Si dice che la verità renda liberi/e… da qualcuno, da qualcosa o di?
Ognuno/a di noi sceglie la preposizione che preferisce.
Prima di addentrarci nel vivo dell’articolo, è opportuno fare una premessa: questo scritto è dedicato alla memoria di Louise Fitzhugh, scrittrice e illustratrice americana di cui il 19 novembre ricorre il cinquantenario della scomparsa.
Forse vi starete domandando il perché della mia breve introduzione dedicata alla verità; ebbene, vi rispondo dicendo che non avrei potuto iniziare diversamente! La biografia consultabile online della scrittrice restituisce particolari molto dettagliati della sua vita professionale mentre, per ciò che attiene alla dimensione privata, le informazioni sono ridotte a pochi cenni riguardanti per lo più la nascita, la formazione scolastica e le relazioni amorose. A quest’ultime, in particolare, viene dato rilievo per via dell’orientamento sessuale e della promiscuità amorosa dell’artista. Ma è l’accento posto su un dettaglio della sua fanciullezza a rapire la mia attenzione e a determinare il preambolo di questa storia: la scoperta di una bugia ne segnerà irreversibilmente la vita.

Nata a Memphis, in Tennessee, il 5 ottobre del 1928, Louise trascorre l’infanzia con il padre, l’avvocato Millsaps Fitzhugh, e la sua seconda moglie, Sally Taylor. Dopo il divorzio e la perdita della custodia della figlia, la madre si trasferisce a Hollywood e di lei non si avranno più notizie. L’allontanamento della donna costituirà il pretesto per falsificarne la morte.
Soltanto più tardi, alla vigilia dell’adolescenza, la ragazza conoscerà la verità: è estate, Louise sta lavorando presso il quotidiano locale The Commercial Appeal quando, leggendo gli articoli presenti nell’archivio, si imbatte nelle notizie riguardanti la procedura di divorzio dei suoi genitori. A partire da quelle letture si radica in lei la convinzione che ci sia qualcosa di anomalo nella storia che le è stata raccontata per tutti quegli anni. Louise vuole andare a fondo… Dopo tante ricerche e numerose domande, arriva alla scoperta che ne cambierà la vita: sua madre è ancora viva!
Le relazioni familiari cominciano a incrinarsi e anche quelle con coetanei e coetanee sono compromesse dal razzismo dilagante che pervade la sua scuola e la sua generazione; Memphis comincia a starle sempre più stretta e così, dopo essersi diplomata alla Miss Hutchison’s School nel 1946 e in seguito al matrimonio con Ed Thompson e al conseguente divorzio nel 1947, Fitzhugh si trasferisce al Nord dove inizierà a studiare pittura e poesia presso il Bard Collage di Red Hook. Il poeta James Merrill, con cui stringe un’amicizia profonda e duratura, la fa avvicinare allo studio della psicologia e della letteratura infantile. Ma Louise non si laureerà mai e utilizzerà il denaro ereditato dopo la morte della nonna per vivere e studiare arte alla Art Students League e alla Cooper Union nella città di New York.
La libertà intellettuale, identitaria ed espressiva del Greenwich Village fa del quartiere il luogo di vita ideale per un’artista sovversiva e fuori dagli schemi come lei. In quegli anni si dedica alla scrittura di poesie psicanalitiche e alla realizzazione di ritratti di nudo. La sua arte è alimentata da un contesto sociale particolarmente vivace e brillante: tra le amicizie dell’epoca si ricordano la poeta modernista Marianne Moore, la scrittrice e drammaturga Lorraine Hansberry, la scultrice Louise Nevelson e i pittori Ad Reinhardt e Jacob Lawarence.
Per ragioni che hanno a che fare con le necessità economiche piuttosto che con l’ispirazione artistica, Louise si rivolge alla letteratura per la gioventù. Notando il grande successo ottenuto dalla serie di libri per bambini Eloise, ritiene che, indirizzandosi a questa fetta di pubblico, potrà facilmente guadagnare del denaro per sovvenzionare la sua arte. Così, nel 1961, insieme all’amica scrittrice Sandra Scopettone, pubblica Suzuki Beane, il suo primo fumetto per giovani adulti/e. Il romanzo è una sorta di parodia umoristica della collana in cui la storia è narrata attraverso il punto di vista di Henry Martin, un ragazzo dell’Upper East Side con cui Suzuki scapperà di casa e fonderà un villaggio. Il libro diviene immediatamente popolare.


