Libano, lavora attualmente ad Amman, in Giordania, per Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione delle persone rifugiate palestinesi nel Vicino Oriente.

Una famiglia sfollata che ha trovato accoglienza in un rifugio di emergenza dell’Unrwa nel campo profughi di Nahr el-Bared, in Palestina, nel nord del Libano, settembre 2024. © 2024 Unrwa, foto di Maysoun Mustafa

Nelle ultime settimane sei stata in Libano, poi sei riuscita fortunosamente a rientrare in Giordania…
Le due settimane in Libano (dal 12 al 28 settembre) sono state davvero pesanti. La mia famiglia è fortunata ad avere casa in una zona a trenta chilometri a nord di Beirut, in un’area residenziale a maggioranza cristiana, che per ora non è un target degli attacchi israeliani.
Durante la prima settimana di permanenza, abbiamo vissuto come in una bolla, una vita quotidiana normale, ma dalla seconda settimana (a partire dal 20 settembre) gli attacchi si sono intensificati raggiungendo il culmine il 22 settembre, quando ci sono stati cinquecento morti in un giorno: la vita è diventata più difficile, la bolla è scoppiata, perché (pur essendo in una zona ancora sicura) eravamo raggiunti dalle notizie circa il numero dei morti e l’avanzare dei bombardamenti.
Il Libano si trova in una posizione geografica schiacciata tra Siria e Israele, è possibile lasciarlo soltanto per via aerea (e d’altra parte non saremmo potuti sfollare in Siria, perché per cittadine e cittadini europei occorre il visto). L’aeroporto si trova nella parte sud di Beirut, confina con il quartiere Dahieh, a maggioranza musulmana, che è parte integrante della città e che è oggetto di pesantissimi bombardamenti israeliani: il governo di Israele — va ribadito — sta compiendo attacchi su un paese terzo sovrano, su quartieri civili e residenziali. Dunque, per raggiungere l’aeroporto e prendere il nostro volo sabato 28 settembre, sapevamo di dover attraversare la città da nord a sud e in particolare quella zona.

In un rifugio di emergenza dell’Unrwa nel Centro di formazione di Siblin, le équipe e i partner dell’Unrwa organizzano attività di supporto psicosociale per i bambini, compresi i rifugiati palestinesi, libanesi e siriani. © Unrwa 2024, foto di Maysoun Mustafa

Il 28 era il giorno successivo al bombardamento massiccio che aveva ucciso il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah: il tragitto fino all’aeroporto è stato relativamente tranquillo, vedevamo però alzarsi le colonne di fumo dei bombardamenti.
Mentre eravamo in fila al check-in è arrivata la conferma dell’uccisione del leader di Hezbollah, il partito islamico sciita che controlla l’aeroporto e il porto di Beirut: tantissimi addetti, allora, hanno lasciato il posto di lavoro per unirsi alle manifestazioni di dolore e di perdita del leader.
Il nostro aereo è partito con un’ora e mezza di ritardo, perché non c’era personale a caricare i bagagli e non c’era elettricità, i rulli trasportatori non funzionavano e le valige (cumuli di valige!) andavano caricate a mano. Dopo un viaggio avventuroso, comunque, siamo arrivati ad Amman, con quasi tutti i bagagli (abbiamo perso soltanto una parte della carrozzina della nostra bimba).

Libano, l’Unrwa apre ulteriori rifugi per gli sfollati. © Unrwa 2024, foto di Maysoun Mustafa

Tu e la tua famiglia avete lasciato il Libano con un volo di linea libanese, pagando regolarmente il biglietto. Lo stato italiano non si è mobilitato per favorire il vostro rimpatrio?
C’è stato un significativo ritardo nella mobilitazione dell’ambasciata italiana. Io avevo regolarmente segnalato alla Farnesina la mia presenza, quella di mio marito libanese e di mia figlia, con doppia cittadinanza libanese e italiana, dal 12 al 28 settembre; l’escalation ha avuto inizio a partire dal 22, ma non c’è stata alcuna comunicazione da parte dell’ambasciata italiana a Beirut. I connazionali sono stati poi incoraggiati a partire con i voli commerciali disponibili, pochissimi e saturi, per di più carissimi: i prezzi sono saliti alle stelle. Non si è voluto parlare di guerra, di evacuazione… non si è voluto parlare di Israele, di invasione… si è utilizzato un linguaggio edulcorato teso a minimizzare quanto sta accadendo. Le prime comunicazioni ufficiali relative a voli charter organizzati dallo stato italiano sono state tre o quattro giorni fa: il primo volo per trasportare connazionali dalle aree più colpite (il sud del Libano, la Beqaa) è partito giovedì 3 ottobre; sabato 5 ottobre la Farnesina ha inviato una mail a tutti gli italiani che risultavano negli elenchi, mettendo a disposizione un charter in partenza mercoledì 9 ottobre con arrivo a Roma Fiumicino, al prezzo di 300 euro più 30 dollari per diritti di agenzia, con la precisazione che una volta in Italia ciascuno avrebbe dovuto provvedere alla propria sistemazione.

