«Ma è mai possibile che mentre io parlo tu stia sempre facendo altro?» chiede con fare piuttosto alterato la collega di scienze umane. Ce l’ha con una ragazza di quarta, arrivata da poco da noi, dopo un trasferimento. Una alunna piuttosto taciturna, in effetti, ma con uno spiccato senso della manualità. Sul suo banco regna il caos. Dalla mia postazione, allungando il collo, riesco a vedere che oltre all’astuccio di scuola e al diario, Isabella ha ammonticchiato davanti a sé, in un equilibrio a dir poco precario, la confezione di una brioche del bar, un secondo astuccio pieno zeppo di pennarelli, una pila di foglietti colorati da origami, due rotoli di cotone, piccoli ferri per il lavoro all’uncinetto, colla, forbici, un numero imprecisato di caramelle e relative carte vuote, adesivi a forma di farfalla, due o tre scotch di dimensioni e colori diversi, un saggio sull’omicidio-suicidio di Giuseppe Pinelli e solo Dio sa cos’altro. In questo momento è impegnata a fabbricare una piccola fila di rane di carta, di quelle che a schiacciarle sulla coda saltano per davvero. Io la invidio tantissimo: due minuti di orologio le sono sufficienti per creare un anfibio di cellulosa a dir poco perfetto. Io nemmeno in due ore, credo, riuscirei a terminare l’opera con altrettanta maestria. Tuttavia capisco che per la collega, che si sta sbattendo da settimane per far entrare in testa alle alunne gli stadi dello sviluppo di Piaget senza grande successo, la sensazione di sentirsi completamente snobbata possa risultare fastidiosa.
«Prof, guardi che io ascolto ogni parola» risponde Isabella, continuando a piegare le zampe della rana con rapidi gesti di una precisione sconvolgente.
«Non lo metto in dubbio» ribatte la collega «ma ti rendi conto di quanto poco rispettoso sia il tuo comportamento? Ti sembra il momento di dedicarti agli origami? Nell’ora di psicologia, dico».
In realtà per Isabella qualunque ora è quella giusta per usare le mani. Le serve per concentrarsi, è il suo modo di raccogliere il filo del pensiero. Perché Isabella è autistica, solo che ancora nessuna/o di noi lo sa. La diagnosi arriverà da lì a un paio di mesi, quando la coordinatrice invierà a tutto il consiglio di classe una mail per informarci della necessità di approntare un Pdp. A me Isabella piace un sacco. Intanto fa parte del gruppo scout, come me alla sua età; poi ha uno spiccatissimo senso della giustizia, una curiosità sempre accesa sui temi sociali; si interessa di politica; è molto ben informata sull’attualità e sta imparando a lavorare all’uncinetto, praticamente da autodidatta. Come me, ha un gusto molto discutibile sulla scelta del guardaroba e mediamente i suoi abbinamenti di colori e tessuti sono a dir poco stravaganti.
Quando è uscita dalla quinta, dopo la maturità, avrei voluto chiederle di regalarmi le sue calze verdi con sopra disegnati dei ragnetti arancioni, ma alla fine non ne ho avuto il coraggio. Cosa mai avrei potuto darle in cambio di altrettanto bello? Ma un regalo me lo ha fatto lo stesso, di sua iniziativa. Mi ha confezionato berretto e guanti all’uncinetto, a righe azzurre e verdi. Le ho sempre con me nello zaino, perché da queste parti il vento ci mette un attimo ad alzarsi e avere con me una cosa di Isabella pronta a ripararmi in caso di emergenza mi fa stare bene.
In colloquio, la mamma mi racconta le mille peripezie di sua figlia, che partecipa alle manifestazioni per le famiglie arcobaleno o contro la violenza di genere prendendo un treno a caso per Milano e non preoccupandosi nemmeno di controllare gli orari del ritorno o se ci sono i mezzi per raggiungere il luogo del ritrovo, una volta scesa in centrale. Mi spiega che la sua stanza sembra la spelonca di un’orda di Unni, che non si preoccupa affatto della gestione del denaro, che se fosse per lei, i gatti di casa e probabilmente Isabella stessa morirebbero di fame e di sete.
