Emma Amos, l’arte in rivolta

«Quand’è che hai iniziato a pensare criticamente a te stessa come a una artista? E come a una artista nera?». È il 1993, e bell hooks sta raccogliendo alcune interviste che confluiranno nel suo libro Art on my mind: visual politics, un testo in cui esamina il peso che razza, genere e classe hanno all’interno dei processi di creazione, critica e vendita dell’arte.
«Non credo di aver davvero iniziato a pensare criticamente a me stessa fino agli ultimi Ottanta. […] All’inizio, credo sia stato il movimento per i diritti civili a rendermi più critica nei confronti di ciò che stavo facendo. Non potevo, in tutta coscienza, dipingere dei bei quadri colorati a pennellate brusche, senza provare un po’ del dolore e dell’angoscia delle cose che volevo dire sulle donne, in particolare sulle donne nere, negli anni Sessanta. L’ho fatto, ma senza che nessuno mi dicesse cosa fare, senza che nessuno guardasse il mio lavoro o che qualcuno tra gli uomini reagisse ad esso in qualche modo».

bell hooks ed Emma Amos, 1993

A rispondere è Emma Amos: artista, insegnante, attivista, una «potenza» — come la definisce hooks — nel riunire le artiste e catalizzarne le idee. Non stupisce, per chi ne conosce la storia, che una tra le più importanti teoriche femministe intersezionali abbia scelto per la sua intervista proprio Emma Amos. Per chi, invece, non ne abbia mai sentito parlare, questo articolo ne racconta la vita, lo stile, le opere, sullo sfondo di alcuni dei momenti più significativi della storia americana del Novecento — la segregazione, il movimento per i diritti civili, il femminismo.

Emma Amos nasce nel 1937 ad Atlanta, in Georgia, negli Stati Uniti del segregazionismo. Grazie ai genitori, una coppia di classe media — il padre possedeva una farmacia — viene circondata fin da piccola da intellettuali afroamericani — W. E. B. DuBois, Zora Neale Hurston, Hale Woodruff, Maynard Jackson — che saranno fondamentali nello sviluppo artistico quanto in quello umano di Emma, che inizia a inseguire il suo sogno fino dai sei anni: «Tutto ciò che facevo era disegnare» racconta nell’intervista. Fino ai sedici anni studia all’interno delle istituzioni scolastiche segregate — un contesto in cui, come sottolinea hooks, «le differenze di genere sono messe in maggiore evidenza rispetto a quelle di razza» — quando si sposta a Yellow Springs, Ohio, all’Antioch College come suo padre aveva fatto prima di lei.

Emma Amos all’Antioch College, 1953

«Mi sono resa conto di venire identificata in base alla razza quando ho frequentato l’università in Ohio. Ho scoperto di essere decisamente diversa, perché era un college frequentato quasi solo da bianchi. […] Voglio dire, non sapevo ci fosse nulla di “sbagliato” negli intellettuali neri, perché ne ero stata completamente circondata». Passa il suo quarto anno a Londra, dove si interessa di incisione, pittura e tessitura alla London Central School of Art, dove tornerà, una volta laureatasi alla Antioch, per prendere un diploma d’arte e lavorare.

Nel 1960, a ventitré anni, dopo aver esposto la sua prima mostra ad Atlanta — dove partecipa «a quella che oggi sembra il nucleo di energie e persone che avrebbe portato al movimento per i diritti civili» — si trasferisce a New York; qui lavora come assistente insegnante prima e come designer di tessuti poi. Passa i primi anni newyorkesi a veder rifiutate le sue opere da ogni galleria, con il pretesto della giovane età. C’è però qualcun altro ad apprezzarne il lavoro: nel 1964 viene invitata a far parte del collettivo d’arte Spiral, associazione che si incontra settimanalmente per discutere del ruolo che deve avere l’arte afroamericana in politica e nel movimento per i diritti civili. Nel gruppo, composto da circa una decina di artisti neri — tra cui Romare Bearden, Charles Alston, Norman Lewis e Hale Woodruff — lei è la più giovane, nonché l’unica donna: un posto che, se inizialmente occupa con orgoglio, si rivela poi di facciata. «Credo che mi abbiano chiesto di entrare nel club al posto di donne che conoscevano, perché quelle donne rappresentavano una sorta di minaccia, mentre io ero solo “una ragazzina”» racconta a hooks. Mentre le proposte del collettivo — fondato nel 1963 e già scioltosi nel 1965 — si orientano su opere in bianco e nero, lo stile di Amos di questo periodo, ascrivibile all’espressionismo astratto, comprende perlopiù tele cariche e sgargianti, calde ed espressive, con qualche figura a fare capolino, come si vede nell’opera The Reader.

