«Zanmi, il mio nome è Madeleine e ti scrivo da Jérémie, capoluogo dell’omonimo arrondissement, una delle quarantadue divisioni territoriali nelle quali è organizzata l’isola di Haiti.
Mi presento così, con questa mia lingua che è il mio biglietto da visita, ciò che più mi rappresenta, perché, come me, come la mia gente, essa nasce da una relazione non richiesta, da un ossimoro imposto dalla storia tra chi conquista e chi è conquistato. È una lingua fatta di parole che hanno visto la luce grazie all’incrocio di genti e di mondi. Sono bastarde nella genealogia e zoppicanti nel lavoro che svolgono, e che, fuori da qui, stentano a farsi capire.
Ho sempre pensato che questo sia il destino per chi, come noi, vive circondato da un perimetro di acqua che fa smarrire la vista: una corsa interrotta improvvisamente, una fuga impedita dal mare che, nel nostro caso, ha rappresentato anche la strada che ci ha condannati e condannate alla schiavitù. Puoi capirmi? La senti anche tu questa balbuzie che terra e cielo si trovano a condividere?
Magari per te il mare rappresenta, invece, l’inizio di un viaggio o il richiamo di ciò che vive al di là di esso. O, forse, nemmeno lo conosci, e i tuoi confini di terra e roccia ti fanno sentire protetta e coccolata.
Spero per te che sia così, perché, sai, non è facile venire a patti con il luogo che dovresti sentire tuo e che, invece, percepisci come il negriero che ti stringe la garrota intorno al collo.
Non fraintendermi, zanmi. Non sono una schiava, almeno non nel senso stretto che si dà a questo termine. Però, lo è stata la mia gente, abortita dal grembo africano per colpa dei calci e delle percosse che gli europei hanno deciso di chiamare tratta. La Francia si è imposta come nostra patria e a essa abbiamo dovuto rendere conto per leggi, dazi e frustate. E quando lì il popolo ha deciso di tagliare le teste e le corone, la libertà che si diceva dovesse appartenere a tutti e tutte, non ci ha riguardato. Ce la siamo dovuta andare a prendere, zanmi, con una nostra rivoluzione.
Perché, i neri, le nere, i meticci e le meticce, in un mondo dominato dai bianchi, stanno a metà, pesci con le ali inadatti al mare e al cielo, che non possono camminare sulla terra, né nuotare nell’acqua, sprovvisti persino dei polmoni adatti ad affrontare le correnti di aria che potrebbero portar loro la libertà e che, invece, li ancorano nella polvere.
E meticcia lo sono anche io. Creola, mi chiamano. Nata da generazioni di genti miste. E sono bellissima, zanmi, credimi. Fiera e orgogliosa di questa mia pelle cotta dal sole d’Africa e schiarita dal fresco clima europeo. Un incrocio che mi ha resa forte e consapevole del fatto che, in questa partita squilibrata, io abbia finalmente la possibilità di raccontare chi, per secoli, non ha avuto né voce né volto né nome.
Ma prima, la ricetta del nostro pane. È, anche lui, un incrocio di opposti, di dolce e salato, con una parte vecchia e una nuova.
È un pudding pain rassis, un budino di pane raffermo che si fa con, appunto, tre bicchieri di pane, tre di latte, mezzo bicchiere di zucchero, tre uova, un bicchiere di uvetta, un cucchiaio di cannella e tre di burro fuso, un cucchiaio di essenza di vaniglia, mezzo cucchiaino di lievito e del sale.
Si inizia preriscaldando il forno a 180 gradi.
Si mettono poi a bagno nel latte caldo per cinque minuti i cubetti di pane.
Successivamente, si sbattono le uova in una ciotola capiente, si aggiungono il pane tritato con tutto il latte e il resto degli ingredienti e si mescola con attenzione per amalgamare bene il tutto.
Infine, si versa l’impasto in uno stampo imburrato e si cuoce a bagnomaria in forno per un tempo che va dai quarantacinque minuti all’ora.
Questa ricetta, zanmi, come tante volte accade, è eredità di mia nonna, una donna che amo molto e che, oltre al pane e al nome, mi ha lasciato in testamento anche la storia che ora voglio raccontarti.
Piccola e gobba, dai movimenti stentati, mia nonna sembra rattrappita su sé stessa, come se tutto il bagaglio della vita passata le si fosse anchilosato alle vertebre della schiena. Ha la pelle incoiata dalla salsedine. Cammina con un bastone e, più che appoggiarsi a esso, pare usarlo per cadenzare il proprio passo, quasi voglia rispondere al vento e al mare che qui, su questa isola, non vogliono tacitarsi mai. E quando si siede e reclina la testa all’indietro, posandola al muro di qualche casa, sussurra:
«Ah, Cesette, chissà se sei mai riuscita a godere del sole e del mare. Chissà se hai danzato, almeno una volta, con la brezza gentile che arriva dalla costa».
Cava questo nome dalla propria testa, mia nonna, dalla propria memoria. Non da quella diretta, costruita, pezzo per pezzo, dalle esperienze e dalle sensazioni. La sua è la memoria dura del tramandato, dell’ascoltato e del non vissuto, ancora più preziosa perché da sedimento si trasforma in zoccolo compatto su cui poggiano le generazioni passate e future.
Cesette appartiene a loro. È mia nonna, e sua nonna prima di lei, e me, e mia mamma. Cesette è, ed è stata, e sarà, ciascuna donna che, volente o nolente, respirerà il profumo e il puzzo di quest’isola.