Vista di una scuola dell’Unrwa trasformata in rifugio a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, novembre 2023. © Unrwa 2023, foto di Ashraf Amra

Avevi preventivato di venire qualche giorno in Italia per fare visita alla tua famiglia di origine, con tuo marito e tua figlia…
In Giordania, ad Amman, la situazione è tranquilla, ci sono più voli rispetto a quelli che partono dal Libano, da Beirut, la situazione è stabile. Martedì 1° ottobre, però, il lancio di razzi dall’Iran verso Israele ha attraversato il cielo di Amman, alcuni di questi razzi sono caduti perché intercettati dalla difesa aerea degli Stati Uniti (autorizzata dal governo giordano); sono caduti interi o a pezzi, rappresentando un evidente pericolo per la popolazione civile, costretta a mettersi al coperto per evitare di essere colpita dai detriti. Il nostro volo, previsto per venerdì 4 ottobre, è stato annullato per ragioni di sicurezza, anche se la Giordania non è un target di Israele, è in pace con Israele ed è alleata degli Stati Uniti, di cui ospita basi e armamenti.

Bambini e famiglie tra le tende dopo le forti piogge a Deir al-Balah, Striscia di Gaza, settembre 2024. © 2024 Unrwa, foto di Ashraf Amra

Ora, una serie di domande ‘a un anno dal 7 ottobre 2023’, alle quali ti chiedo di rispondere declinando il tuo punto di vista di operatrice umanitaria e lo stato d’animo della popolazione civile.
Iniziamo dalla striscia di Gaza, ove le condizioni del popolo palestinese sono tragiche oltre le parole.
A Gaza, a un anno dal 7 ottobre, la situazione umanitaria è catastrofica; nelle ultime due settimane vi è stata una caduta di attenzione, che si è concentrata sul Libano.
I bombardamenti che continuano incessantemente non fanno più notizia, così come le vittime civili, la distruzione di strutture residenziali… sono pane quotidiano da un anno.
La guerra continua, la crisi si sta acuendo, due milioni di persone ormai sperimentano una crisi alimentare (il Programma Alimentare Mondiale in settembre ne ha dichiarate 2,1 milioni, il 96% della popolazione totale della Striscia); al 5 ottobre, i morti sono 41.870, di cui quasi 16.700 bambini, oltre 97.000 le persone mutilate o ferite, più di 10.000 i dispersi, sepolti sotto i detriti.
Nel frattempo, centinaia di tonnellate di scorte alimentari e di medicine sono bloccate fuori Gaza da Israele, vi sono ritardi enormi nella consegna degli aiuti umanitari, le strade sono danneggiate, l’ordine pubblico è al collasso. Quasi il 70% dei campi coltivati è stato distrutto, la popolazione è costretta a fare ricorso agli aiuti umanitari; l’inverno alle porte e il deterioramento delle condizioni meteorologiche, oltre alla mancanza di forniture adeguate (abiti, rifugi), portano a un ulteriore peggioramento.
Gaza è diventata un luogo incompatibile con la vita, per la devastazione di tutte le infrastrutture umane: oltre la metà delle abitazioni e delle strutture sanitarie, l’80% degli edifici commerciali, l’87% delle scuole, le reti stradali, i terreni agricoli… Gaza è un luogo inabitabile, ove regna una disperazione totale, anche perché per questa catastrofe che ha consapevolmente provocato lo stato di Israele è del tutto impunito.
La popolazione civile palestinese si sente abbandonata a sé stessa e a un destino di morte.
Le persone non sono riconosciute come tali, sono numeri, sono vittime collaterali di un piano espansionistico, vittime accettabili, sacrificabili, rispetto alla dichiarata necessità di difendersi di Israele, che ha deciso di portare un attacco chiaro e unilaterale a una popolazione inerme.

