Sabato 5 ottobre si è svolto presso la Biblioteca comunale di Ponte Buggianese (Pistoia) il convegno Le figure femminili nelle opere del maestro Pietro Annigoni a cura dell’Amministrazione comunale e della Commissione culturale della biblioteca.

Ha salutato e ringraziato il pubblico l’assessora alla Cultura e vicesindaca Maria Grazia Baldi, mentre il tema è stato trattato da Paola Pazzaglia, vice presidente dell’associazione Gli angeli del bello, con cui è in atto una fruttuosa collaborazione.
Ma perché questo interesse verso il Maestro proprio a Ponte Buggianese? Ne abbiamo parlato nella nostra guida La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne per sottolineare il legame fortissimo con la cittadina, visto che il santuario dedicato alla Madonna del Buon Consiglio, patrona dell’autostrada Firenze-Mare, è stato in gran parte abbellito dai suoi mirabili affreschi; Annigoni, davanti alle pareti spoglie dell’edificio, sollecitato dal parroco dell’epoca don Egisto Cortesi, decise di impiegare tutto lo spazio disponibile per lasciare un’opera unica, a cui si dedicò a titolo gratuito, limitando le spese al suo sostentamento e ai materiali per dipingere.

Si è trattato di lavoro faticoso e impegnativo, dal momento che sono ben 160 mq. di superficie, che andò avanti per lungo tempo, dal 1967 al 1988, l’anno della morte, con l’intento di concludere finché le forze lo sostenevano; è risaputo, infatti, che la tecnica dell’affresco su superfici grandiose comporta ponteggi, su cui salire e scendere agevolmente, e posizioni del corpo stancanti a qualsiasi età, figuriamoci per un ultra settantenne. Entrando nella chiesa si apprezzano, nella controfacciata, l’imponente Deposizione e Resurrezione con ai lati i maestosi profeti Isaia e Geremia, la Pentecoste (nella cupola), l’Ultima cena, sovrastata dall’Apocalisse (nell’abside), la Guarigione del paralitico nella piscina di Betzaeta (parete di sinistra), la Resurrezione di Lazzaro e Gesù nell’orto del Getsemani (parete di destra), insieme ad altre scene realizzate da allievi. Il colpo d’occhio è magnifico e i singoli elementi emergono dall’ombra in maniera drammatica, con infinite sfumature di colore e visioni ora cupe ora serene.


A proposito di straordinarie figure femminili non si può non notare la sua Eva incinta, immagine di vita e di speranza, ai piedi della Croce, per cui fu modella la seconda moglie, Rossella Segreto, sposata proprio a Ponte Buggianese il 29 gennaio 1976, dopo essere rimasto vedovo da tempo.

Nato a Milano il 7 giugno 1910, Pietro Annigoni, appassionato all’arte fino da giovanissimo, si trasferì con la famiglia a Firenze entrando all’Accademia nel 1927, per frequentare la Scuola libera di nudo. Dopo i primi importanti successi, affrescò alcune pareti del convento fiorentino di San Marco e, a partire dal 1955, divenne un nome di grande risonanza soprattutto per i celebri ritratti di personaggi illustri (come papa Giovanni XXIII e John Fitzgerald Kennedy) e di regine e principesse, a cominciare dal ritratto di Elisabetta II, poi quelli della principessa Margaret, della Regina madre, dell’imperatrice Farah Diba, della principessa Elena Corsini e molte altre. Intanto si era sposato con Anna Maggini, allieva al Conservatorio, e la coppia aveva avuto Benedetto e Maria Ricciarda. La sua carriera prestigiosa — che portò il critico Bernard Berenson a giudicarlo «il più grande pittore di questo secolo, ma anche in grado di competere alla pari con i più grandi pittori di tutti i tempi. Egli rimarrà nella storia dell’arte come il contestatore di un’epoca buia» — ha avuto una fase rilevante con l’utilizzo della tecnica dell’affresco: il Maestro ha, infatti, realizzato degli imponenti cicli non solo a Ponte Buggianese, ma pure nella chiesa maggiore della ricostruita abbazia di Montecassino, nella cappella delle benedizioni all’interno della basilica di Sant’Antonio a Padova, nel duomo di Mirandola, nella chiesa di San Martino a Castagno d’Andrea.
Ha saputo esprimersi al meglio anche con altre tecniche, come la sanguigna, l’olio, la tempera e il pastello; rimangono di lui raffinati paesaggi e nature morte, autoritratti, nudi e commoventi Madonne, come quella detta “dell’alluvione” e la Vergine con il Bambino (donata in sostituzione del dipinto trafugato a Frisa, Chieti).