Durante i primi anni Sessanta la carriera di Louise vive una stagione particolarmente florida: nel 1963 espone i suoi quadri alla Banfer Gallery e, l’anno successivo, Ursula Nordstrom, l’editrice e caporedattrice della Harper and Row, l’aiuta a pubblicare il suo libro più celebre: Harriet the spy.

Il romanzo illustrato narra la storia di un’aspirante scrittrice undicenne che, sotto consiglio dalla sua tata, “Ole Golly”, inizia a riportare pensieri e osservazioni sulle persone che la circondano su un taccuino, così da fare pratica per la sua futura professione. Un passaggio cardine nello svolgimento della narrazione è rappresentato dal ritrovamento e dalla lettura del quaderno di Harriet da parte di compagni e compagne di classe: indignati/e dalle opinioni brutalmente oneste che vengono loro riservate, danno vita allo “Spy Catcher Club” (“Il club dei cacciatori/cacciatrici di spie”) con l’obiettivo di rendere la ragazza infelice. Harriet non si fa intimidire e inizia a escogitare dei piani vendicativi che, tuttavia, andranno a suo discapito. I genitori decidono in seguito di confiscarle il quaderno e di mandarla da uno psichiatra infantile. Secondo l’esperto, per risolvere la situazione, è necessario l’intervento della tata che, qualche tempo prima, aveva lasciato casa Welsch per sposarsi con Mr. Waldenstein. In una lettera “Ole Golly” le consiglia di scusarsi con la classe e di tenere sempre a mente che: «Qualche volta devi mentire, altrimenti perderai un amico o un’amica; ma a te stessa devi sempre dire la verità».
Alla fine Harriet verrà perdonata dai suoi migliori amici, Simon “Sport” Rocque e Janie Gibbs, e diventerà la direttrice del giornale della scuola.
Leslie Brody, autrice della biografia Sometimes you have to lie. The life and time of Louise Fitzhugh, renegade author of Harriet the Spy, ha ravvisato nell’opera numerosi parallelismi con la vita della scrittrice e nella figura di Harriet un’icona femminista e queer.
Nonostante i parecchi riconoscimenti ottenuti, tra cui il Sequoyah Book Award nel 1967, e gli oltre quattro milioni di copie vendute nella sua prima pubblicazione, il romanzo venne bandito da alcune scuole e biblioteche perché considerato diseducativo in quanto, a detta di certi pareri, insegnerebbe alla gioventù a «mentire, spiare, rispondere e imprecare». Successivamente Louise si dedicò alla scrittura di The Secret Long, in cui domina il tema della pubertà femminile, e Sport, entrambi séguito di Harriet the Spy, e di Bang Bang You’re Dead, libro illustrato contro la guerra in Vietnam.

Dopo un periodo particolarmente difficile, segnato dalla dipendenza dall’alcol e da numerosi conflitti personali, la scrittrice si trasferì a Bridgewater, nel Connecticut. Proprio a causa dell’eccessivo consumo di bevande alcoliche venne ricoverata in un ospedale dove morì, per aneurisma cerebrale, all’età di quarantasei anni, nel 1974, otto giorni prima della pubblicazione di Nobody’s Family Is Going to Change, romanzo che, successivamente, verrà adattato per la televisione e per il teatro. Lo stesso destino spetterà anche a Harriet the Spy, che nel 1996, nel 2010 e poi nel 2021, verrà trasposto per il grande schermo.
Amelia, romanzo dedicato alla prima ragazza di cui si innamorò e in cui si racconta la storia d’amore tra due giovani donne, è scomparso dopo il tentativo dell’autrice di farlo stampare.
Nel necrologio che il New York Times pubblicò il giorno della sua scomparsa si legge: «The book helped introduce new realism to children’s fiction» (Il libro — Harriet the Spy — ha contribuito a introdurre un nuovo realismo nella narrativa per bambini). Ma non solo… Louise Fitzhugh ha prodotto una vera e propria rivoluzione del genere: da strumento utilizzato per educare alla docilità e alla pacatezza, con lei la letteratura per la gioventù diventa sostegno nel processo di costruzione identitaria al di là delle tradizioni, solo nel rispetto del proprio sé e delle proprie inclinazioni.
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
