Il 10 ottobre 1938, nel suo discorso di inaugurazione dell’Anno Accademico 1938-39, il Magnifico Rettore dell’Università “La Sapienza”, il giurista Pietro De Francisci, affermava: «Difendere la razza non significa soltanto conservare la purezza del sangue, ma insieme e soprattutto mantenere la chiarezza e il nitore, l’energia e la ricchezza, la saldezza e la vitalità della nostra anima italiana. Sì, anche per questo lato, i diversi problemi di difesa razziale, che il regime va risolvendo gradualmente secondo un suo piano organico, interesseranno noi per i primi e da noi si presentano come un problema vasto e complesso di politica culturale».
Il 16 ottobre dello stesso anno i professori ebrei presenti nei ruoli dello Stato furono letteralmente espulsi dalle scuole e dalle Università italiane. Fra loro c’era Nella Mortara, la prima donna italiana laureata in fisica sperimentale, l’unica ad avere un incarico stabile come docente universitaria.

Nella Mortara era nata a Pisa il 23 febbraio 1893. Di famiglia ebrea, era la quarta dei cinque figli di Lodovico e di Clelia Vivanti. Il padre, insigne giurista, fu trasferito da Pisa, dove insegnava all’Università, a Napoli. Nel 1903 si trasferì con la famiglia a Roma, quando nel 1910 venne nominato Senatore e in seguito, nel 1915, primo Presidente di Corte di Cassazione.
Qui, dopo aver frequentato il liceo Visconti, Nella si laureò in fisica pura con Orso Maria Corbino nel 1916, presso l’Istituto fisico di via Panisperna.
I primi lavori furono pubblicati nel 1917: riguardavano lo studio dei tubi per raggi X e si inserivano nel filone di ricerca portato avanti da Corbino e dal suo assistente, Giulio Cesare Trabacchi, che avevano realizzato un dispositivo per la produzione delle alte tensioni necessarie per alimentare i tubi a raggi X utilizzati in ambito medico.
In quel periodo Nella Mortara condivise alcune delle sue ricerche con un’altra scienziata, Elena Freda, laureata prima in matematica e poi in fisica, allieva e collaboratrice di Vito Volterra, padre dell’analisi funzionale, autorevole e importante accademico anche a livello internazionale.
Nel 1918, Orso Mario Corbino fu chiamato a ricoprire la cattedra di fisica sperimentale e un anno dopo Nella divenne sua assistente.
Nel 1917 fu incaricata di coordinare la Scuola pratica per i corsi di fisica, ingegneria, matematica e chimica, istituita da Blaserna nel 1898 per dare spazio allo studio della fisica sperimentale con esperimenti di laboratorio: si trattava di una grande innovazione nei corsi di formazione per studenti di corsi di laurea scientifici e Zia Nella, come veniva chiamata, vi insegnò con poche interruzioni durante tutta la sua carriera accademica.
Il fisico Mario Ageno così la ricorda: «Coloro che come studenti di fisica, matematica, ingegneria, […] hanno frequentato tra il 1917 e il 1958 l’Istituto di Fisica sono stati tutti allievi di Zia Nella a Fisichetta, il Corso biennale di Esercizi di Fisica. […] Zia Nella apparteneva a quella rara categoria di docenti, che è del tutto indifferente che insegnino matematica o greco, fisica pratica o sanscrito; che lasciano sempre una traccia nell’animo dei giovani, non per le specifiche nozioni che loro eventualmente trasmettono, ma per il modello di comportamento che rappresentano. È per questo che ci teniamo a dire, quasi con una nota di orgoglio, di essere stati suoi allievi».
Nel 1920 Corbino fu nominato Senatore e nel ’23 ebbe l’incarico di Ministro dell’Economia Nazionale. Come ministro, aveva il compito di reperire il Radio da utilizzare in campo medico. A quel tempo il radio era costosissimo e nessun istituto di ricerca aveva la possibilità di procurarsene, se non in minime quantità. Corbino istituì l’Ufficio del radio, alle dipendenze del ministero dell’Economia, ma situato presso i laboratori di via Panisperna, sotto la direzione di Trabacchi. Nella Mortara diede un contributo importante sugli apparecchi per la taratura dei preparati radioattivi mediante raggi gamma, determinando il coefficiente di diffusione dell’emanazione con il vantaggio di semplificare notevolmente il metodo di misurazione.

Ma i suoi interessi spaziavano anche in altri campi della fisica: nel 1925 fu incaricata della conservazione del “Corista uniforme” Si trattava del diapason che forniva il campione della frequenza musicale depositato presso l’Ufficio del corista internazionale, con sede proprio nell’Istituto di via Panisperna, la cui temperatura doveva essere costantemente monitorata per garantire la stabilità della frequenza (435 Hz).
