Nel nuovo libro di Bruno Ranucci La fabbrica delle donne. La storia del tabacchificio di Sparanise e dell’emancipazione delle sue eroiche tabacchine, viene ricostruita la storia di una delle fabbriche emblematiche di Terra di Lavoro, il tabacchificio di Sparanise, grazie anche alle testimonianze che hanno raccontato e descritto le terribili condizioni di lavoro in ambienti molto tossici e dannosi per la salute delle lavoratrici (molte delle quali giovanissime).

Con la storia di questo tabacchificio, costruito nel lontano 1956 e definitivamente chiuso alla fine del 2010, l’autore Bruno Ranucci (sindacalista, da tempo emigrato a Vercelli) ha voluto tributare un giusto riconoscimento alle tabacchine, quelle donne, giovani e meno giovani, che nell’arco di quasi un cinquantennio si alternarono in quell’opificio con spirito di sacrificio, (specialmente all’inizio, quando l’automazione era ancora lontana e il lavoro, stressante e pesante, era fatto esclusivamente a mano), con l’orgoglio e la consapevolezza di rappresentare una ricchezza per la loro famiglia e per il loro paese.
Il titolo del volume, La fabbrica delle donne, nasce dalla presenza della preponderante manodopera femminile (circa il 90%) che lavorava in quello stabilimento di prima trasformazione del tabacco, con oltre 500 addetti. Dai loro racconti e dalle loro testimonianze è possibile ricostruire la transizione da un mondo agricolo a un mondo industriale che interessò per tanti anni la provincia di Caserta, con il mutamento della loro condizione femminile, finalmente affrancata da un’atavica subordinazione familiare.

La ricerca si apre con una breve storia del tabacco, dalla sua scoperta e diffusione in Europa e nel nostro Paese, con i riflessi che ebbe nella vita economica del nuovo Stato unitario nato dall’annessione del Mezzogiorno al Regno Sabaudo. Va ricordato che la nostra provincia fu una delle più intensamente coinvolte nella produzione e trasformazione del tabacco a livello mondiale, che prese il posto di un’altra produzione molto intensiva, quella della canapa.
In un capitolo l’autore ricorda la storia del primo scandalo del Regno Unitario, collegato proprio alla gestione di questo “oro verde”. Nello stesso tempo viene rievocato anche un altro grande affaire, legato allo scandalo del “tabacco messicano”, che per fortuna sfiorò appena il tabacchificio di Sparanise con il coinvolgimento del suo fondatore, l’onorevole Carmine De Martino, autore di una truffa colossale (miliardaria!) ai danni dello Stato, con l’aiuto del Ministro delle Finanze dell’epoca, Giuseppe Trabucchi. Fu una vicenda che minò drammaticamente la credibilità delle istituzioni dell’Italia repubblicana.
La narrazione si sviluppa con la nascita e le lotte del primo movimento sindacale delle “tabacchine” nella provincia di Caserta, che fu una pagina gloriosa del movimento operaio, che ora è dimenticata, grazie al contributo delle dirette testimonianze di molte di loro che maturarono una nuova coscienza di donne e di lavoratrici, conquistarono la loro collocazione nella società, cominciando a essere consapevoli del loro nuovo ruolo non solo in famiglia, e diventarono protagoniste di una inedita stagione all’insegna del “non solo pane, ma anche diritti”.
Al di là della indifferenza fino ad ora dimostrata da molti, gli argomenti trattati — il lavoro delle donne, il rapporto tra campagna e industria, l’emancipazione femminile, il riuso delle aree dismesse — assumono un valore simbolico, delineando una storia della loro comunità per certi versi affascinante, che valeva la pena di essere raccontata e conosciuta anche al di fuori dell’ambito locale.
Sono molti gli interrogativi che emergono dalla ricerca: come e se nacque una coscienza operaia nelle donne, molte delle quali fino ad allora erano impiegate come braccianti (se non in posizione ancora più ancillare e subordinata) nei lavori dei campi; quali furono le condizioni di queste tabacchine e i loro problemi di vita e di lavoro collegati, per la loro nuova collocazione sociale, a una difficile conciliazione dei tempi famiglia-lavoro; quali furono le loro aspirazioni, i loro desideri, i loro sogni collegati a un possibile raggiungimento del grado di parità uomo-donna.
