Il Grande Nord è stato per secoli meta di intrepidi viaggiatori, che affrontavano mari tempestosi e percorsi semisconosciuti per i più diversi motivi, da quelli religiosi a quelli commerciali e diplomatici. Itinerari preclusi alle donne, destinate alla sedentarietà con il pretesto della loro presunta fragilità sia fisica che emotiva, e comunque prive di ruoli sociali attivi. Tuttavia, nonostante i moniti e le difficoltà reali, nel tempo diventano sempre più numerose coloro che partono verso il Nord misterioso, seguendo percorsi incerti, spesso approssimativi ma sempre arricchiti dalle loro tenaci aspettative.
Consapevoli di trovarsi in una posizione anomala, queste viaggiatrici si percepiscono estranee e devono giustificare la loro presenza, non solo, o non tanto, con gli indigeni, quanto con chi hanno lasciato a casa. Perciò, quando si affacciano al mondo dell’odeporica per riportare le loro esperienze conoscono un nuovo senso di estraneità: non esiste una tradizione di scrittura femminile nei resoconti di viaggio, per loro non vi sono modelli di riferimento in questo genere esclusivamente maschile. È dunque solo attraverso la “lingua del padre”, appresa in maniera disorganica, senza un percorso di studi regolare, che alzano la propria voce, ognuna a suo modo, pur dovendosi adeguare alle aspettative di chi legge, per offrire un’immagine originale, tratteggiata da sfumature soggettive.
Oggi questi resoconti si dimostrano ancora importanti per diversi motivi: innanzitutto evidenziano sia gli sguardi di queste viaggiatrici su un mondo poco conosciuto, sia il loro messaggio verso un variegato pubblico lettore; in secondo luogo costituiscono documenti preziosi di quella Her-story che si va faticosamente costruendo attraverso le singole testimonianze femminili.

Le apripista
Tra la fine del XVIII secolo e la metà del XIX tre donne, per motivi del tutto diversi, hanno percorso le strade del Grande Nord.

La prima, Mary Wollstonecraft, è già famosa quando, nel 1794, intraprende un viaggio verso la penisola scandinava. Due anni prima, a Parigi per partecipare alla Rivoluzione francese, ha incontrato l’avventuriero americano Gilbert Imlay, di cui si è innamorata. È proprio lui a chiederle di recarsi lungo le coste della Scandinavia: ufficialmente solo una turista, Mary viaggia con la loro figlia, Fanny di due anni e l’incarico segreto di ritrovare un fantomatico vascello, carico degli averi che avrebbero salvato l’uomo dai debiti. Al ritorno, dopo il definitivo abbandono di Imlay, Mary pubblica il suo resoconto, Lettere scritte durante una breve residenza in Svezia, Norvegia e Danimarca (1796): un grande successo, citato nei saggi di geografia contemporanei, ma dimenticato già in età vittoriana. Ultima pubblicazione di Mary prima della sua morte, le Lettere, che evidenziano l’intimità fra mittente e destinatario, coprono una vasta gamma di argomenti, perché l’autrice è una filosofa e riporta tutti gli aspetti di quella realtà sconosciuta, dai ricordi personali agli incontri con le popolazioni locali, dalle osservazioni sulla natura alle difficoltà che deve affrontare in quanto donna sola. È solo nel 1980 che uno studioso svedese, Per Nyström, ha scoperto la vera ragione di questo viaggio: a riprova dello scarso interesse per i viaggi femminili.

Di natura del tutto diversa è il testo di Ida Pfeiffer, relativo a una permanenza in Islanda nel 1845. In quanto donna, Ida non aveva potuto ricevere un’istruzione accademica ma, una volta decisa questa meta insolita, si era preparata con cura imparando inglese e danese (al tempo l’Islanda era governata dalla Danimarca), le basi della tassidermia e della botanica. Il suo diario di viaggio ha un approccio scientifico, è ricco di tabelle chilometriche, note spese precise e due elenchi di piante e animali, catalogati con cura. Il testo è riconosciuto come un contributo al progresso delle scienze naturali, poiché fornisce dati su «un paese così poco conosciuto come l’Islanda, e di cui esistono così poche informazioni recenti», come recita la Prefazione inglese del 1855. I due volumi di Un viaggio in Islanda vengono citati nel Botanical Journal of the Linnean Society e nel primo volume della Nouvelle Géographie Universelle di Elisée Reclus del 1875, dove Pfeiffer risulta tra i principali geografi dell’epoca; tuttavia, anche questo resoconto fu in seguito dimenticato.