Fu lei a ideare e realizzare il “Trasformatore di curve da logaritmiche in lineari e viceversa”, uno strumento che permetteva di studiare gli apparecchi destinati alla riproduzione elettrica dei suoni, che attualmente fa parte della collezione dell’Istituto superiore di sanità.
Nel 1926 era rientrato a Roma un fisico di soli 25 anni, ma già in possesso di un notevole curriculum, che aveva vinto il concorso per la prima cattedra di Fisica Teorica in Italia: si trattava di Enrico Fermi, attorno al quale si raccolse il gruppo di giovanissimi e brillanti fisici che passeranno alla storia come “i ragazzi di via Panisperna” e che furono i protagonisti delle grandi scoperte del 1934 sulla radioattività indotta dai neutroni e sulle proprietà dei neutroni lenti, per le quali Fermi avrebbe ottenuto il premio Nobel nel 1938. L’Ufficio del radio ebbe un ruolo cruciale a favore del successo di queste ricerche, sostenute con determinazione da Corbino e da Trabacchi.
Anche se tra le ricerche di Mortara e quelle del gruppo Fermi non ci furono molti contatti diretti, le loro vicende scorsero in parallelo. È ancora Ageno a rivelare il contrasto, «tra la ruvida, sincera, autentica umanità di zia Nella, e il sofisticato ambiente del piano di sopra: l’ambiente in cui stava nascendo la fisica del nucleo atomico».
Fra i tanti fisici italiani che furono suoi studenti, certamente uno fra quelli a lei più cari fu Enrico Persico, più giovane di lei di soli sette anni. Fra Nella e il suo ex studente era nata una profonda amicizia che durò per tutta la vita e secondo alcuni biografi condita, almeno da parte di lui, anche da una grande tenerezza. Persico aveva lasciato Roma nel ’25, dopo essere arrivato secondo nel concorso per la docenza di Fisica Teorica vinto da Fermi: si era dovuto “accontentare” della cattedra di Firenze, anche lui a soli 25 anni. Fra di loro ci fu, dal 1925 al 1954, una fitta e continua corrispondenza, grazie alla quale non solo possiamo ricostruire le loro biografie, ma anche conoscere molte informazioni sulla vita nei laboratori di Roma. Persico è stato un brillante ricercatore in fisica teorica, ma è soprattutto per il suo contributo alla didattica che viene ricordata la sua figura, come docente e come autore di testi. E nelle loro lettere troviamo molte annotazioni sulla didattica della fisica, oltre che sul clima politico del tempo.
Nel 1933 Persico, che nel frattempo si era trasferito a Torino, le scrive: «Riguardo alle esercitazioni di fisica sono d’accordo con Lei che lo scopo principale dovrebbe essere quello di abituare i ragazzi al maneggio degli apparecchi e che la teoria degli errori può tranquillamente essere lasciata da parte… La scuola pratica di qui funziona pressappoco come funzionava la nostra a Roma-Panisperna, con la differenza però che, mancando una Nella, tutto è assai più trascurato e gli studenti sono praticamente abbandonati». Ma le lettere contengono anche una descrizione della vita quotidiana del dipartimento e molte notizie biografiche. Emerge il ritratto di una donna molto attiva, amante dello sport, tutta dedita al suo lavoro.
In una delle prime lettere di Nella, nel 1925, leggiamo fra l’altro: «Qui si vive la solita vita tranquilla, a parte il saluto fascista obbligatorio (che io mi guardo bene da fare) e altre simili cretinerie…».
Nel 1934 Mortara ottenne la libera docenza in Fisica sperimentale e la conferma come assistente di ruolo. Dopo varie sollecitazioni, dovette accettare di prestare giuramento di fedeltà al Regime e di iscriversi al Partito Fascista, come furono costretti a fare tutte e tutti i docenti italiani, pena l’espulsione dall’Università, ad eccezione dei dodici coraggiosi che opposero il loro rifiuto e che furono prontamente allontanati: Francesco Ruffini, Mario Carrara, Lionello Venturi, Gaetano De Sanctis, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Ernesto Buonaiuti, Giorgio Errera, Vito Volterra, Giorgio Levi della Vida, Edoardo Ruffini, Avondo Fabio Luzzatto.