Donne che vivono in una scuola dell’Unrwa trasformata in rifugio a Nuseirat, zona centrale, Striscia di Gaza, settembre 2024. © 2024 Unrwa, foto di Ashraf Amra

Altrettanto drammatica la situazione in Cisgiordania, la West Bank, tra violenza dei coloni israeliani e oppressione dell’esercito di Tel Aviv.
La Cisgiordania occupata è passata in secondo piano, non esce quasi mai sui titoli dei giornali… Eppure vi sono state 742 persone morte, oltre 6.250 ferite, in questo anno che è stato il periodo più sanguinoso di sempre, in cui si è quadruplicato il numero delle armi detenute dai coloni degli insediamenti illegali, mentre sono portati continui attacchi a campi profughi palestinesi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams, incessantemente colpiti dall’esercito israeliano e oggetto di invasioni e distruzioni notturne sistematiche con bulldozer.
Secondo alcuni osservatori, vi è il rischio di una guerra civile all’interno della società israeliana, divisa tra quanti riconoscono lo stato di diritto, le istituzioni, e gli estremisti (che per altro sono al governo), che credono invece di poter superare la legge in ogni modo e hanno dato vita a uno stato canaglia, al quale sono condonate le imprese terroristiche compiute dentro e fuori il proprio territorio.
Le Nazioni Unite sono completamente impotenti, condannano le aggressioni ma di fatto non possono fare nulla; e sono anche vessate da Israele, che attua una politica di ritiro dei visti agli operatori umanitari e, attraverso le proteste dei civili israeliani, blocca l’attività degli uffici: i lanci di uova e di pietre, infatti, inibiscono l’accesso agli uffici Unrwa.
Per sua parte, il governo israeliano gioca a fare la vittima, e prende in giro le stesse Nazioni Unite, come ha fatto Benjamin Netanyahu il 27 settembre scorso, mostrando due mappe contrapposte, una con la ‘benedizione’ rappresentata dallo stato israeliano, l’altra con la ‘maledizione’ iraniana, che comprende anche Libano, Siria e Iraq, su cui Israele stesso ha evidenti mire espansionistiche, anche grazie alla fornitura di armi da parte degli Stati Uniti, in continuo aumento e con un budget praticamente infinito. Il problema non è il diritto dello stato di Israele a difendersi, ma come il governo israeliano esercita questo diritto.
Il futuro della Cisgiordania è molto tetro: gli insediamenti illegali aumentano costantemente, i coloni israeliani sono armati e violenti, la maggior parte delle infrastrutture sono a loro uso esclusivo. Dalla West Bank è difficilissimo uscire, è come se la popolazione palestinese vivesse in una prigione a cielo aperto, nel terrore di essere la prossima vittima di un’invasione di massa, anche se probabilmente i palestinesi saranno uccisi lentamente per soffocamento, privazione dopo privazione.

Benjamin Netanyahu durante il suo discorso alle Nazioni Unite, il 27 settembre 2024; a destra, mappa del quartiere Dahieh di Beirut, Libano.

I recenti attacchi israeliani in Libano, con attentati di tipo terroristico che — con l’obiettivo dichiarato di colpire Hezbollah — hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra la popolazione civile, sembrano avere per obiettivo l’allargamento del conflitto, con conseguenze catastrofiche. Negli ultimi giorni, poi, sono state bombardate e rese impraticabili le vie di fuga verso la Siria.
L’occupazione israeliana del Libano è terminata nel 2000; allora, per separare il sud del Libano dal nord d’Israele, dalle Nazioni Unite è stata tracciata la cosiddetta ‘Linea Blu’, delimitata dal fiume Litani a nord e dalle Alture del Golan occupate, costantemente pattugliata dalla forza di pace Unifil (la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite), di monitoraggio e prevenzione del conflitto, per inciso la forza internazionale ove si trova il più alto numero di soldati italiani.
L’obiettivo militare, politico, del governo Netanyahu è la distruzione di Hezbollah (il partito islamico sciita che non riconosce lo stato di Israele e ha come missione dichiarata la guerra con il nemico sionista), quindi il rientro delle decine di migliaia di sfollati israeliani che dopo il 7 ottobre 2023, per ragioni di sicurezza, hanno lasciato il territorio. Il Libano non ha mai firmato un trattato di pace con Israele (come hanno fatto invece Egitto e Giordania), vi è un conflitto latente a bassa intensità, con scambi di fuoco con Hezbollah al di là del confine, per creare una zona cuscinetto e permettere il rientro dei civili. Molto probabilmente da parte israeliana vi sarà l’occupazione militare del sud del Libano, fino a nord del fiume Litani, che a oggi demarca l’inizio della Linea Blu.