Con la seconda moglie, che gli è stata compagna di vita e di scelte generose nell’ultima fase dell’esistenza, si è dedicato a numerose opere benefiche.
Annigoni — va sottolineato — anche se fu definito il “pittore delle regine”, si sentiva invece il “pittore dei mendicanti”, era vicino alle persone umili, e con il suo realismo e la sua tecnica figurativa — che lo avvicinano ai grandi della tradizione pittorica italiana — amava ritrarre gli ultimi, i poveri, gli sventurati, come il mendicante Cinciarda, senza trascurare dolcissime figure femminili. Pensiamo ai ritratti delle amate mogli e della figlia Maria Ricciarda, a quello della venerabile Benedetta Bianchi Porro (a Dovadola, sull’Appennino), a Santa Scolastica morente (Montecassino).
È morto a Firenze il 28 ottobre 1988 ed è sepolto nel cimitero di San Miniato al Monte; a villa Bardini gli è stato dedicato un museo e varie iniziative si sono susseguite negli ultimi anni, quelli della “riscoperta” della sua arte fuori dal tempo, riconducibile al Rinascimento e al genio di Leonardo. Ricordiamo la mostra a Palazzo Strozzi nel 2000, quella al Mart di Rovereto (con Sciltian, Xavier e Antonio Bueno), quella a Sesto Fiorentino (Annigoni e la sua scuola. Bellezza tra alchimia e realtà) fino a quella, di grande risonanza, conclusa la primavera scorsa a Livorno intitolata Pietro Annigoni, pittore di magnifico intelletto.

Ma veniamo al percorso che la relatrice Paola Pazzaglia ha seguìto, affiancando alle immagini una serie di informazioni e piacevoli digressioni, compresi aneddoti curiosi. È stato subito evidenziato il legame con l’arte rinascimentale, di cui Annigoni si sentiva debitore, e con l’antica abitudine della “bottega” nella quale le nuove generazioni un tempo si formavano, imparando tecniche e segreti dai loro maestri. Un’arte la sua controcorrente, anche criticata, specie nel dopoguerra quando erano altri i modelli e gli stili più apprezzati. Nel fare un breve riferimento alla biografia, ha ricordato il trauma per la triste sorte del fratello, Ricciardo Benedetto, reduce di guerra, morto in seguito alle privazioni e alle torture; un dolore che non abbandonò mai il Maestro, che ne rimase profondamente segnato e che lo portò spesso a una vena di malinconia, di sofferenza interiore, esternata nelle sue opere e nei nomi dati al figlio e alla figlia. Il successo internazionale iniziò grazie al bellissimo ritratto a Salvatore Ferragamo, del 1949, raffigurato con i tratti marcati dell’uomo meridionale, espressivo e deciso. Questo gli aprì la strada verso il suo sogno di esporre alla Royal Academy di Londra e il celebre ritratto della giovane sovrana Elisabetta II fu la sua consacrazione. Ci ha raccontato Pazzaglia che le pose furono molto travagliate perché la regina era indaffarata con i suoi mille impegni e amava pure chiacchierare amabilmente, ma Annigoni brontolava e il lavoro andò per le lunghe, tanto che si dovette realizzare un manichino con le vesti perché almeno quella parte di ritratto potesse procedere. Poco risaputo il fatto che il dipinto fu voluto e pagato dall’antica corporazione dei Pescivendoli, comprendente nobili, intellettuali, politici, che erano suoi estimatori. Da questo momento assistiamo a un susseguirsi di magnifici ritratti femminili, come quello alla ballerina Margot Fonteyn con un abito ricco e morbido, che fu invece una modella disciplinatissima, o quello formale alla Duchessa di Kent nelle vesti ufficiali, per cui si nota come cambi lo stile a seconda delle finalità; i ritratti privati sono intimi, colgono i dettagli, l’anima della persona raffigurata, non ci sono elementi che distraggono (come il bel ritratto della principessa Margaret, fra le piante di rose, senza ornamenti né gioielli), mentre quelli istituzionali rispondono ad altre esigenze e altre collocazioni. Abbiamo potuto ammirare un ritratto dell’attrice Julie Andrews nelle vesti di Eliza Doolittle, la protagonista di My fair lady, suo grande successo teatrale, quello di Juanita Forbes, e un nuovo ritratto di Elisabetta dopo 15 anni: si sa che l’opera le fu assai gradita, ma è una figura diversa quella che vediamo. Ora è una donna matura, segnata dalle responsabilità del pesante ruolo, sola con sé stessa, severa quasi, con uno sfondo quasi inesistente.