Il 1937, fu un anno molto difficile per Nella: la morte del padre Lodovico e del suo maestro Corbino ebbero gravi conseguenze sulla sua vita personale e accademica, provocandole un forte «esaurimento fisico ma soprattutto nervoso». Su sua richiesta fu collocata a riposo. Ma ormai gli eventi storici incalzano. Il 5 settembre 1938 viene emanato il regio decreto “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”. Il 16 ottobre 1938 ci fu la sospensione dall’insegnamento di tutto il personale docente appartenente alla comunità ebraica: questo segnò la tragica fine della scuola di fisica di via Panisperna. Molti degli scienziati che facevano parte del gruppo di Fermi dovettero rifugiarsi all’estero perché ebrei, come Bruno Rossi, Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo. Lo stesso Fermi emigrò negli Stati Uniti con la famiglia direttamente da Stoccolma dopo la cerimonia della consegna del Nobel nel 1938, perché sua moglie Laura era di origini ebraiche. Rasetti, che non era ebreo, si trasferì in Canada per non restare sotto il regime e dopo la fine della guerra, sconvolto per lo scoppio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, abbandonò la fisica e si dedicò con altrettanta passione alla paleontologia. Ettore Majorana, forse il più geniale del gruppo, scomparve misteriosamente, probabilmente suicida, nel 1938.
Anche Nella Mortara fu cacciata dall’Università. Dalla scheda di censimento personale risulta che «…La Signorina Nella Mortara appartiene alla razza ebraica. Il predetto personale, pertanto, è sospeso dal servizio a decorrere dal 16 ottobre 1938-XVI». Oltre a essere radiata dall’Università e da tutte le associazioni culturali e scientifiche di cui faceva parte, il 18 marzo 1939 le fu anche revocata la libera docenza, impedendole di fatto per sempre qualunque possibilità di tornare a insegnare.


Da questo momento, e fino alla fine della guerra, non abbiamo documenti ufficiali su di lei, se non la sua corrispondenza Persico. Nel 1939 Nella riuscì a espatriare e a raggiungere in Brasile il fratello Giovanni, economista dell’Università Bocconi, che lì si era rifugiato da qualche tempo. In Brasile restò due anni, ma nel ’41 decise di tornare in Italia, per stare vicina alla sorella minore Silvia e ai suoi due bambini.
Il 16 ottobre del ’43, il giorno della retata nel ghetto di Roma, racconta: «Una telefonata di una signora amica mi consigliò molto imperiosamente di lasciare la casa… nessuno ci ricercò… i tedeschi non avevano trovato i nostri nomi nei registri della comunità israelitica dove non siamo mai stati iscritti».
Con l’aiuto di Daria Bocciarelli, che l’affiancò nel mettere in salvo le sue cose e la ospitò per qualche giorno in casa sua, Nella riuscì a rifugiarsi con Silvia in un istituto delle suore Orsoline Polacche, dove rimase fino alla Liberazione di Roma, il 5 giugno 1945, quando tornò finalmente nella sua casa.
Fece ritorno anche nell’Istituto di Fisica, sotto la direzione di Lo Surdo, come assistente incaricata e il periodo di allontanamento le fu riconosciuto ai fini della carriera, ma niente era più come prima.
La delusione, dopo gli anni dolorosi del fascismo e della guerra, è forte. Scriveva Persico a Rasetti in una lettera del 1949: «Qui come sai abbiamo fatto la Repubblica alla quale ho dato il mio voto, ma senza farmi troppe illusioni. Il suo primo atto è stato una pazzesca amnistia che rimette in circolazione ladri e spie fasciste. L’epurazione, come forse saprai, si è risolta in una burletta e fascistoni e firmatari il Manifesto della Razza rientrano trionfalmente nelle università».
Si riferiva in particolare a Sabato Visco, che era stato preside della facoltà durante il fascismo, uno dei firmatari del Manifesto della Razza, reintegrato e subito rieletto alla presidenza della Facoltà di Scienze, dopo aver subito un processo per antisemitismo. Il 12 agosto del ’45 Nella scrive a Persico: «Credo che prima di ottobre darò volontariamente le dimissioni, perché non mi ci ritrovo più bene; e poi… quel Direttore! Nei tempi dei Tedeschi fingeva di non riconoscermi se mi incontrava; dopo voleva quasi abbracciarmi. E del resto ritengo giusto lasciare il posto ai giovani che non mancano davvero».
Nel 1948 lascia l’Università per motivi di salute e inizia a lavorare con la sua amica Daria Bocciarelli nell’Istituto Superiore di Sanità, dove rimarrà fino al 1965, ricominciando la carriera dall’inizio, prima come contrattista, poi come avventizia di prima categoria, occupandosi della microscopia elettronica.
Nel 1949 era stata reintegrata nella libera docenza in Fisica sperimentale, ma aveva rinunciato a rientrare nei ruoli dell’Università, pur continuando a tenere il suo corso di fisica sperimentale fino al 1958.
La professoressa Nella Mortara si spense a Roma il 2 luglio del 1988.
Nel 2019 le è stata intitolata una piazza di Roma, “Largo Nella Mortara”, precedentemente “Largo Arturo Donaggio”, psichiatra, uno dei firmatari del Manifesto della Razza nel 1938.
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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 è dirigente scolastica. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.
