Chi ha paura del gender a Baku?

Il 21 novembre scorso, durante la Cop 29 (Conference of Parties) sul cambiamento climatico tenutasi a Bakuin Azerbaijan, si è celebrato il Gender Day, istituito nel 2018 nel corso delle sessioni di lavoro della Cop 18 di Doha. Ogni anno questi importanti incontri sul climate change prevedono una giornata di novembre nella quale le questioni di genere sono al centro della discussione.
Le aspettative erano molte, soprattutto da quando è ormai accertato che le tematiche di genere sono fortemente interconnesse a quelle finanziarie: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e molte altre organizzazioni internazionali, governative e non governative sostengono, con ricchezza di dati, che l’investimento per raggiungere la parità di genere comporta una maggiore stabilità finanziaria e più alti ricavi.
Chi avrebbe mai immaginato che i lavori potessero essere frenati da un gruppo di Stati e per quale motivo! Vaticano, Russia, Egitto e Arabia Saudita, una compagnia solo apparentemente insolita, si sono opposti con determinazione all’inserimento del termine “genere” nella bozza Gender e climate change proponendo di sostituirlo con la parola “sesso”. Questa presa di posizione, che ha costretto chi era addetto alla negoziazione a rivisitare la bozza, ha avuto l’effetto di rallentare la formulazione definitiva di questo documento e farci tornare indietro di 10 anni rispetto al Lima Work Programme on Gender del 2014, il programma appositamente creato per affrontare le questioni di genere all’interno della lotta ai cambiamenti climatici. «Un buon escamotage per eliminare dall’equazione progressi, diritti delle donne e della comunità Lgbtq+» ha commentato Ilaria Ghaleb sulla rivista Valori del 22 novembre scorso.

Ilaria Ghaleb, Ambasciatrice in Italia dell’European Climate Pact, relatrice e scrittrice sulle tematiche relative all’ecofemminismo e al femminismo intersezionale.

Anche in questo contesto importante e fondamentale per le future generazioni è riemerso “lo spettro del Gender “, una teoria infondata dal punto di vista scientifico di cui abbiamo scritto già in occasione della recensione al libro di Laura Schettini L’ideologia gender è pericolosa (https://vitaminevaganti.com/2024/01/27/lideologia-gender-e-pericolosa/) e in numerosi altri articoli della rivista di Toponomastica femminile.
La bozza uscita da Cop 29 è veramente poco ambiziosa anche se, nonostante le pressioni in senso contrario, mantiene la parola “genere”. Riconosce la necessità di un’azione climatica che, come ricorda Ghaleb, «tenga conto delle disuguaglianze di genere e delle vulnerabilità dei gruppi locali, indigeni e delle donne nei Paesi in via di sviluppo». Insiste sulla importanza della disaggregazione dei dati per età e per genere nelle politiche dei diversi Stati, in modo da poter contrastare i cambiamenti climatici sulla base dei migliori risultati scientifici. Estende per altri dieci anni il Lima Work Programme on Gender (Lwpg), che promuove l’integrazione della prospettiva di genere nelle politiche e nelle azioni climatiche globali, incoraggiando Paesi e istituzioni finanziarie a garantire fondi per esigenze e progetti mirati all’empowerment femminile, con un focus sui Paesi in via di sviluppo. Il documento uscito dai negoziati di Baku prevede un nuovo piano d’azione con dati aggiornati e ritiene indispensabile, incoraggiandolo, il coinvolgimento di uomini e ragazzi come partner strategici per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere in un’ottica di giustizia climatica. Una bozza definita insufficiente da Women and Gender Constituency, una delle nove principali organizzazioni costituenti ufficialmente riconosciute dalla Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change), la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Foto leader a Cop 29