Léonie d’Aunet pubblica il Viaggio di una parigina alle Spitzbergen nel 1854.
La sua avventura nordica inizia quando ha solo 18 anni (1838-39) in un modo del tutto insolito: la spedizione scientifica francese alle isole Svalbard necessita di un artista che riproduca la natura sconosciuta di quei luoghi, e Léonie convive con un noto pittore paesaggista, François Auguste Biard. Quando le viene chiesto di persuaderlo a partecipare al viaggio la ragazza accetta, ma solo a condizione di poterlo accompagnare. Il resoconto di Léonie, in forma epistolare, è subito apprezzato nei salotti parigini per la sua originalità: in costante dialogo con chi legge, la narrazione alterna commenti spontanei sul proprio aspetto, i propri incidenti, le abitudini che osserva, con divagazioni più documentate sui luoghi, gli itinerari, le persone che l’autrice incontra lungo il percorso. Anche questo testo rimane a lungo dimenticato, fino alla riscoperta da parte dei movimenti femministi negli anni ’70 del Novecento.

La comparsa del turismo
Intorno agli anni ’50 del XIX secolo anche la Scandinavia si apre al turismo: primi fra tutti arriveranno i visitatori inglesi, subito seguiti dalle loro intraprendenti connazionali. Tra queste, Helen Emily Lowe intitola il suo resoconto Unprotected Females in Norway, dove il termine unprotected va inteso come “indipendenti” e non come “indifese”: è perciò empowering e sottolinea la forza delle donne cui è riferito. L’autrice esordisce dichiarando che, se si parte con un bagaglio opportunamente ridotto, la presenza degli uomini durante il viaggio è del tutto inutile.
Ethel Brilliana Tweedie, la più assidua frequentatrice della Scandinavia, pubblica ben tre diversi resoconti. Il primo, A Girl’s Ride in Iceland, (La cavalcata di una ragazza in Islanda) fa scalpore proprio per il suo modo di cavalcare «come gli uomini» e non, come previsto al tempo, all’amazzone. A Winter Jaunt to Norway: with Accounts of Nansen, Ibsen, Bjornson, Brandes, and Many Others (Una gita invernale in Norvegia: con note su Nansen, Ibsen, Bjornson, Brandes, e Many Others) non si limita a narrare i suoi incontri con autorevoli esponenti della cultura norvegese, ma descrive anche la sua abilità di sciatrice, uno sport non ancora praticato dalle donne. Through Finland in Carts (Attraverso la Finlandia sui carri) riporta un viaggio avventuroso in un’area allora remota della Fennoscandia. La fama di questi resoconti permetterà all’autrice di diventare un’apprezzata scrittrice professionista.
Susanna H. Kent è presto stanca della Svezia del sud, troppo affollata di turisti inglesi: si sposta autonomamente a esplorare la Lapponia, che descrive in Within the Arctic Circle (Oltre il Circolo Polare); Helen Peel, giovane e avventurosa, riferirà in Polar gleams (Bagliori artici) la sua traversata artica, unica donna a bordo di un cargo diretto in Siberia.
Le viaggiatrici italiane
È opportuno riscoprire le viaggiatrici italiane per ribadire come, nel nostro paese, le donne abbiano a lungo occupato una posizione subordinata, il loro contributo allo sviluppo sociale sia stato in ogni campo trascurato, la loro voce sempre silenziata. Per tutti questi motivi le italiane arrivano nel Grande Nord fra il 1898 e il 1935, più tardi rispetto a donne di altri paesi. I loro resoconti hanno un certo rilievo presso il pubblico non specialistico: contribuiscono a modificare nell’immaginario italiano la percezione di quest’area, fino ad allora considerata terra di frontiera, accessibile unicamente a esploratori e scienziati.
Non si può tuttavia parlare di un gruppo compatto di viaggiatrici/scrittrici, perché queste donne non si conoscono e non hanno relazioni tra loro.
Maria Savi Lopez è la prima a descrivere l’Islanda: non potrà mai raggiungerla, ma riuscirà a suscitare la curiosità verso quell’isola, al tempo remota e sconosciuta, grazie a un’accurata documentazione sia letteraria che scientifica. Nei Paesi del Nord (1898) è il resoconto di un viaggio immaginario, una specie di gita d’istruzione, che ha per protagonisti tre adolescenti imbarcati su un piroscafo in viaggio verso L’Islanda.