Tutto questo si chiama autismo? A me sembra piuttosto una normalissima definizione di adolescenza. «Capisce, prof, lei si fida di tutti, è aperta a tutti/e, ma cosa succede se finisce di notte in una via di Milano con uno che magari ha cattive intenzioni? Non la posso proteggere ancora io, ha quasi vent’anni!».
Il problema si pone perché Isabella vuole studiare all’Università. E la facoltà che ha scelto è a Milano. Si tratta di star lì tutta la settimana e rientrare il venerdì sera a casa. Che per una ragazza con qualche tratto di fragilità può non essere proprio la cosa più semplice del mondo.
«Guardi, signora, qui da noi c’è questa Fondazione che si occupa di dare dei mini appartamenti a Milano in affitto agevolato alle/ai ragazzi del distretto che scelgono di iscriversi all’università. È un modo per farli uscire dalla valle, per dare la possibilità a tutti e a tutte di studiare, di continuare a formarsi». La mamma di Isabella mi guarda con aria imbarazzata. «Ma noi non abbiamo problemi economici, forse non mi sono spiegata bene» esordisce. «Si è spiegata benissimo, invece, e non è per la questione degli affitti agevolati che le sto parlando di questa possibilità. È che gli appartamenti sono in condivisione: due o tre studenti insieme, capisce? Se ci fosse qualche altra ragazza del suo anno che volesse prendere in considerazione una soluzione del genere…» ribatto. «Ho capito, ci sarebbe qualcuno che le dà un occhio e l’aiuta a organizzarsi, a tenere pulito, a riordinare» conclude la signora, abbozzando un sorriso. Le sorrido a mia volta, senza aggiungere altro.
«Non dobbiamo per forza sempre essere noi genitori la risposta ai bisogni dei nostri figli, in fondo» chiosa la mia interlocutrice, abbandonandosi allo schienale della sedia.
«C’è un autore anglosassone, un certo Robinson, che dice proprio questo! Chiama le mamme e i papà che stanno sempre addosso ai figli i “genitori elicottero”, perché gravitano perennemente attorno allo spazio vitale delle loro ragazze e dei loro ragazzi, pronti a scendere in picchiata al minimo problema. Mi ha sempre fatto ridere questa metafora!» dico.
«Io mi sento più una mamma binocolo, nel senso che vorrei tener d’occhio, ma alla giusta distanza!» ribatte la signora.
«Direi che avete fatto un ottimo lavoro, fin qui!» concludo, alzandomi in piedi «Isabella è fantastica!». «Sì, certo, siete stati molto bravi anche voi. Da quando abbiamo avuto la diagnosi, avete saputo gestire molto bene tutti gli aspetti didattici».
«Eh, il fatto è che dovremmo saperlo fare sempre e con tutti, anche prima e al di là delle diagnosi. Dovremmo saper cogliere i bisogni e le specificità e adattare la proposta a ciascuno dei nostri e delle nostre studenti. Ma credo sia un po’ un’utopia!».
«Prof, si ricordi che mia figlia è autistica e che andrà all’università, a centocinquanta chilometri da noi, gestendosi in autonomia per tutta la settimana. A volte le utopie sono a portata di mano».
Abbasso gli occhi e arrossisco: questa volta la lezione più bella non l’ha fatta la prof, ma una mamma.
Le pagine di questa rubrica raccolgono testimonianze di insegnanti di sostegno che hanno scelto di condividere con noi qualche riflessione sul loro lavoro e qualche episodio particolarmente emblematico del mondo dell’inclusione fuori e dentro la scuola. La Redazione ringrazia tutte/i coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione, prestando la loro voce a Vitamine vaganti.
In copertina: foto di Christian Tasso, tratte dal libro Nessuno escluso, edito da Contrasto, novembre 2020.
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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, già docente di filosofia/scienze umane e consigliera di parità provinciale, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti.
