Tra dover essere ed essere. Emozioni di una catastrofe adolescenziale

Era il settembre 1992 e con i miei appena compiuti quattordici anni mi apprestavo ad iniziare il Liceo Linguistico.
Classe prima: ventotto femmine e due maschi.
Il Liceo Linguistico, a quei tempi, aveva un’utenza quasi prevalentemente femminile e questo per me non è stato certo un bene.
In quegli anni di catastrofe adolescenziale, in cui ogni minimo cambiamento richiede di accettare una nuova parte di sé, ho pagato un prezzo molto alto per accoglier-mi e riconoscer-mi. Ho costruito e de-costruito la mia immagine di adolescente così tante volte da esserne esasperata per la tristezza e il dolore di non sentirmi mai come le altre, “quelle belle”, misure novanta-sessanta-novanta, abiti firmati e sorriso stampato sulle labbra come una Barbie.
Non riuscivo ad essere chi volevo, ma riuscivo solo a cercare di dover essere quello che la società chiedeva alle ragazze di quegli anni. E nella mia classe, di giovani donne come quelle, ce n’erano diverse. Provenivano da famiglie benestanti, sfogliavano riviste di moda per decidere quali abiti acquistare, erano belle e carismatiche e avevano una intensa vita sociale.
O per lo meno, io le vedevo così.
Ai miei occhi, tutte loro, incarnavano alla perfezione quei canoni di femminilità che la società richiedeva alla donna.
Studiavano molto meno di me, ma avevano comunque buoni risultati scolastici e la simpatia dei e delle professoresse.
Io invece, che insieme ad una buona parte delle mie compagne di classe provenivo da una famiglia di medio ceto sociale, non sfogliavo riviste di alta moda né indossavo abiti firmati, mi sentivo il Brutto Anatroccolo. Eppure, a scuola ero brava, a casa ero brava, nel momento del bisogno aiutavo sempre tutte/i. Uscivo in una compagnia di ragazze tranquille con hobbies “sani”, avevo ottimi risultati nello sport.
Rincorrevo, ma non rispecchiavo, quello stereotipo: non ero né alta né magra, e in ogni cosa che facevo sentivo di dover essere perfetta, di dover raggiungere sempre il massimo per essere sicura di avere l’approvazione di chi mi stava intorno; quasi a compensare la mancanza di quei modelli fisici culturalmente imposti.
Ciò che le altre persone pensavano di me era più forte di quello che io pensavo di me stessa.
Tra l’altro, uno dei professori che avevo in classe, metteva il dito nella piaga: quando mi interrogava o mi chiedeva qualcosa e io arrossivo un po’ nel rispondere, per quella timidezza che ha sempre fatto un po’ parte di me, lui me lo faceva apertamente notare, sottolineandolo ad alta voce, di fronte a tutto il gruppo classe. Così io mi sentivo sempre in difetto, anche quando non ero io ad esserlo. Sentivo di non riuscire ad essere come gli altri e le altre mi facevano capire che fosse preferibile dover essere e spesso, in quei momenti, mi sono costruita un’apparente maschera di felicità.
Ma indossare ogni giorno un abito che non era il mio, mi ha portata spesso ad essere infelice, in anni che non torneranno più e che avrebbero potuto e dovuto essere più spensierati.
La mia immagine allo specchio era un’immagine troppo distante da quella delle ragazze delle allora quotatissime trasmissioni televisive quali “Non è la Rai” o delle riviste di moda degli anni Novanta.
Sono iniziati così anni di lotte con il mio corpo, che non mi piaceva, e con il mio cuore, che non era più capace di sorridere.
Quando ho iniziato a gettare la maschera e ad accettare chi ero davvero, dopo un’iniziale grande fatica, e un profondo e faticoso “cammino interiore”, ho però finalmente incominciato a Vivere e non più a Sopravvivere.
Da allora sono andata spesso controcorrente rispetto alle aspettative di persone a me care, o a ciò che i canoni di femminilità richiedono, ma sono diventata consapevole che la Vita la si realizza quando, nonostante tutto e tutti, si ha il coraggio di Essere e non di Dover Essere.
Prendo tra le braccia l’adolescente che sono stata e le dico che è stata molto più forte di quello che pensava di essere. Ho realizzato molti dei suoi sogni nel cassetto e aspiro a realizzarne tanti altri.
Adesso la guardo, mi guardo e… Sorrido!

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Articolo di Sabrina Predieri

Laureata in Lingue e letterature straniere, ha affiancato agli studi sul gender un profondo interesse per la ricerca pedagogica. La passione per la scrittura trova espressione in alcune sue pubblicazioni inerenti al ruolo delle emozioni nel processo di insegnamento-apprendimento, alla valorizzazione delle differenze e all’inclusione delle singole diversità. Attualmente è docente curricolare di scuola primaria.

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