La città tra sicurezza e autodeterminazione. Un focus sulle strade di Roma

Spesso ci chiediamo come una donna viva la città, ma non è mai menzionato il termine “autodeterminazione”; il sostantivo “strada” viene sempre affiancato a quello di “sicurezza”. Ma cos’è che rende effettivamente le strade uno spazio sicuro? Il Movimento Non Una di Meno — con lo slogan «Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano» — ha dato una risposta, rivoluzionando il modo di vivere e percepire la città. Arriviamoci per gradi.
A partire dagli anni Sessanta del Novecento in Europa e in Nord America si sviluppa un nuovo femminismo — noto con il nome di femminismo della liberazione — che mette al centro, in modo più marcato, il concetto di autodeterminazione delle singole soggettività all’interno del contesto collettivo. Le donne che vi aderiscono iniziano a rifiutare e ad allontanarsi da un’idea che le vuole omologate agli uomini, per avvicinarsi a una che si focalizza sull’importanza del proprio vissuto e delle proprie esperienze, mettendo così in atto una vera e propria rottura con la tradizione patriarcale.
Come postula, infatti, Simone de Beauvorir nel testo Il secondo sesso, le donne rappresentano da sempre ciò che è “Altro” rispetto all’“Assoluto” maschile; condizione che comporta una mancata libertà di scelta da parte delle stesse donne e il loro collocamento in una posizione inautentica rispetto al mondo. Secondo la filosofa, dunque, l’unica soluzione che permette alle donne di liberarsi di questa condizione di speculum — termine coniato da Luce Irigaray per indicare la loro subordinazione verso l’uomo — è uscire dalla condizione di “donna” assegnata loro dall’uomo e dal contesto sociale, guadagnando, in questo modo, quella libertà a cui, per molti secoli, hanno dovuto rinunciare.
Non è un caso che durante questo periodo e grazie alla nascita di questa nuova ondata femminista, le donne iniziano a considerarsi un gruppo sociale: si sviluppano i primi collettivi, le prime assemblee, le prime manifestazioni e vengono avanzate le prime critiche al boom economico e al consumismo.
Ma quindi, di fatto, cosa si intende con “autodeterminazione”? In primo luogo, senz’altro lo status che permette a ogni soggetto femminile e femminilizzato di agire liberamente nello spazio. In secondo luogo, si potrebbe affermare che il suddetto concetto si allontana da quello di sicurezza, in quanto vede le donne come dei corpi liberi, piuttosto che come dei corpi da proteggere e tutelare.

La dicotomia sicurezza/autodeterminazione si può riscontrare anche nel contesto urbano, ovvero la città.
La città, infatti, da sempre considerata metafora di modernità dovrebbe renderci libere dai vincoli tradizionali, consentendoci il diritto di espressione e giudicandoci per ciò che facciamo — e non per ciò che siamo. Tuttavia, questo non sempre corrisponde al vero.
Come ben sappiamo, la città è stata costruita e pianificata rispettando e rispecchiando, per la maggior parte, le esigenze e i benefit dei soggetti maschili. Ne consegue che, in tale contesto, le donne incarnano l’anomalia: sono atipiche, fuori formato e sbagliate; al contrario degli uomini, i quali rappresentano la norma e lo standard. Tale visione, oltre a determinare problematiche strutturali sulla vita e sui movimenti delle donne in ciò che è urbano e pubblico, relega e censura quest’ultime nella sfera domestica e, dunque, nel privato.
Infatti, mentre lo spazio urbano viene visto come un luogo minaccioso, colmo di rischi e pericoli per le donne; lo spazio domestico rappresenta un posto sicuro in cui la donna non rischia alcun tipo di minaccia. In realtà, si tratta esclusivamente di un banale costrutto ideato dalla cultura patriarcale che non fa altro che alimentare «la dipendenza delle donne dalla partnership eterosessuale per un’apparente sicurezza». Secondo varie indagini, invece, il focolare risulta essere uno dei luoghi che produce più vittime da parte di parenti, amici e partner. Stando ai dati Istat, infatti, la percentuale delle donne vittime di violenza nella forma più grave — ovvero, lo stupro — a opera dei propri partner, corrisponde al 62,7%.

