Dentista

L’Istituto nazionale contro le malattie di via Ripamonti 20 a Milano, che noi quand’ero bambina chiamavamo “la Mutua”, forniva servizi medici specialistici per la zona sud Milano e paesi limitrofi.
Era assai noto in casa mia, ne sentivamo spesso parlare, data la scarsa salute della mamma che doveva recarsi lì per le visite mediche. Noi abitavamo a Locate Triulzi e col pullman in trenta minuti riuscivamo ad essere là.
Quando si venne a sapere che fornivano anche un servizio dentistico, mio padre propose alla mamma di portare a curare le carie me, di 11 anni, mia sorella di 9 e mio fratello di 7; gli altri due piccoli avevano ancora i denti da latte e non ne avevano bisogno. Forse c’era qualche estrazione da fare oltre alle numerose carie e lì, alla Mutua, era tutto gratuito, mentre la spesa dal dentista del paese sarebbe stata assai salata.
Fatta l’impegnativa, si fissa il giorno per andare a Milano con la mamma. Ecco che, arrivato il giorno stabilito, lasciati alla nonna i due gemelli di cinque anni, si va a Milano. Eravamo un po’ preoccupate/i perché, si sa, a nessuno piace sedersi sulla poltrona del dentista. Giunti nel fatidico luogo, un addetto all’ingresso ci indica il piano e la stanza dell’ambulatorio dentistico che era veramente squallido.
Ci sediamo nella sala d’aspetto che aveva sedie rotte e, ricordo, anche una poltrona che un tempo poteva essere stata di pelle, nulla sulle pareti, né un quadro, né un segno per distrarre che era in attesa.
Quando esce l’infermiera, mia mamma consegna la prenotazione per tutte e tre. Nell’attesa cercavamo di farci coraggio fra di noi. Ed ecco che all’improvviso veniamo chiamate, ci alziamo per entrare nell’ambulatorio, ma a quel punto assistiamo a una incredibile scena: mia madre nota che il dentista è in realtà una dentista, una giovane donna col grembiule bianco e i capelli scuri. Si blocca e dice guardandoci: «No, non è possibile che una donna possa avere la forza di estrarre un dente. Rinuncio alla visita e riporto a casa le figlie e il figlio».
Uscimmo stupiti dalla decisione della mamma che era sempre stata un tipo dubbioso, incerta e che in quel frangente aveva invece mostrato grande decisione. Io mi chiedevo, mentre tornavamo a riprendere il pullman del ritorno, perché non ha avuto fiducia nelle capacità di una donna? Forse perché non le aveva in sé stessa?
Sì, lei delegava tutte le decisioni a papà e non si sentiva forte. Quella decisione di fuggire, senza neanche farci fare la visita, fu veramente dettata dal pregiudizio di cui era la prima vittima.
Ripensando a quell’episodio dei primi anni sessanta mi viene da ridere, ma di certo provo anche tristezza. Per fortuna la mamma, pian piano, si è resa conto delle possibilità delle donne e, anni dopo, fu molto orgogliosa della moglie di mio fratello, medica anestesista.

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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