The Reader, 1967

Nel 1965 Emma sposa Robert “Bobby” Levine, da cui avrà due figli, Nicholas nel 1967 e India nel 1970. Durante questo periodo Amos continua a scoprire nuovi stili, forme e tecniche, illustra la rivista Sesame Street e conclude un master alla New York University, che le permetterà a partire dal 1974 e per oltre trent’anni di insegnare arte in svariate scuole e università. Mentre la sua arte è in mutamento — come si vede da una delle sue opere più famose, del 1973, Sandy and Her Husband — nel 1977 sviluppa e co-conduce uno show su arte e artigianato, Show of hands, per la Wgbh Educational Tv a Boston, che andrà in onda per due anni.

Sandy and Her Husband, 1973

«Credo che ciò che quello show mi ha insegnato sia stato a essere sicura, che potevo imparare a fare qualcosa, che potevo farcela fino alla fine. […] Ma quando è finita, era davvero finita, e io ero stata una star a Boston e una nullità a New York. Dovevo trovare un modo per portare nel mio lavoro artistico quell’elemento di artigianato che avevo sviluppato. Così ho preso uno studio a SoHo e ho iniziato a reimparare a fare l’artista». E lo fa per davvero: le sue opere diventano terreno d’incontro di diversi tipi di tecniche — tessitura e pittura, collage e incisione — con protagonista la condizione femminile, soprattutto della donna nera nella società americana. Raffigurate in pose dinamiche, fluttuanti, le donne di Emma Amos si stagliano su sfondi a forte contrasto di colori e materiali: un esempio perfetto è Black Dog Blues, del 1983.

Black Dog Blues, 1983

«Un’altra cosa che credo ti distingua dalle altre artiste, e in particolare dalle altre artiste nere del tuo tempo, è che sei cresciuta intellettualmente e artisticamente fino a diventare una persona il cui lavoro è informato dal pensiero e dalla pratica femminista», così la descrive bell hooks. E infatti, Emma Amos non si attiva unicamente per il movimento dei diritti civili, né lo fa solo attraverso la sua arte: nonostante sviluppi piuttosto tardi una sensibilità femminista, diventa parte quando non fondatrice di alcuni dei collettivi d’arte femministi più importanti di sempre: il collettivo Heresies Collective e l’associazione Guerrilla Girls.

Heresies, 1977

Il primo, fondato a New York nel 1976 da un gruppo di artiste, ebbe come principale attività la pubblicazione della rivista Heresies: A feminist publication on art and politics, il cui scopo principale era incoraggiare la stesura di una storia femminista dell’arte, oltre che fungere da detonatore per ispirare le artiste e stimolarne il dialogo, con l’obiettivo di minare quel processo di creazione, critica e consumo dell’arte tipico della società capitalista. Emma Amos farà solo parte di questo collettivo, mentre ricoprirà un ruolo fondamentale nell’associazione femminista tuttora attiva Guerrilla Girls: quello di co-fondatrice. Le attiviste si battono in maniera anonima — coprendosi il volto con maschere da gorilla — con manifestazioni e affissioni che denunciano le condizioni in cui versano le artiste. Sono particolarmente famose per due manifesti: Naked, del 1989, e The Advantages of Being a Woman Artist, del 1988.

Naked, 1989
The Advantages of Being a Woman Artist, 1988

Nei ventisette anni che passano dall’intervista che concede a bell hooks alla sua morte — avvenuta nel 2020 — Emma Amos si dedica all’insegnamento e, ovviamente, alle sue opere. Concludiamo questa sua biografia con una delle citazioni che meglio la rappresentano, e che, per amor di forza del messaggio che veicola, e sicure della semplicità delle parole, evitiamo di tradurre: «For me, a Black woman artist, to walk into the studio is a political act».

In copertina: Emma Amos nel 1979.

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Articolo di Dana Moda

Studente di Editoria e scrittura e dottora in Mediazione culturale. Giovane e appassionata lettrice, nonché meticolosa scrittrice, crede nel potere delle parole e auspica una società della cura. Soccombe alle fusa delle sue gatte.

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