Anche questo va notato: nei ritratti, sia solo del viso sia a figura intera, Annigoni tratteggia l’individuo, è quello a interessarlo, quello deve emergere, per cui lo sfondo è appena sfumato, non deve prevalere, ma anzi valorizzare il soggetto. Per esempio ci sono apparsi significativi i casi di tre donne: l’attrice Margaret Rawlings, con il volto espressivo segnato dalle occhiaie, incorniciato da un cappotto scuro, la signora Woolfson, dalle labbra rosso vivo come una rosa lì vicina e un velo trasparente che filtra delicatamente la scollatura, Cinci Gagnoni con una semplice maglia a girocollo e un raffinato foulard a coprirle le spalle, come una stola da matrona romana.
Paola Pazzaglia ci ha mostrato pure un esempio di nudo, La bella italiana, che non ha nulla di erotico, ma anzi appare spontaneo e vivace grazie ai capelli ribelli della giovane donna e al magnifico sfondo color lapislazzuli, alla maniera antica.

L’excursus si è concluso con uno dei tantissimi autoritratti, uno dei più noti a dire il vero, in cui il Maestro mostra il volto di tre quarti, guardandoci negli occhi, con la barba lunga, il caratteristico basco che amava indossare e una specie di rustico cappotto che doveva portare quando lavorava agli affreschi, in enormi edifici aperti al freddo esterno, ovviamente senza riscaldamento per non danneggiare la pittura in corso. A proposito del suo amore per le persone sventurate, per gli ultimi, di cui abbiamo già parlato, possiamo chiudere la serie con uno dei vari ritratti a Cinciarda, un mendicante che si aggirava per le strade di Firenze e che spesso visitava il suo studio; da notare che l’uomo è sì vestito male, lacero, con un cappellaccio, tuttavia è colto con un atteggiamento da antico saggio, con la mano che sorregge il viso pensoso.

La piacevole esposizione si è conclusa con gli interventi del pubblico e con i ricordi che alcuni cittadini e cittadine mantengono dei venti anni in cui Annigoni, in vari momenti e con pause, naturalmente, viveva e lavorava in paese. Lo si vedeva per strada, al bar, al ristorante, all’albergo dove alloggiava, qui si sposò nel municipio; le persone curiose andavano a vedere in chiesa come procedevano i dipinti, con gli occhi ammirati da tanta bellezza, qualcuno voleva rendersi utile, ad altri fu data la possibilità (in rigoroso silenzio) di salire sulle impalcature per cogliere da vicino i dettagli. Una signora, tanto per dare un’idea dell’uomo oltre che dell’artista, simpaticamente ha raccontato come andò che nell’Ultima cena, visto che non si trovava in giro un gatto, è raffigurato un cagnolino che spunta da sotto la tovaglia, ringhiando a Giuda.

Il Maestro sguinzagliò lei bambina e un amichetto e i due presero come modello un bastardino che viveva nel loro palazzo; Annigoni fu contento e gli fece tanti complimenti, ma l’animale non voleva stare fermo. Fu così che comprarono una bella quantità di salsicce e a turno gliene tenevano una sopra la testa per invogliarlo all’immobilità, attratto dal profumino e poi dal premio. Anche da questi piccoli dettagli nasce un capolavoro.
In copertina: Pietro Annigoni, La principessa Margaret, 1957 (particolare).
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.