Elisa Cappelli è un’insegnante fiorentina, attiva alla fine del XIX secolo, quando Firenze è meta di artisti e artiste nordeuropei. Elisa, che si dedica all’insegnamento dell’italiano a questi stranieri, accompagna in Svezia una delle sue allieve, Ebba. Oltre ad apprezzare la natura mite e serena dell’estate svedese, grazie all’ospitalità tra i conoscenti di Ebba l’autrice ha l’opportunità di osservare la quotidianità di un Paese dove la donna occupa una posizione paritaria rispetto all’uomo. Il suo resoconto, In Svezia (1902), si propone quindi come esempio per la “gioventù” italiana, cui è dedicato.
In profonda crisi d’identità, Luisa Santandrea è una giovane donna che intraprende un viaggio attraverso sé stessa, in un itinerario tormentato sullo sfondo della Norvegia selvaggia. La solitudine, un importante incontro con un alter-ego femminile e il percorso verso il nord estremo la portano a scoprire il senso della propria vita: Dove il sole non tramonta (1924) è il titolo significativo del suo resoconto.

All’inizio del XX secolo il Nord Europa diventa meta di crociere di lusso, dove chi viaggia spera di osservare la natura selvaggia senza tuttavia esporsi a pericoli di sorta. Nel 1905 Giulia Salvini Kapp raggiunge l’Islanda con la prima di queste crociere: Le capitali del Nord (1907) sottolinea l’eccezionalità della sua meta, curiosità e stupore emergono costantemente nel suo discorso narrativo.
Nel suo I viaggi meravigliosi (1924) Stefania Türr si pone invece come una viaggiatrice avventurosa, che sfida la natura minacciosa dell’Artico; raggiunge, prima italiana, l’arcipelago delle Svalbard e, sulla via del ritorno, incontra Liisi Karttunen, una nota studiosa finlandese; dal loro colloquio emerge l’autonomia delle donne nordiche, che suggerisce a chi legge un tacito confronto con la condizione femminile italiana.
Ester Lombardo è la crocerista più giovane: attratta, ma anche intimorita, dalla natura selvaggia dell’Artico, è a proprio agio soprattutto a bordo del piroscafo e nella modernità delle città nordiche. Gli articoli che pubblica sulla Gazzetta del Popolo di Torino saranno in seguito riuniti in un resoconto, Luci del Nord-Viaggio (1928).

La Finlandia rappresenta l’unica meta di Maria A. Loschi, che organizza la sua narrazione in Itinerarï Finlandesi (1935), un testo che comprende anche aspetti della storia, dell’economia e della cultura della giovane repubblica del Nord. L’autrice, pur non rivendicando mai il valore emancipatorio delle figure femminili, sottolinea la partecipazione delle donne, attive in ogni campo, alla costruzione del nuovo Stato, nonché la loro presenza in tutte le istituzioni, compreso il Parlamento.

Anna Maria Speckel percorre un itinerario attraverso le città baltiche e scandinave; il suo resoconto, Mediterraneo Baltico (1937), propone già nel titolo la contrapposizione tra Nord e Sud. In aperto contrasto con quanto evidenziato da altre viaggiatrici, l’autrice intende dimostrare la sua personale tesi: la cultura nordica è in declino a causa dell’emancipazione femminile, mentre quella mediterranea sembra aver colto il giusto equilibrio, mantenendo le donne in una posizione subalterna che non danneggia la “virilità” maschile.
Una conclusione temporanea
Questi viaggi nel nord Europa aggiungono un capitolo alla storia delle donne, mentre la riscoperta dei loro resoconti arricchisce quell’archivio di scritti femminili che si sta faticosamente costruendo, non solo grazie all’impegno di tante studiose, ma anche in virtù di nuove testimonianze. Come la trama e l’ordito di una trapunta artigianale, i diversi discorsi narrativi intessono gli aspetti concreti del viaggio con quelli astratti della rielaborazione personale, invitando anche un pubblico non specializzato, composto prevalentemente di donne e di giovani, lungo un percorso variegato, in precedenza impraticabile.
L’insieme di questi testi costruisce una memoria attiva, che invita al dialogo fra le protagoniste del passato e le modalità “fluide” della comunicazione contemporanea, dalle graphic novel ai social media ai blog; in attesa delle incognite comunicative che riserverà il futuro.
***

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.