Le équipe dell’Unrwa distribuiscono aiuti alimentari alle famiglie sfollate con la forza, in una scuola trasformata in rifugio dell’Unrwa a Deir al-Balah, nelle Aree Centrali, Striscia di Gaza, settembre 2024. © Unrwa 2024

Durante il trasferimento all’aeroporto di Beirut abbiamo visto l’esodo della popolazione civile, lungo l’autostrada principale che va da sud a nord; una carovana di macchine in coda infinita, con materassi e masserizie sui tetti, persone su camioncini, in mezzo a capre e vacche; abbiamo sentito due o tre esplosioni, sia dalla valle della Beqaa sia dalla parte sud di Beirut, e anche da due piccoli villaggi sciiti nella nostra regione.
L’esercito israeliano, senza mai fermarsi, attacca strutture civili, residenziali, colpisce con bombe anti-bunker che entrano in profondità nella terra, fino a quaranta metri, creando voragini nel cuore della città, provocando vittime e distruzione di infrastrutture.
Ogni notte è un incubo, la popolazione civile è terrorizzata. Pochi giorni fa è stato bombardato anche il valico di Masnaa, che collega il Libano orientale con la Siria, dal quale sono passate decine di migliaia di persone in fuga, cercando rifugio.
Ma anche scappare è diventata una sfida: il Libano è una trappola geografica; se si chiudono i valichi a est e a nord, verso la Siria, si chiudono le vie di scampo, rimane solo il mare, come a Gaza.
Il popolo libanese è particolarmente provato: ha osservato il genocidio in diretta, con l’ansia di essere il prossimo, una vittima sacrificabile esattamente come lo sono i palestinesi. C’è una disillusione profonda nei confronti del mondo occidentale e delle Nazioni Unite, dello stato di diritto: il Libano guardava molto all’Europa, ma questa azione israeliana sta dividendo la società libanese, a oggi nessuno vuole ospitare una persona sciita perché ha paura di essere il prossimo target; ed è un’azione subdola e triste.

Scuola dell’Unrwa colpita a Nuseirat, zona centrale, Striscia di Gaza, 11 settembre 2024. © Unrwa 2024

A fronte della disumanizzazione del popolo palestinese operata dal governo israeliano, che di fatto legittima crimini di guerra atroci, le istituzioni mondiali danno una risposta debolissima, e così gran parte l’opinione pubblica. Eppure, i giornalisti e i commentatori di alcune testate (per esempio, Il corriere della sera, Il manifesto, Avvenire) denunciano costantemente la volontà del medesimo governo di Benjamin Netanyahu di proseguire la guerra e il genocidio e di agire una politica coloniale devastante. Che possiamo fare noi, pacifiste e pacifisti?
Delle persone non israeliane che muoiono non conosciamo i volti, i nomi, le storie. Credo che sia utile raccontare le storie di chi sta dall’altra parte, realizzare un incontro possibile nel senso dell’umanità comune, riumanizzare chi è stato disumanizzato, ridotto a vittima sacrificabile.
Una persona è una persona, non una nazionalità. Raccontare i volti, i nomi, le storie può essere un antidoto rispetto alla disumanizzazione, grazie al riconoscimento della comune appartenenza all’umanità.
Il quartiere Dahieh, a maggioranza sciita, non è un luogo separato da Beirut, non è (come viene rappresentato) un equivalente di Mordor, la terra nera ove regna l’occhio di Sauron (con riferimento al Signore degli anelli). Un’amica e collega operatrice umanitaria, Oumnia, sciita libanese, viveva in un appartamento al nono piano di un palazzo a Dahieh, con il marito Mazen e il loro bambino di tre anni Hadi: la sua casa è stata rasa al suolo, ma lei continua a impegnarsi per la pace nel suo paese…

Sfollato forzato che trasporta una tenda a Deir al-Balah, zona centrale, Striscia di Gaza, agosto 2024. © Unrwa 2024

Un’ultima domanda personale, se ti va di rispondere. Hai una figlia di pochi mesi, terrai duro per lei?
Certo che terrò duro! Sono ben altre le persone che tengono duro. Io sono in una situazione di privilegio, continuerò a fare quello che faccio perché ho una bambina italo-libanese che ha nel suo nome il germoglio di una speranza per il futuro. Ho fatto molta fatica ad andare via dal Libano, questa volta, grazie al mio passaporto diverso: mi pareva di fuggire, mi procurava dolore e mi vergognavo anche un po’… Il Libano non è solo il paese della persona che ho sposato, ma anche il paese di mia figlia, Olivia.

In copertina: un convoglio delle Nazioni Unite entra nella città di Gaza per consegnare carburante, Striscia di Gaza, agosto 2024. © Unrwa 2024.


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Articolo di Laura Coci

Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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