Certamente la nuova condizione operaia di tante donne, trasformate da casalinghe o braccianti a operaie, articolò in qualche modo le prime proteste e rivendicazioni di tante di loro che fino ad allora quasi non avevano avuto diritto di parola sulle loro scelte di vita per consuetudine antica, imparando presto la grammatica dei loro nuovi diritti.
Per questi motivi la chiusura dello stabilimento, per certi versi inattesa e abbastanza “confusa” nelle modalità dell’epilogo, travalicò il puro interesse economico e reddituale rappresentando la fine di un percorso di crescita individuale insieme a quella di una speranza di cambiare il proprio destino e, con esso, quello di una intera comunità.
La ricerca affronta anche le dure condizioni di lavoro e la grave situazione ambientale venutasi a creare con la scoperta avvenuta ancora prima della chiusura dello stabilimento, dovuta alla ingente quantità di amianto ivi presente, che secondo alcune ex tabacchine provocò numerosi casi di malattie respiratorie e di tumori riscontrati nelle ex addette alla trasformazione del tabacco.
Nello stesso tempo viene diffusamente trattato il possibile riuso di questo importante manufatto (di circa 70mila metri quadrati) sull’esempio virtuoso del recupero a fini sociali e culturali di numerosi ex tabacchifici della Piana del Sele. Infine, vengono avanzate delle analisi e proposte sullo sviluppo locale e sulla reindustrializzazione delle varie aree per contrastare un abbassamento della legalità in tutta la zona, con l’infiltrazione della camorra fino ai vertici della Pubblica Amministrazione.
In ogni caso l’autore ribadisce con forza che le sorti dell’ex fabbrica e del destino della popolazione sono ancora nelle mani della cittadinanza, da cui dipenderà se lasciare campo libero agli attuali proprietari di fare una grande speculazione edilizia del sito o ribellarsi e riappropriarsi del territorio e democraticamente essere artefici del proprio destino e del riscatto economico, sociale e produttivo del territorio caleno.
Ora chiediamo all’architetta Nadia Marra la sua opinione di professionista sul libro di Ranucci, anche dal punto di vista femminile: «Il libro di Ranucci si presta a molteplici letture: in primis dal punto di vista dell’iniziativa politica, riguardo a come è nato il tabacchificio a seguito di una seduta di consiglio comunale che viene definita da Ranucci “memorabile”, in cui il consiglio comunale di Sparanise si impegna ad accollarsi le spese di impianto dello stabilimento a titolo di incoraggiamento, riconoscendo in esso la possibilità di molti posti di lavoro; dal punto di vista ambientale, per le problematiche che dall’uso dell’amianto per le costruzioni sono derivate per la salute di chi ci lavorava e per una possibile dismissione e bonifica; dal punto di vista della rigenerazione urbana dell’area; dal punto di vista dei cambiamenti che la nascita del tabacchificio portò nella società e in particolare per il lavoro femminile impiegato nelle lavorazioni.

Il racconto dalla nascita alla dismissione della fabbrica di tabacco di Sparanise diventa nel libro di Bruno Ranucci, ex sindacalista e appassionato di storia industriale, in qualche modo quello della vita delle donne nella fabbrica. Il tabacchificio di Sparanise, sorto alla fine degli anni ’50, offrì a tante donne della cittadina la possibilità di un lavoro, di uscire dalla vita domestica o contadina per un lavoro in fabbrica. Questo cambio di vita, come ben racconta Ranucci nel suo libro, anche attraverso raccolta di testimonianze orali delle stesse tabacchine, ancora viventi, è motivo per loro di emancipazione e libertà. Lavorare in fabbrica però era anche dover superare delle ritrosie culturali che vedevano le donne al lavoro, dove c’erano anche uomini, come delle “poco di buono”. Ma Il desiderio di lavorare era tanto e le donne chiedevano a conoscenti, al sindaco e perfino al prete di poter andare a lavorare in fabbrica, pur di superare la mentalità dell’epoca che non vedeva le donne adatte al lavoro operaio.