Per le donne, quindi, la città non è accessibile: retoriche del decoro, retoriche securitarie e il pericolo della violenza — intesa come de-umanizzazione e distruzione della donna — amplificano la condizione di autocensura e autoesclusione all’interno dello spazio privato. Dettami interiorizzati sin dalla tenera età che hanno influenzato e continuano a influenzare la nostra percezione di “soggetti ingombranti”.
Nello specifico, le retoriche del decoro sanciscono quelli che vengono definiti corpi perturbanti, outsiders, ovvero estranei al contesto sociale in quanto portatori di abitudini e costumi diversi. Esempi concreti sono gli homeless, le sex workers e le/i migranti; quei soggetti a cui vengono contrapposti i “perfetti cittadini” del neoliberalismo.
Le retoriche securitarie privano le donne del diritto di vivere la città senza sentirsi fuori posto, tollerate e osservate. Talvolta si fondano anche sulla colpevolizzazione della donna stessa malvista e malgiudicata per i suoi comportamenti e atteggiamenti ritenuti eccessivi dalla società, o addirittura per essere stata vittima di un’aggressione sessuale. Stiamo parlando del cosiddetto “se l’è cercata”, noto con il nome di victim blaming; fenomeno che contribuisce alla divisione tra donne permale, non degne di rispettabilità; e donne perbene, le vittime ideali: bianca, eterosessuale, cisgenere e borghese. Aspetti, dunque, che confermano e alimentano la condizione di (auto)censura a cui le donne sono sottoposte; condizione che, oltretutto, comporta la desertificazione delle strade diventando causa di possibili comportamenti predatori.
Sintetizzando, si potrebbe dire che queste retoriche vedono il corpo femminile come un elemento debole, che deve essere protetto da e a scapito delle altre minoranze oppresse.

Per rovesciare queste forme di violenza simbolica e reale, le soggettività femminili e femminilizzate hanno messo in atto azioni politiche volte all’occupazione, alla risignificazione e alla riappropriazione del contesto urbano. Azioni politiche che hanno come obiettivo la creazione di un corpo collettivo all’interno del quale non sono implementate e amplificate le differenze bensì, al contrario, vengono trascesi i limiti delle varie soggettività. È in questo modo che si verifica il cambiamento: la possibilità di vivere, attraversare e abitare liberamente lo spazio urbano.
Tali azioni politiche, note con il nome di pratiche, vanno dall’autocoscienza all’occupazione di spazi abbandonati, dalle passeggiate notturne alle manifestazioni, dai cortei all’attacchinaggio, dai collettivi alla toponomastica femminista. Si tratta di pratiche che modificano la percezione e la funzione dello spazio, che sono il mezzo grazie al quale avvengono le trasformazioni sociali e si creano alleanze intersezionali tra soggettività diverse.
È necessario, tuttavia, quando si parla di pratiche, fare una distinzione tra quelle riguardanti il contesto urbano e quelle relative al contesto domestico. Le prime si fondano sulla creazione di un corpo collettivo per attuare percorsi di risignificazione degli spazi, come, ad esempio le manifestazioni organizzate dal Movimento transfemminista Non Una di Meno. Le seconde, invece, sono volte alla riscrittura del concetto di “Casa” e alla creazione di comunità fondate sulla condivisione, sulla quotidianità e sulla relazione con l’ambiente circostante.
Relativamente al concetto di pratiche di riappropriazione e risignificazione non si può non nominare Toponomastica femminile, associazione che ha come obiettivo la restituzione della voce e della visibilità, mediante l’azione di intitolazione delle strade a figure femminili che hanno contribuito e contribuiscono al miglioramento della società. Ricordo poi un’altra personalità significativa quale Jane Addams, fondatrice della Hull House di Chicago e prima donna a dare al lavoro di cura e al domestico una connotazione politica.

Concludo questo mio lavoro con un’analisi qualitativa condotta su un campione di 25 donne cisgenere, residenti a Roma e di età compresa tra i 18 e e i 55 anni.
Tale studio, che si serve della metodologia del questionario a domande per lo più aperte, verte sia sulla percezione, che ciascuna donna ha della violenza urbana, sia sulla reale conoscenza delle strade e dei monumenti — romani e non solo — intitolati a donne.

Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/307_Pinna.pdf

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Articolo di Ludovica Pinna

Classe 1994. Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, editoria, giornalismo presso L’Università Roma Tre. Nutre e coltiva un forte interesse verso varie tematiche sociali, soprattutto quelle relative agli studi di genere. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura e l’arte in ogni sua forma. Ama anche viaggiare, in quanto fonte di crescita e apertura mentale.

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