Il corso di formazione Il linguaggio di genere e non ostile in stampa e giurisprudenza si è tenuto Venerdì 15 novembre a Lodi, presso l’Aula Magna del Liceo Verri. Patrocinato dal Comune di Lodi e organizzato dall’associazione Toponomastica femminile, in collaborazione con altre realtà lodigiane fra cui in primis il movimento Snoq Lodi Se non ora, quando?, era rivolto a giornaliste/i e avvocate/i locali, con l’obiettivo di presentare l’importanza dell’utilizzo di un linguaggio non sessista e rispettoso del genere, con interventi di esperte ed esperti. Alle professioniste e professionisti iscritti agli Ordini professionali, sono stati riconosciuti crediti deontologici.

A introdurre l’argomento è la giornalista pubblicista, vicepresidente di Toponomastica femminile e componente di Snoq Lodi, Danila Baldo, che sottolinea come venga ancora oggi utilizzato un linguaggio intrinseco di stereotipi e pregiudizi nei confronti delle donne, considerate inferiori e continuamente escluse. Quante sono le donne che parlano di economia, sport o geopolitica? Quante le donne scienziate o filosofe che vengono studiate a scuola? Il numero, purtroppo, è ancora esiguo ed è chiaro che bisogna imparare a valorizzare di più la donna nella società per darle più spazio e autorevolezza sia all’interno della famiglia, sia in contesti più ampi e variegati. Nell’ambito lavorativo, ad esempio, non abbiamo grandi difficoltà a declinare al femminile i lavori meno autorevoli come quelli di segretaria, cameriera, infermiera, mentre sorgono più problemi quando si tratta di lavori più qualificati come quelli di avvocato, ingegnere, architetto, che alcuni/e ritengono impensabile declinare al femminile, quando in realtà dovrebbe essere la normalità. Perché stupisce sentir dire sindaca, avvocata, assessora? Semplicemente perché ben poche persone, utilizzano tali nomi, a partire dalle stesse donne che esercitano quelle professioni o incarichi, come Giorgia Meloni, che fin dall’inizio del proprio mandato ha chiesto esplicitamente di essere chiamata “il” Presidente del Consiglio.
L’obiettivo che dobbiamo porci è quindi quello di imparare ad adottare un linguaggio più corretto nei confronti delle donne, che superi il maschile inclusivo e che eviti gli stereotipi di genere, perché le parole possono essere lo strumento in grado di attivare un cambiamento sociale che combatta la violenza.

Successivamente, a intervenire nel convegno è Paola Rizzi, vicepresidente di GiUliA (Giornaliste Unite Libere Autonome), associazione nata nel 2011 che si impegna a promuovere un racconto diverso delle donne sui media e si batte perché le giornaliste abbiano pari opportunità nei luoghi di lavoro, senza “tetti di cristallo” e discriminazioni. Il linguaggio utilizzato nei giornali è infatti testimone di come le donne siano trascurate, a partire dai numerosi stereotipi e pregiudizi che vengono impiegati, insieme a varie espressioni sessiste che molte volte pongono l’attenzione sul corpo femminile. Inoltre, nella maggior parte delle narrazioni sui media le donne sono rappresentate come vittime o sopravvissute in percentuali ben maggiori rispetto agli uomini.

Foto di Valeria Ferrari
È invece di gran lunga minore la percentuale di esperte interpellata dai giornalisti (uomini) e, le volte che accade, le domande che rivolgono loro sono di frequente: quando ti sposi? quando fai un figlio?, mai rivolte a un uomo.
Anche il tempo di parola che viene dato nei media agli uomini è maggiore rispetto a quello dato alle voci femminili, spesso messe a tacere.
È chiaro quindi che ci sia una disparità di trattamento e questo è confermato dalla presenza del cosiddetto tetto di cristallo o, meglio, di un tetto di cemento. A dimostrazione, il fatto che siano solo due le donne ai vertici di giornali e quotidiani.