Quelle donne furono capaci di superare quelle offese e ritrosie e molte andarono anche giovanissime a lavorare nella fabbrica, dove si lavorava duramente per turni massacranti di 8 ore, in condizioni ambientali precarie dove respiravano il profumo del tabacco e sotto capannoni di amianto, anche allora dichiarato tossico. Alle operaie impegnate nel lavoro era vietato parlare tra loro e perfino alzarsi più volte per andare al bagno, fino a quando non iniziarono a protestare. Erano sottoposte al controllo all’uscita da parte di uomini per verificare se avessero rubato qualcosa, pratica che riuscirono con il tempo a superare chiedendone l’eliminazione e possiamo immaginare l’imbarazzo delle giovani operaie sottoposte a tale pratica. La storia delle donne nella fabbrica è anche storia delle diverse classi sociali e mansioni delle stesse all’interno della stessa.
Nel libro di Ranucci si riscontrano solo tre donne in ruoli dirigenziali, poi c’erano le maestre, cioè le donne “poliziotto”, le donne capo, che giravano nella fabbrica con funzioni di controllo sul lavoro delle operaie. Le “maestre” erano figure temute dalle operaie perché spesso erano donne irruente e dai modi poco garbati, che le “bacchettavano”. Le operaie erano invece donne di povera famiglia, per le quali il lavoro stagionale nel tabacchificio era motivo di sostentamento e di libertà e la “riconferma” per l’anno successivo era rincorsa anno dopo anno; anche sottoponendosi a regalie alle maestre e al prestarsi per loro in servizi. Il ruolo e i rapporti tra le donne nella stessa fabbrica erano diversi e anche di contrasto.
Le operaie tabacchine vengono definite dall’autore come “eroiche” perché lavoravano spesso anche se malate o in gravidanza, nascondendo il loro stato per paura di essere licenziate e per i rischi che correvano per la loro salute. Per loro essere tolte dalla subordinazione sociale e familiare era stata una conquista troppo grande per rinunciarvi. Le stesse, infatti, andavano a lavoro in modo autonomo dal paese alla fabbrica a piedi e fu per loro motivo di emancipazione sociale. Da donne domestiche o braccianti senza diritto di parola, impararono presto a difendere i loro diritti. Cominciarono con il tempo a organizzare proteste, a rivendicare diritti e ad affidarsi ai sindacati, perché nel tempo le tabacchine capirono che le loro sorti non dipendevano dal padrone ma da una multinazionale americana.
Il tabacchificio di Sparanise rappresentò negli anni ‘60 un luogo importante di lavoro per le donne della provincia di Caserta molto povera e a prevalenza agricola. La manodopera impiegata era per quasi il 90% costituito da donne e in alcuni periodi il tabacchificio arrivò a impiegare fino a 1000 operaie risultando, come dice Ranucci, forse il più grande del Mezzogiorno per quantità di tabacco lavorato. La vita lavorativa permise alle donne di scoprire anche il viaggiare tramite gite organizzate dall’azienda.
Rimane alla storia l’importanza di un luogo che per tanti anni diede sussistenza a molte donne e permise loro di conquistare uno status di lavoratrici, in un Mezzogiorno con una disoccupazione femminile molto elevata. Queste operaie sono viste dal Ranucci e consegnate al futuro come una luce di speranza che brilla nel fondo di un lungo e tortuoso tunnel, una luce splendente rappresentata dall’inizio della scalata delle donne verso la parità».
***
Articolo di Pasquale Iorio

Giornalista pubblicista, laureato in Scienze politiche, è stato segretario generale provinciale della CdLT di Caserta e dirigente Cigl Campania. Esperto di sviluppo locale, ha ricoperto diversi incarichi in vari settori e istituzioni. Coordina reti per promuovere la coesione sociale e l’apprendimento permanente. In campo editoriale ha curato diverse pubblicazioni, tra cui l’ultima: Il museo vivente delle Madri, 2021, Rubettino.
