Il diritto non sempre civile

A 18 anni, dopo aver preso la licenza liceale con il massimo dei voti, sono partita da sola dalla Calabria e sono andata a studiare a Firenze.
Mi sono iscritta alla facoltà di giurisprudenza, era l’epoca di mani pulite e più che una scelta per la mia vita, sembrava una forma di dissenso verso un sistema che aveva manifestato il suo lato corrotto.
Il mio impegno da matricola ha dato i suoi frutti, ho fatto i miei primi esami con ottimi risultati, e lascio come ultimo esame all’appello invernale, la materia più ostica: Diritto Privato.
Mi presento il giorno dell’esame preparata e preoccupata, ho da poco compiuto vent’anni e la mia insicurezza li mostra tutti.
Il professore scandisce il mio cognome, mi avvicino alla cattedra, aspetto che lui mi faccia cenno di potermi sedere, mi siedo — il suo aspetto da vicino è austero, gli occhiali appoggiati alla punta del naso, la barba scura incolta e un tono di voce che non lascia presagire cordialità. Porgo il libretto, lo apre, e senza degnare di uno sguardo i voti ottenuti, si limita a leggere i miei dati anagrafici e mi dice: «Ma lei, signorina, che ci fa qui in questa facoltà? Non potrebbe studiare altro? Non potrebbe occuparsi di altro?»
Io ho vent’anni e non ho gli strumenti per riuscire a rispondere a un uomo che non è solo un professore, è l’emblema di un sistema che giudica inadeguata e inopportuna una donna, una donna del Sud, che un giorno avrà lo stesso titolo di un uomo, di un maschio come lui.
Le sue parole mi colpirono come un pugno allo stomaco. La mia mente si bloccò, le risposte che avevo preparato con cura svanirono. Mi sentivo come se stessi annegando in un mare di pregiudizi, perdo tutto e non sono più in grado di sostenere l’esame. Mi alzo e vado via: i mei anni di studio, l’impegno, i sacrifici, tutto in quel momento si azzera davanti alla prepotenza di un pensiero patriarcale svalutante e discriminante.
Uscita dalla facoltà è il mio corpo a reagire, divento tutta rossa, finisco in ospedale e vengo curata da reazione allergica. Sì, in effetti sono allergica alla violenza di genere!
In ospedale, mentre mi somministravano le cure, ho riflettuto a lungo su quanto accaduto. Mi sentivo ferita, ma anche determinata e infatti in quel momento ho capito che la mia battaglia non era solo per superare l’esame, ma per affermare il mio diritto di studiare e di avere successo, a prescindere dal mio genere o dalle mie origini. E infatti non solo ho superato l’esame all’appello successivo, ma mi sono anche laureata in giurisprudenza!

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Articolo di Francesca Boeti

Detta Milly, sono nata in Calabria, vivo in Toscana e mi sento cittadina del mondo. Collaboro con enti del terzo settore occupandomi principalmente di realizzare e promuovere progetti legati al tema dell’inclusione. Amo leggere, scrivere e viaggiare. Ho conseguito una laurea in Giurisprudenza, da sempre interessata agli studi sulla parità di genere.

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