Abitavamo in un appartamento piccolo, quaranta metri quadri, in una casa che oggi si direbbe d’epoca, ma a me allora sembrava solo vecchia. Una sala, una camera da letto, un cucinino e un bagnetto, tutti tenuti insieme da un ingresso fatto solo di porte.
“Casa piccola felicità grande”, c’era scritto su una mattonella decorata appesa in cucina; quella non me la ricordo, ma era citata spesso nella mitologia familiare.
Papà e mamma erano due giovani maestri, innamorati del proprio lavoro. Lui con salde radici nella sua terra d’origine, di solida formazione cattolica e con un passato recente di partigiano nel corpo dei Volontari della Libertà. Lei, arrivata a Lodi dopo le nozze, ma milanese di nascita e quindi considerata un po’ snob, aveva per giunta nome e cognome di inequivocabile ascendenza meridionale e quindi era pure “terrona”. Non era facile essere accettata nella città di provincia dove era venuta a vivere per amore. Però era la prima maestra della città con un titolo di specializzazione per poter insegnare alle “scuole speciali” da poco istituite, quelle dove, insieme a oligofrenici e “mongoloidi” (così li definiva la terminologia del tempo) finivano anche bambine e bambini provenienti da famiglie povere e svantaggiate che era più comodo parcheggiare in una classe “speciale”, una scelta classista che non sfuggiva alla consapevolezza della giovane insegnante di simpatie socialiste.
Alla maestrina era costato lasciare la metropoli e perdere quelle occasioni di vita sociale e culturale che fiorivano nel clima di rinascita postbellica. Il suo primo incarico era stato alla “Casa del sole”, la scuola primaria attiva all’interno del Parco Trotter, una scuola all’avanguardia improntata al “saper fare”, il cui modello innovativo era riconosciuto a livello europeo; una scuola in un parco, a contatto con la natura, in cui bambine e bambini “malaticci”, provenienti da famiglie povere, avevano a disposizione orti, stalle, frutteti, piscine, palestre in cui mettersi alla prova per crescere in modo completo e armonioso. Ancora molti anni dopo mia madre, ricordava con compiaciuto orgoglio che la sua prima retribuzione, ricevuta dal Comune di Milano per aver lavorato al Trotter, era consistita in un abbonamento alla stagione di prosa del neonato Piccolo Teatro.
Si era alla fine degli anni Cinquanta, in pieno boom economico. Si guardava al futuro con speranza, fiducia e voglia di fare.
La mia prima esperienza scolastica è stata la scuola materna di Campo di Marte, un quartiere di recente costruzione, al di là del fiume. Lì insegnavano due sorelle, “signorine”, che abitavano nel nostro stesso edificio, in un appartamento decisamente più grande, di cui però ricordo solo l’anticamera. Non so se mamma fosse diventata loro amica (la differenza d’età era evidente), certo è che le visite a casa loro erano frequenti e che le tre insegnanti chiacchieravano volentieri, indifferenti alla mia noia e al mio fastidio, anche per condividere punti di vista e convinzioni in merito alla loro missione educativa. Fatto sta che quando si trattò di decidere quale scuola materna avrei frequentato, la scelta cadde su quella dove insegnavano loro. Non credo che fosse ufficialmente una scuola montessoriana, ma certo le due “signorine”, nella pratica didattica, si ispiravano all’insegnamento della grande pedagogista. E siccome noi abitavamo in centro mentre la scuola era in periferia, oltre il fiume, per raggiungerla era necessario prendere una “corrierina” su cui, dopo essere stata accompagnata alla fermata, viaggiavo da sola. A cinque anni… una bella esperienza di autonomia.
Bene, in quella casina, con i soffitti alti alti, quella dove abitavamo, gli interruttori della luce erano posti, come si usava allora, a un’altezza irraggiungibile per una bambina di cinque anni. Ogni volta che volevo/dovevo andare in una stanza diversa da quella dove c’erano “i grandi”, ero costretta a chiedere il loro aiuto per sconfiggere il buio. E io allora, come tutte e tutti i bambini, avevo una gran paura del buio.
A un tratto la casetta di quaranta metri quadri diventò troppo piccola. La famiglia cresceva e poco dopo l’arrivo della sorellina ci trasferimmo nella casa nuova, grande, grandissima. C’era una stanza tutta per me, almeno fino a quando la piccola non si prese la sua parte di spazio, e c’era addirittura un salone dove potevo girare con i pattini o con la mia prima bicicletta. Ma soprattutto c’era una sorpresa per me: tutti gli interruttori erano a portata dei miei pochi centimetri e delle mie piccole mani, facili facili da usare e con un cicalino dal suono simpatico. Negli altri appartamenti del condominio nessuno aveva degli interruttori a misura di bambina/o. Papà e mamma, ma credo soprattutto lei che si era formata sui testi di Maria Montessori, avevano voluto che io potessi accendere la luce da sola, senza dover dipendere da loro.
E quell’accendere la luce per sconfiggere il buio, da piccolo gesto della quotidianità ha poi assunto un significato simbolico. La luce me la sono accesa tante volte, metaforicamente.
Papà, invece, che avrebbe voluto una composizione della famiglia meno squilibrata verso il femminile, cercava di compensare la mancanza del figlio maschio, regalandoci e regalandosi giochi come trenini elettrici, piste per macchinine telecomandate, automobili a pedali. Insomma, noi non eravamo rinchiuse in un orizzonte limitato di giochi da femmina, potevamo scegliere.
Così, se guardo alla mia infanzia, ci trovo semi di autonomia, autostima e libertà, pilastri della mia educazione di cui devo ringraziare i miei genitori (in particolare la mamma) e la loro visione educativa, già allora abbastanza libera da stereotipi.
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Articolo di Daniela Fusari

Daniela Fusari, docente di materie letterarie nella scuola superiore, è nata a Lodi dove vive e insegna. In qualità di archivista, ha curato, il riordino e l’inventario di fondi documentari. Fa parte della Società Storica Lodigiana e ha svolto ricerche di carattere storico in ambito locale e per la valorizzazione dei Beni culturali. Riesce ancora, per sua fortuna, a divertirsi in tutte, o quasi, le cose che fa.
