Il quarto incontro di La violenza di genere: teorie e pratiche fra passato e presente, il nuovo corso della Società Italiana delle Storiche, si intitola Storia dell’ordine patriarcale ed è presentato da Simona Feci. Il corso, gratuito, è collocato all’interno del progetto La storia (di genere) al servizio del tempo presente, finanziato dai fondi Otto per mille 2023 della Chiesa Valdese.
Il patriarcato non è solo un concetto interpretativo ma anche una realtà storica plurima, un termine che è di recente tornato alla ribalta sia nel mondo delle scienze sociali che in quello della politica. Alla luce di tutto il materiale fornito dalla Società Italiana delle Storiche sui suoi siti e social, Feci ha costruito una proposta di lavoro in grado di dialogare con quel materiale, concentrandosi soprattutto sull’Età moderna. Una riflessione su come si teorizza il concetto di ordine patriarcale e si fissa nella sua pluralità senza però riuscire a soffocare del tutto le voci contrarie, per rispondere a una domanda: è possibile sbrigliarsi dalle maglie di questo sistema?
Ci sono diverse fonti, dal Corpus iuris civili giustinianeo ai testi sacri come la Bibbia, che cercano di escludere o quanto meno limitare il coinvolgimento delle donne nella vita pubblica: il Digesto, una delle fonti di diritto più rinomate nel Medioevo e all’inizio dell’Età moderna, riconosce esplicitamente una “maggiore dignità” al sesso maschile, una preminenza qualitativa che le donne non possiedono e che sbarra loro la porta di qualunque funzione pubblica. C’è tuttavia nello stesso testo una certa sensibilità sul fatto che ciò non sia un fatto naturale ma culturale, esplicitando che si tratti di una questione di “costume” questa proibizione, una convenzione e non una “naturale” mancanza di giudizio nelle donne. Non abbiamo però solo il Digesto come fonte: San Paolo è molto chiaro quando afferma che la donna deve essere sottomessa al marito e mai alzare la voce, perché egli è il suo capo come Dio è il capo degli uomini (Efeso 5:22,23; 1Timoteo 2:11,15), una convinzione che viene recepita nel Decretum gratiani, il più importante testo di diritto canonico del Medioevo.
Nella famiglia patriarcale il potere è in mano al capo famiglia (patria potestas), il quale detiene un complesso di diritti e doveri nei confronti del suo nucleo famigliare e che esercita la giurisdizione domestica con strumenti come lo ius corrigendi (il diritto all’uso della forza per “correggere” comportamenti considerati scorretti sia da parte della moglie che della prole). A partire dal Cinquecento la riflessione sul rapporto tra Stato e individuo porta a vedere una correlazione tra il governo domestico e quello statale: per Jean Bodin la famiglia è un elemento dello Stato; una famiglia governata da un buon capofamiglia è riflesso del buon governo dello Stato. Il potere del patriarca e l’ordine che ne consegue non sono senza opposizioni: ci sono numerose dispute intellettuali sul matrimonio, sulla preminenza di un sesso sull’altro in termini di virtù, sulla diarchia per il governo della casa tra il marito e la moglie.
Carole Pateman in Il contratto sessuale rivede il contrattualismo in Età moderna e distingue tra il patriarcato tradizionale e il patriarcato “fraterno”, quest’ultimo all’origine del modello moderno. Il “patto fraterno” come contratto tra individui maschili posti su un piano orizzontale è un’idea che ha origine nel Seicento. Il patriarcato tradizionale è ben rappresentato dall’opera di Robert Filmer Patriarca, o del potere naturale dei re, che celebra il diritto naturale e divino dei sovrani a governare. Filmer concepisce la discendenza del potere a partire da Dio che la dona ad Adamo, il quale la dona ai re che governano sulla moltitudine: “onora tuo padre” è la frase che per Filmer legittima il governo di Adamo su Eva, dell’uomo sulla donna. John Locke argomenta contro Filmer asserendo che non c’è diritto divino nella sottomissione delle donne ai loro mariti, ma che sia una semplice “previsione” dei costumi che l’umanità avrebbe poi creato — la giustificazione di questa superiorità maschile è molto vaga, come nota Mary Astell, che ironicamente controbatte che se la forza fisica fosse davvero alla base di tale predominio, allora il più robusto dei facchini dovrebbe essere il più assennato degli uomini. Locke prosegue il suo ragionamento descrivendo il contratto coniugale: marito e moglie hanno un diverso intelletto — non chiarisce se sia una questione qualitativa o di volontà individuale — e che il primo ha il primato nelle scelte perché più capace e forte; il suo potere non è però assoluto: a seconda del diritto naturale o delle tradizioni per la donna ci potrebbero essere dei margini di autonomia.
Già agli inizi del Seicento Marie de Gournay, editrice dei saggi di Montaigne, in Sull’uguaglianza degli uomini e delle donne e in La lamentazione delle donne, contesta la superiorità maschile e l’idea stessa che Dio debba essere pensato come maschio. Arcangela Tarabotti denuncia le monacazioni forzate e la tirannia paterna, prendendosi gioco di chi arrivasse a sostenere che le donne non fossero della stessa specie degli uomini. Durante la Rivoluzione inglese la partecipazione femminile fu importantissima, una presa di parola pubblica inedita fino a quel momento composta da tanti pamphlet e pubblicazioni stampate, da profetesse a predicatrici passando per autrici di petizioni al Parlamento. Margareth Fell Fox scrive a difesa della presa di parola in pubblico da parte delle donne sulla base delle Sacre scritture. La già citata Astell nelle sue opere è assai critica di Locke e del suo patriarcato “fraterno” fondato su un contratto tra tutti gli individui che però occulta l’esclusione delle donne, risolvendo questa mancanza nel contratto matrimoniale che dona loro potere solo nella sfera privata. Astell argomenta che se la sovranità assoluta non è necessaria nello Stato non c’è motivo che lo sia anche in famiglia, che se il potere arbitrario è un metodo di governo improprio esso non dovrebbe essere applicato in nessun caso, senza eccezioni: «Se tutti gli uomini sono nati liberi, perché le donne sono nate schiave?» scrive in Riflessioni sul matrimonio. Questa idea della schiavitù femminile circola molto: in Lady Roxana di Daniel Defoe la protagonista rifiuta il matrimonio con un buon partito perché con esso avrebbe perso la propria libertà e sarebbe diventata una mera serva; il matrimonio avvantaggia solo l’uomo, mai la donna.
Il tema del lavoro della moglie, obbligata all’obbedienza e ai compiti di cura, diviene oggetto di riflessione in De salario di Lanfranco Zacchia, considerato il primo trattato sul salario e la giusta retribuzione; in esso si argomenta che la moglie che amministra i beni del marito non debba ricevere un salario e che essa è tenuta a prestargli obbedienza e ad assolvere ai suoi compiti coniugali; questi sono diversi dai compiti della serva, che invece recepisce un salario per quello che fa.
Torniamo alla domanda inziale: è possibile liberarsi dalle maglie del patriarcato? Bisogna non cadere nella trappola della naturalità del sistema: fin dalla sua nascita le donne lo hanno combattuto, dotandosi di strumenti che permettessero loro di difendersi dall’oppressione, esercitando un monitoraggio costante di questa sottomissione e impegnandosi per sottrarsi a esso.
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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.