Cesette, Marie Cesette, arrivò ad Haiti intorno alla prima metà del XVIII secolo. Vi arrivò da schiava, strappata dalla tribù degli Yorube, e fatta sbarcare nella terra che ancora si chiamava Santo Domingo. Era bellissima, zanmi. E se io so di esserlo perché così racconta la mente quando parla con lo specchio, di lei abbiamo questa certezza perché venne acquistata a una cifra esorbitante. In pratica, un capo di bestiame. Una partita di carne nera. Denti, cosce e ventre valutati e soppesati. Avranno considerato anche altro? I seni? Le mani? Gli occhi? Nel bilancio contabile dei padroni, gli occhi, che fanno da spia all’anima, saranno stati considerati un costo o un ricavo?
A venderla fu un certo Monsieur de Mirribielle. Ad acquistarla, il marchese Alexandre Antoine Davy de la Pailletterie.
E se di Marie Cesette conosciamo solo il nome, del buon marchese sappiamo molto di più. Era discendente da una nobile famiglia normanna, di quelle che lustrano linee di sangue e alberi genealogici come fossero argenti anneriti. Le sue condizioni economiche erano in forte declino ed è per questo che decise, a un certo punto della sua vita, di trasferirsi qui, allora colonia francese, e di raggiungere suo fratello minore Charles che, nella provincia di Monte Cristi, aveva fatto fortuna con le piantagioni di indaco, tabacco e zucchero.
Peccato, però, che Alexandre Antoine Davy de la Pailletterie fosse aristocratico in tutto e per tutto, e che sentisse il dovere di ostentare questa sua condizione per non perdere il privilegio di pavoneggiarsi tale. E così, in poco tempo, dilapidò una fortuna e si indebitò. Litigò con suo fratello e fuggì portandosi via, in ostaggio, tre schiavi, Rodrigue, Catin e Cupidon. E visto, mia cara zanmi, che la nera merce africana ha sempre avuto grande valore, almeno da queste parti, vendendo i tre, il marchese riuscì a comprarsi una piccola piantagione, qui, a Jérémie, sotto lo pseudonimo di Antoine Delisle. Fu allora che acquistò la negresse Marie Cesette, affrancandola, bontà sua, per farne la propria concubina. Qualcuno dice che i due si siano sposati; qualcun altro parla di un rapporto illecito. Fatto è, zanmi, che Marie Cesette rimase schiava di quest’uomo per tutta la vita. Schiava del suo capriccio, schiava del suo lignaggio, ché si sa, una pelle scura nasconde completamente il blu del sangue, e per quanto uno si sforzi di spendere, di comandare, di sottomettere, alla brava gente il dubbio può venire. E allora, meglio non rischiare. Intorno al 1775, Alexandre Antoine Davy de la Pailletterie decise di tornarsene in Francia, a riscattare i beni e il titolo che, per nascita, il destino aveva deciso di attribuirgli. Niente mi pare più ingiusto del destino, zanmi.
Per pagarsi il viaggio di ritorno, vendette il figlio e le figlie avute con Marie Cesette come schiave al signor Caron, un colono mulatto di Nantes. Usò la formula del Réméré, così da poterli riscattare nel caso potessero servirgli. Un aristocratico con uno spiccato senso degli affari, non credi?
Dopo poco più di anno tornò e riacquistò solo il maschio, se lo portò in Francia e gli diede l’educazione degna di un nobile.
Di Marie Cesette e delle sue figlie non si seppe più nulla. Alcuni dicono che morì di dissenteria prima che il marchese partisse per la Francia. Altri, che sopravvisse per almeno altri dieci anni. Io non so ciò che le accadde.
So però una cosa: il figlio, Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie scelse, a un certo punto, di farsi chiamare con il nome di sua madre, conosciuta come Maria della masseria, Marie du mas.
Thomas Dumas ebbe una vita incredibile: distintosi come ufficiale durante la Rivoluzione, rinchiuso in carcere perché accusò Napoleone di voler combattere per i propri interessi e non per il bene della Francia, a soli trentun’ anni divenne generale. Nel 1792, sposò Marie-Louise Elisabeth Labouret, una ragazza conosciuta in una locanda. E da lei ebbe un figlio: Alexandre.
Credo, zanmi, che l’eco di Alexandre Dumas sia arrivata fino a te. Non serva che aggiunga altro. Avrei voluto, in realtà. Ma tutta la storia che dovevo raccontarti termina qui. Avrei tanto voluto dirti di Marie Cesette e di cosa le accadde. Di che vita ebbe, prima e dopo il marchese, ma non ho notizie. Nessuno, che io sappia, ne ha. È un racconto che zoppica, che balbetta come la mia lingua; un racconto a metà, che ben si adatta a un’isola che è stata troppo spesso arrivo per le ingiustizie e quasi mai partenza per il riscatto.
E allora proviamo a darlo noi. Io, te e mia nonna. Facciamo salpare da queste spiagge Marie Cesette. Liberiamola. Diamole voce, così che la sua pelle nera smetta di essere merce e diventi finalmente orgoglio. E lignaggio. E memoria.
Ora ti saluto, zanmi. Vorrei tanto farti vedere mia nonna che, qui accanto a me, sta ridendo mentre sussurra tra sé e sé: «Tutte per una, una per tutte».
Bon chans».
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Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Filologia moderna, è giornalista pubblicista. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere la forza di continuare a chiedere: Shomèr ma mi llailah (Sentinella, quanto [resta] della notte)? Crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice, sia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.
