Negli ultimi anni, la violenza sulle donne ha assunto una centralità sempre maggiore nel dibattito pubblico e mediatico, ma secondo voi basta? Nel 2023 la scelta della parola femminicidio come termine dell’anno da parte dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, nell’ambito della campagna #leparolevalgono, ha segnato un momento significativo nella lotta contro la violenza di genere. Questa decisione arriva a tredici anni dall’ingresso del termine nel dizionario dei neologismi Treccani, un riconoscimento che ha contribuito a dare una definizione chiara a un fenomeno a lungo sottovalutato nella società italiana. La diffusione del termine “femminicidio” ha permesso di identificare e analizzare un modello socioculturale comune a molte storie di violenza estrema contro le donne. L’uso di una terminologia specifica ha avuto un impatto profondo, evidenziando la portata sociale del problema e dimostrando come la lingua possa evolversi per rispondere a fenomeni complessi, fino a quel momento poco considerati.
Questa tesi magistrale si propone di analizzare la percezione sociale della violenza sulle donne, approfondendo le sue implicazioni culturali, sociali ed economiche. Il lavoro di inchiesta è stato sviluppato attraverso un’ampia ricerca documentale, saggi accademici, articoli di giornale, rapporti Istat e un’indagine diretta, che include un sondaggio e tre interviste. L’analisi ha permesso di delineare un quadro dettagliato della violenza di genere. Uno degli elementi emersi è la discrepanza significativa tra il numero delle vittime e le denunce presentate alle autorità e al numero antiviolenza 1522.
L’analisi è partita dal caso di femminicidio più discusso del 2023, quello di Giulia Cecchettin, che ha scatenato un’ondata di reazioni e un’intensificazione del dibattito pubblico. In tutto il 2023, i femminicidi commessi sono stati 120; tra questi, quello ai danni di Giulia Cecchettin è riuscito a smuovere le coscienze di cittadini e cittadine, portando il tema dei femminicidi e della violenza di genere al centro del dibattito dell’opinione pubblica. Anche Giulia ha trovato la morte da parte di chi diceva di amarla e non si rassegnava alla fine della loro relazione ma, nonostante l’epilogo sia il medesimo dei femminicidi precedenti, ha innescato un meccanismo chiamato dai media “effetto Giulia Cecchettin”. I principali risultati sono stati un aumento delle denunce per violenza e stalking pari al 10% nel mese successivo alla tragedia.
L’intervista a Gino Cecchettin, padre di Giulia, ha ulteriormente sottolineato l’importanza del ruolo dei e delle giovani nella lotta contro la violenza e l’impatto delle parole pronunciate dalla sorella di Giulia, Elena Cecchettin. La famiglia Cecchettin è diventata un punto di riferimento nel dibattito sulla violenza di genere, affrontando anche il tema del patriarcato e delle sue radici culturali ancora profondamente radicate in Italia.
Il cuore dell’indagine si è concentrato sulla percezione sociale della violenza sulle donne, analizzando il fenomeno della rape culture e il modo in cui i media influenzano la narrazione di questi eventi. Un sondaggio condotto sul territorio romano tra partecipanti di età compresa tra i 18 e i 40 anni ha rivelato importanti differenze nella consapevolezza e nella sensibilità rispetto al problema: le giovani donne sono più informate e a conoscenza di tutti gli aspetti del gender gap e delle relative violenze, mentre i meno attenti sono gli uomini di fascia di età più grande. Oltre al sondaggio, due interviste anonime a vittime di violenza hanno fornito testimonianze dirette, evidenziando elementi ricorrenti e coerenti con i dati statistici, nonostante gli avvenimenti siano avvenuti in città e età differenti.
Analizzando i dati raccolti nel corso della tesi, si può affermare l’esistenza di un modello predominante di percezione della violenza di genere, che accomuna tutte le esperienze e le testimonianze raccolte in questo lavoro. Per citare qualche sentimento comune delle vittime, emerge che in una società che banalizza le violenze sessuali — confondendole e declassandole in molti casi a semplici molestie sessuali — in poche si rivolgono al numero antiviolenza ‘1522’ e solo una donna su dieci ha il coraggio di portare la denuncia fino alle estreme conseguenze. Alla base di tale scelta vi è la mancanza di fiducia negli apparati istituzionali preposti alla sicurezza di cittadine/i, non considerati in grado di proteggere adeguatamente la vittima durante l’iter e nel post denuncia. Ancora, le vittime non fanno affidamento sulla legge a causa delle possibili ripercussioni sulla propria vita e su quella delle persone a lei care, oltre alla paura di essere emarginate e giudicate negativamente dal contesto sociale e familiare, nel quale le situazioni di violenza sono trattate con poca empatia nei confronti della vittima, molto spesso considerata causa scatenante di ciò che ha subito. Secondo i dati più recenti diffusi a fine giugno dal ministero dell’Interno, nei primi sei mesi dell’anno 2024 sono state uccise 46 donne, di cui 41 in ambito familiare/affettivo. Di queste, 23 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.
La tesi continua trattando un aspetto spesso trascurato, ma di cruciale importanza: l’impatto della violenza sulle vittime secondarie dei femminicidi, ossia sui familiari delle donne uccise. Il reportage Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta della giornalista Stefania Prandi ha offerto un’analisi approfondita delle ripercussioni psicologiche e sociali su chi sopravvive alla perdita di una persona cara a causa della violenza di genere.
L’ultimo capitolo dell’analisi ha esplorato le molteplici forme di violenza di genere presenti nella società. Oltre alla violenza domestica e sessuale, sono stati esaminati fenomeni meno discussi ma altrettanto gravi, come la violenza ostetrica, la violenza economica, le molestie sul luogo di lavoro e il sessismo linguistico. Un focus particolare è stato dedicato al ritardo diagnostico dell’endometriosi, una problematica che, pur non rientrando nelle forme classiche di violenza, rappresenta una grave negligenza nel trattamento della salute delle donne.
Ciò che è emerso dalla tesi è l’importanza di un dibattito sulla violenza di genere che non può limitarsi a singoli episodi di cronaca, ma deve essere affrontato come un problema strutturale della società. Solo attraverso un’analisi approfondita, un linguaggio chiaro e un impegno collettivo si potrà sperare di modificare la percezione sociale della violenza sulle donne e costruire un futuro più equo e sicuro per tutti e tutte.
Mi piacerebbe concludere con una citazione di Michela Murgia, tratta dal libro Dare la vita, che credo debba accompagnarci in un percorso di decostruzione del patriarcato e delle violenze che comporta nella vita di tutti i giorni:
«Quando qualcosa non vi torna datemi torto, dibattetene, coltivate il dubbio per sognare orizzonti anche più ambiziosi di quelli che riesco a immaginare io. La mia anima non ha mai desiderato generare né gente né libri mansueti, compiacenti, accondiscendenti. Fate casino».
Qui il link alla tesi integrale: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/309_DeLuca.pdf
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Articolo di Chiara De Luca

Nata a Benevento nel 1999, appassionata di scrittura, arte e viaggi. Laureata in Lettere Moderne, studia attualmente Editoria e scrittura presso La Sapienza per diventare giornalista e dar spazio alle tante storie di discriminazione che affliggono la nostra società. Ama il buon cibo, i tatuaggi e il conoscere ogni giorno qualcosa di nuovo.
