OperaUnica. Tredici sedie, un djembe e un posto nella storia

Le ante delle porte, ricoperte di morbido velluto rosso, si spalancano; dalla soglia della sala del teatro comunale Tina di Lorenzo lo sguardo scorre veloce verso il palcoscenico; su di esso campeggiano tredici sedie disposte ad arco e un djembe. I riflettori li illuminano mentre tutto intorno è buio.
«In questo spazio magico, dove la finzione diventa vita, verità e pathos, incontriamo, attraverso forme e colori, donne che ci hanno lasciato un sentimento universale, quello che rende l’arte lo spazio libero dell’esistere. […] La loro Opera unica qui diventerà un coro di voci, con toni diversi, ora armonici, ora stridenti, ma sempre luoghi dell’anima. Che lo spettacolo abbia inizio…»

In scena, evanescenti ma rese concrete dalla materialità delle sedie che le personificano, ci sono quattordici donne, artiste e intellettuali che nel corso della loro vita si sono distinte per il carattere innovativo delle loro opere e per il messaggio veicolato attraverso esse.
Lo strumento della sedia, dell’oggetto che occupa uno spazio, diviene il simbolo mediante cui viene riconosciuto, e ricordato, il posto che queste pioniere hanno occupato e occupano nella grande tavola della storia del femminile. La loro arte e il loro io rivive nelle voci degli/delle studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Matteo Reali di Noto (SR), le cui parole fanno da sottofondo alle foto e alle riprese video che compongono il cortometraggio Operaunica-Donne e Arti realizzato dalle classi nell’ambito della Sezione A-Interpretazioni dell’XI edizione del concorso Sulle vie della parità.
«Il lavoro di ricerca che ha portato alla scelta delle artiste da raccontare, la realizzazione delle biografie da cui è scaturita la scrittura dei racconti, […] la costruzione delle scenografie, la scelta e/o realizzazione degli oggetti di scena, l’ottima qualità della narrazione vocale e del montaggio in un unico video» sono stati riconosciuti con il conferimento del primo premio ex aequo.

«Il mio nome è Billie, Billie Holiday. […] A quindici anni inizio a cantare nei club di Harlem; divento “lady”, “la signora”, visto che mi rifiuto di ricevere le mance dei clienti. […] Nei locali dove canto devo usare l’ingresso riservato ai neri per rimanere chiusa in camerino fino all’entrata in scena. […] Nel ’39, sfidando le discriminazioni razziali, canto una canzone coraggiosa: Strange Fruit; lo strano frutto era il corpo di un nero ucciso dai bianchi appeso a un albero. […] L’ostilità dei suprematisti bianchi e il mio inno per la protesta dei diritti civili vi obbligano a ricordarvi di me».
La cantante jazz e blues è una sedia nera sopra la quale poggia una versione in cartapesta di sé, i cui capelli sono rami da cui pendono foglie e frutti… foto di vita.

«Sono Rosa Balestrieri. […] Io tutta quella rabbia che ci avevo dentro l’ho cantata con tutta la voce che ci avevo e con tutta l’anima mia. Per protestare, si! Perché si può protestare in mille modi… E io canto. Ma io sono diversa; diciamo sono un’attivista che fa comizi con la chitarra. Nelle mie canzoni parlo della fame, della disoccupazione, delle donne madri, dell’immigrazione e del razzismo… Insomma, parlo di tutto il dolore della mia terra e della mia gente, e poi racconto della mia Sicilia. […] Mi sento l’anima della mia terra». La sedia rossa, dipinta con motivi che richiamano i carretti dell’isola, e il racconto con toni dialettali danno essenza e suono alla storia della cantautrice e cantastorie nata a Licata nel 1927.
Dopo di lei va in scena la vita di Letizia Battaglia. Le macchine fotografiche e le foto in bianco nero sono il simbolo di un’esistenza dedicata all’impegno sociale e politico, alla gente e alla bellezza che, spesso, si manifesta anche nel dolore.

Caschetto bombato, frangia appena sopra le sopracciglia e l’iconico biondo platino… sul palcoscenico ora c’è lei: “la Raffa nazionale”.
«Credo da sempre nella libertà, nell’emancipazione e nella parità di genere. Attraverso le mie canzoni e l’atteggiamento un po’ ribelle ho sfidato gli stereotipi culturali e ho aperto la strada a nuove forme di espressione artistica».

Segue il racconto in prima persona dell’attrice da cui il teatro prende il nome: Tina di Lorenzo. «Riconosciuta come una delle maggiori interpreti del teatro italiano tra Ottocento e Novecento, soprattutto nei ruoli drammatici, i consensi di critica e pubblico mi hanno soprannominata “angelicata” e in America Latina “encantadora”».

La sequenza di sedie si interrompe per un momento.
È uno djembe, tamburo a calice originario dell’Africa occidentale, a simbolizzare la figura di Miriam Makeba, cantante della tristezza, della gioia di ballare e dell’apartheid.
«Ho cantato in tutto il mondo diventando un simbolo della fiera battaglia africana per la libertà e la giustizia.
Mi piace pensare che sia stato possibile sconfiggere l’apartheid e la segregazione razziale anche grazie a me: Mama Africa».

Prima donna ad andare al fronte di guerra, Oriana Fallaci, è la giornalista dei diritti umani. I suoi scritti dissacranti e sovversivi le valsero in vita molte critiche e qualche riconoscimento ma… «Forse oggi mi si riconosce, oltre all’onestà, anche qualcuna delle mie ragioni».