Del resto che cosa ci si poteva aspettare da uno Stato, l’Azerbaijan, che dieci mesi fa aveva istituito per Cop 29 una Commissione organizzativa di soli uomini, senza porsi il minimo problema? «Il climate change riguarda tutto il mondo, non la metà di esso», hanno ribadito a gran voce molte attiviste, tra cui quelle di SHE, riuscendo a far entrare in Commissione 12 esperte e un altro uomo. Tra queste Umayra Tağıyeva, ricercatrice nel dipartimento di climatologia e agroclima dell’Istituto di geografia e direttrice del Dipartimento Nazionale di Idrometeorologia del ministero dell’Ecologia e delle Risorse Naturali, oggi viceministra dello stesso dicastero; Bahar Muradova, presidente del comitato di Stato per la famiglia, le donne e i bambini dell’Azerbaigian dal 2020 e Firuza Sultanzadeh, biologa, professoressa alla facoltà di Ecologia e Scienza del Suolo e direttrice del Centro repubblicano di educazione ambientale del ministero dell’Istruzione. Se il buongiorno si vede dal mattino, chi ha organizzato questo incontro in Azerbaijan ha mostrato di ignorare la rilevanza acquisita nel dibattito internazionale del rapporto tra l’emergenza ecologica e le disparità di genere e di relegare le donne a un ruolo marginale nei tavoli di lavoro dei negoziati, che hanno privilegiato il tema degli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico dei Paesi ricchi verso i Paesi ricompresi nella nuova e variegata entità del Sud globale. Non dimentichiamo che l’Azerbaijan occupa il 103esimo posto nelle classifiche del Global Gender Gap report del World Economic Forum 2024, 16 posizioni al di sotto dell’Italia, che peraltro non brilla per parità di genere. E che dire del presidente dell’Azerbaijan (Paese in cui si trova, vicino a una trivella, il Primo Museo ospitato da una petroliera) che definisce i combustibili fossili come «doni di Dio»? Resta il fatto che sono solo otto le leader riconoscibili nella “foto di famiglia” che immortala le alte cariche presenti ai negoziati del World Leader Climate Action Summit (WLCAS) e con fatica si possono distinguere dai loro 70 colleghi. Nell’evento di apertura ad alto livello della Conferenza solo 6 (meno dell’8% e tra loro quattro donne) dei/delle 78 leader governativi/e intervenuti/e, hanno menzionato l’impatto dei cambiamenti climatici sulle donne.

Un po’ di dati, che dimostrano che il cambiamento climatico è un “moltiplicatore di minacce” per donne e ragazze: la popolazione femminile ha in media un’impronta carbonica minore del 16% rispetto a quella maschile, ma subisce in maniera più forte le conseguenze del surriscaldamento globale a livello sanitario, sociale ed economico. Quando si verificano incendi o alluvioni la stragrande maggioranza delle persone sfollate sono donne. Le condizioni di precarietà e la povertà, aggravate da questi fenomeni, le espongono alla violenza domestica, agli stupri, alla violenza e al traffico sessuale o a matrimoni precoci. Studi scientifici recenti, tra cui il report del Parlamento europeo The Gender Dimension of Climate Justice, dimostrano la sproporzione degli impatti dei cambiamenti climatici sulle comunità più vulnerabili e marginalizzate e sulle donne. Sono loro a essere più esposte dal punto di vista sanitario perché affette da problemi cardiovascolari e, dal punto di vista sociale, perché ricoprono maggiormente quei ruoli tradizionali (“di genere”, appunto) strettamente legati all’ambiente, come la gestione dell’agricoltura di sussistenza o la raccolta dell’acqua. La nostra mostra Migrazioni femminili lo ha messo molto bene in evidenza quando ha affrontato il tema delle cosiddette “migrazioni climatiche”, prevalentemente affrontate dalle donne nonostante la narrazione dei media mainstream si guardi bene dal sottolinearlo.

Dovremmo essere bravi antenati per le generazioni future, ha recentemente ricordato lo scrittore Marco Albino Ferrari durante la presentazione del suo ultimo libro Il canto del principe. Molte donne sono già bravissime antenate, si comportano più responsabilmente per il contrasto ai cambiamenti climatici e giocano un ruolo chiave in ambito di mitigazione e adattamento, ma la miopia e la prepotenza dei decisori (qui il maschile è voluto) impediscono di vederlo, di dichiararlo e di agire di conseguenza. Come ricorda la rivista Valori del 15 novembre 2024, ad oggi solo una percentuale compresa tra il 2% e lo 0,01% dei fondi riservati al clima (https://www.undp.org/sites/g/files/zskgke326/files/publications/Gender_Climate_Change_Training%20Module%205%20Finance.pdf) annualmente viene investito nel diretto collegamento cambiamenti climatici-donne. Una cifra irrisoria come la considerazione delle questioni di genere in questa Cop 29.

Kick Big Polluters out

P.S. La Cop 29 si è conclusa il 24 novembre con un risultato che non ha soddisfatto i Paesi del Sud Globale, come si legge in numerosi approfondimenti dei quotidiani del 25 novembre e come potremo leggere in articoli futuri. Greta Thunberg ha parlato di “rabbia” verso l’atto finale della Conferenza, ai cui lavori l’Italia purtroppo ha brillato per il maggior numero di lobbisti fossili, secondo Kick Big Polluters Out (Kbpo), come ricorda Virginia Della Sala (Il Fatto quotidiano 25/11/2024). Esamineremo nei prossimi numeri il documento finale.

***

Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

Lascia un commento