La parola passa poi alla giornalista professionista Laura De Benedetti, che apre il suo discorso affermando come tutte le giornaliste hanno un grande potere, quello di poter fermare, attraverso gli scritti, la violenza contro le donne. Il potere del giornalismo, oltre a informare, consiste anche nell’esercitare un’influenza sull’opinione pubblica, per questo utilizzare i termini giusti può aiutare a scardinare il sistema patriarcale e ad abbattere gli stereotipi di genere, che non sorgono solo quando si utilizzano parole sbagliate nel riferirsi alle donne, ma anche quando queste non vengono nominate o non si parla di certe cose che pure esistono. Anche questa è violenza verbale.
Le parole formano i pensieri e fanno la differenza e sensibilizzare all’uso di un linguaggio rispettoso del genere è un passo importante verso una comunicazione più inclusiva, equa e consapevole. L’esperta ha portato l’esempio di un episodio avvenuto in una scuola elementare, quando si chiese ad alunni e alunne di completare l’immagine di un chirurgo a cui mancava il volto e, ovviamente, la maggior parte di loro disegnò il viso di un uomo: se si fosse parlato di chirurga, non ci sarebbe stato fraintendimento. È proprio per questo che è necessario innescare un cambiamento. Innanzitutto, le parole vanno declinate sempre anche al femminile. A tal proposito, l’Università di Trento è stata tra le prime in Italia ad adottare il femminile sovraesteso e una serie di altre politiche linguistiche inclusive che promuovono l’uso di un linguaggio che tenga conto della parità di genere, perché si è compreso che la lingua può influire sulla rappresentazione dei generi.
Per un uso corretto del linguaggio nei giornali, le donne devono essere chiamate per nome e cognome, come accade per gli uomini, e non solo per nome, evitando quindi il fenomeno del cosiddetto “cuginismo”, volto a suggerire l’idea di una troppa confidenza tendente a sottovalutarne l’importanza. Inoltre, la rappresentazione delle donne spesso si concentra su aspetti estetici, fisici e sessuali del loro corpo, contribuendo a perpetuare stereotipi di bellezza e a influenzare la percezione di sé e l’autostima, pertanto è essenziale evitare i commenti sull’aspetto fisico o sugli abiti indossati, che incentivano solo la costante attenzione e oggettivazione del corpo femminile.

Foto di Valeria Ferrari
Il successivo intervento, che apre alla seconda parte dell’incontro, è quello di Sara Marsico, giornalista pubblicista e docente di diritto, che parla dei pregiudizi che sorgono spesso nei processi giudiziari, un fenomeno purtroppo diffuso, che mina la giustizia e la parità di trattamento nel sistema legale. Tali pregiudizi possono manifestarsi in vari modi e influenzare la percezione di una donna in tribunale, influendo sulle decisioni di giudici, giurati, avvocati e persino delle forze dell’ordine. I pregiudizi di genere sono di frequente legati a stereotipi sessisti che minimizzano le esperienze delle donne o le trattano con disuguaglianza, aumentando il rischio di ingiustizie. Il tema viene affrontato nel libro La mia parola contro la sua di Paola Di Nicola Travaglini, che esplora le difficoltà che le donne incontrano nel momento in cui si trovano a denunciare una violenza. Per far sì che vengano ascoltate e considerate credibili e meritevoli di empatia e supporto, è necessario per loro apparire come vittime perfette di violenza che rispettano tutte le aspettative tradizionali. Questo concetto è solo un costrutto sociale e culturale che si riferisce a un’immagine idealizzata e stereotipata della persona che subisce violenza. Superare tale concezione è essenziale per costruire una società più giusta, dove tutte le vittime possano essere ascoltate, credute e supportate, indipendentemente dalla loro “perfezione” o dal modo in cui reagiscono agli abusi.
Il linguaggio è il principale vettore di pregiudizi culturali anche nella produzione delle sentenze, in cui molto spesso si banalizza la violenza maschile contro le donne e si giustificano gli atti violenti compiuti dagli uomini come frutto di un «impulso sessuale irrefrenabile».

Infine, l’ultimo intervento è quello di Angelo Farina, presidente Cpo dell’Ordine degli Avvocati di Lodi, che riflette sul linguaggio di genere nell’ordinamento e nelle istituzioni forensi, tema cruciale per garantire un approccio equo e non discriminatorio nella trattazione di questioni legali e giudiziarie che coinvolgono individui di diversi generi. L’uso del linguaggio nelle istituzioni forensi, come tribunali, sentenze, giudizi e verbali di polizia, ha un impatto significativo sulla percezione della giustizia e sul trattamento delle vittime e degli imputati, influenzando anche il modo in cui i diritti e le esperienze di uomini e donne vengono riconosciuti e rispettati.
Nelle istituzioni forensi, il linguaggio, invece, riflette per lo più stereotipi che possono influenzare la parità di trattamento, per esempio l’uso del maschile inclusivo per riferirsi a tutte le persone, indipendentemente dal loro sesso. È fondamentale dunque adottare una serie di prassi per una comunicazione più rispettosa del genere, rivolgendosi nel dialogare non solo e soltanto ad avvocati e colleghi, ma anche alle avvocate e alle colleghe.
In copertina: da sinistra, Paola Rizzi, Laura De Benedetti, Danila Baldo, Sara Marsico, Angelo Farina. Foto di Valeria Ferrari.
***
Articolo di Valeria Ferrari

Attualmente sono una studente del corso triennale in Comunicazione, Innovazione, Multimedialità presso l’Università di Pavia. Ciò che mi piace e mi fa stare bene sono viaggiare e fare sport. Amo impegnarmi al massimo in tutto ciò che faccio e cercare di migliorarmi sempre di più.