«Nonostante pochi si ricordino di me, Nina Cavalieri, sono stata un’icona nel mondo dello spettacolo del XX secolo. […] Cantante lirica di eccezionale talento, mi esibisco nei più grandi teatri d’Europa e d’America. […] Gabriele D’Annunzio, mio grande ammiratore, mi ha definita “la Venere in terra”.
Mi sono distinta anche nel campo dello sport: la mia dedizione alla bicicletta è stato un simbolo di emancipazione per le donne mie contemporanee contro gli stereotipi del tempo». Nina è una sedia in ferro, un busto di cartapesta longilineo ed elegante, grandi fiori di acceso arancione.

Un palcoscenico in miniatura poggia su una sedia rosso fuoco, circondato da molteplici rose dello stesso colore. La foto di Anna Magnani, ritratta mentre ride con il suo inconfondibile fare irridente, canzonatorio e gioioso, è incorniciata dai tendaggi del sipario. «La mia vita fuori dagli schemi mi rende un emblema, una figura di transizione tra la donna subalterna e la donna liberata, proprio perché porto dentro di me tutte le contraddizioni del tempo e della storia delle donne». Oscar alla migliore attrice protagonista per l’interpretazione di Serafina Delle Rose nel film La rosa tatuata, “Nannarella” è l’attrice per eccellenza del Neorealismo.
C’è poi lei, la “Venere bionda”. Modella e attrice, Marilyn Monroe è l’icona indiscussa nel cinema hollywoodiano del XX secolo.

Dolore, passione e raffinatezza si fondono armonicamente nella voce e nell’interpretazione canora di una delle più grandi cantanti della musica pop italiana: Domenica Rita Adriana Bertè, in arte Mia Martini.
Sembra rivederla “Mimì”, seduta su quella sedia che la rappresenta nella sua semplicità mentre, con la sua voce unica, intona Almeno tu nell’universo.
«Non voglio essere ricordata per la mia morte ma per la bellezza della musica che ha dato senso alla mia vita».

Elsa Morante, la narratrice delle storie degli ultimi, «di chi subisce le decisioni prese dai potenti, nelle cui mani tragedie personali non trovano posto nel racconto della storia ufficiale», e Michela Murgia, attivista, scrittrice, drammaturga, critica letteraria e insegnante di religione, lasciano che a presentarle siano loro: i loro libri, custodi preziosi di ragioni, sentimenti e pensieri.

«In seguito a una crisi nervosa, […] scopro nella pittura la mia terapia. Ho trovato la mia strada […]. Le mie “Nana”, sculture con sembianze femminili dalla forma un po’ grottesca, gigantesche, con un fervido ed esplosivo linguaggio coloristico; la grande energia femminile e il colore della maternità», sono la visione intima e provocatoria che Niki de Saint Phalle lascia ai posteri. Donna e artista (come lei stessa amava definirsi), il suo testamento simbolico consta anche del visionario Giardino dei Tarocchi (Capalbio), al centro del quale si erge «un’istrionica sacerdotessa al cui interno si trova la dimora dell’artista, eroica figura femminile discendente dalle Grandi Madri».

Catenese, figlia di un avvocato socialista e di una sindacalista, Goliarda Sapienza siede, nella versione in cartapesta di sé stessa, su una sedia color rubino modesta e diroccata, reduce simbolica delle bufere storiche e delle tempeste sentimentali dalle quali si salva solo grazie “all’arte della gioia”, così come la protagonista del romanzo dedicato.

Hedy Lamar, attrice e inventrice nota per aver realizzato il sistema frequency-hopping (fondamentale per tecnologie moderne come la wifi e il bluetooth) e Monica Vitti, celebre attrice del film L’Avventura, sono le donne ora in scena. Dopo di loro a presentarsi è Mariangela Caterina Melato, attrice teatrale e cinematografica, nota, tra le altre, per le sue interpretazioni in La monaca di Monza, l’Orlando furioso e La poliziotta, film con il quale vinse il suo primo David di Donatello. A consacrarla come versatile attrice degli anni Settanta è Lina Wertmüller, la regista che la succede nella rappresentazione. «Sono la prima donna nella storia del cinema a essere stata candidata agli Oscar come migliore regista. […] Una donna anticonformista, insofferente alle etichette, fortemente indipendente e decisa, nella vita e sul set».

Le citazioni sopra riportate sono estratte dei monologhi teatrali prodotti dagli/dalle studenti dell’IIS Matteo Reali di Noto; potete ascoltare la versione integrale e visionare il cortometraggio realizzato attraverso il seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=5cdj1IvAwNQ.

L’iter laboratoriale volto a ridar voce, spazio e a rafforzare la memoria, si è concluso con l’intenzione di richiedere all’Amministrazione comunale che una sala della biblioteca del comune venga intitolata a Goliarda Sapienza e con la volontà di creare itinerari di Educazione Civica simili a quello già realizzato. L’OperaUnica di queste quattordici donne è un coro composito dove la voce delle stesse si fonde con quella degli alunni e delle alunne. Quest’ultime, che oggi danno consistenza e vigore all’arte e al lavoro di chi le ha precedute, ci fanno sperare che domani ci sarà, anche per loro, una sedia alla grande tavola del sapere e del fare femminile.  

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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.

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