Elisabetta Piccini, nota come suor Isabella Piccini, è stata un’incisora la cui memoria è stata a lungo trascurata, nonostante si tratti di una storia che vale certamente la pena raccontare. Con una lunga vita, trascorsa per la maggior parte tra le mura di un convento, viene ricordata sì per le sue opere, ma anche per lo spirito imprenditoriale che la animerà fino alla fine dei suoi giorni.
Nasce nel 1644 a Venezia, ed è fin da subito immersa nell’arte incisoria: il padre Giacomo Piccini, un calcografo di origini padovane arrivato in laguna da giovane, attivo soprattutto come autore di rami di destinazione libraria, si occupa insieme con il fratello Guglielmo di riprodurre dipinti famosi di Rubens e Tiziano su rame, oltre a svolgere il lavoro di illustratore per conto di tipografi ed editori.
La giovane cresce dunque tra rame, inchiostro, bulini, libri illustrati e attrezzi da lavoro, imparando ben presto il mestiere e iniziando a incidere in profondità la lastra. Questo le consente di “tirare” — come suggerisce il linguaggio tecnico — un gran numero di stampe, per le quali incontra sempre molta richiesta. È un periodo florido per l’ambito di lavoro della famiglia: vi è una crescita del mercato editoriale, pur considerando le continue crisi e riprese economiche della città di Venezia. Nonostante le guerre di terra e di mare, la peste e l’ostilità con il popolo ottomano, la città lagunare rimane un centro popoloso e colmo di attività artigianali e produttive; l’illustrazione dei libri, destinata a esplodere nel Settecento, si fa strada già nel Seicento, dando un impulso di rinnovamento all’editoria cittadina.


Durante l’adolescenza Elisabetta perde il padre, morto a poco più di quarant’anni, ritrovandosi da sola a gestire gli affari: nel 1663 presenta presso il Doge di Venezia la richiesta dell’autorizzazione per l’esclusiva su una stampa, e la ottiene — si tratta del documento più antico riguardante Elisabetta Piccini di cui disponiamo, e merita di essere riportato: «Ser.mo Prencipe, tra l’angustie nelle quali la morte del Genitore lasciò me, Isabella figlia del q.m Giacomo Piccini, humilissima serva di V. Ser.tà, ho applicato l’animo a procurar di riuscir non dissimile da lui che lasciò non ordinaria fama delle proprie operationi. Nel corso però di tre anni ch’è seguita la morte stessa, ho inventati alcuni dissegni significanti il fine dell’huomo che mal si governa, et intagliati con l’instrutioni che vivendo il Padre havevo apprese, vorrei esponerli al Mondo con le pubbliche stampe, quando dalla somma benignità dell’E.E. V.V. mi fosse concesso il solito Privileggio che non potessero d’altri esser stampati, affin di poter non solo ricever qualche sollievo, ma ravvivar etiandio l’ottima memoria paterna. Per questa gratia humilmente prostrata, supplico l’infinita pubblica carità, certa che mai cessarano li miei preghi alla Divina bontà per l’esaltatione maggiore della Serenità Vostra. Gratie». Sono parole significative e rappresentative della figura di una donna che affida al Doge il sogno di fare dell’arte incisoria la propria vita. Nasce in un primo momento il sodalizio col fratello Pietro, con il quale mette in pratica gli insegnamenti del padre, infatti firmano alcune opere con la dicitura «Li figlioli del Piccini». La carriera di Pietro Piccini tuttavia non durerà quanto quella della sorella, che presto inizierà a firmare autonomamente le opere e distaccarsi gradualmente dallo stile acquisito tramite la famiglia.


Nonostante il lavoro avviato, per una ragazza rimasta orfana la scelta del convento appare quasi obbligata, così nel 1666 entra nel convento francescano di Santa Croce in Venezia, dal quale non uscirà mai. Da questo momento in poi Elisabetta Piccini diventa suor Isabella, ma non cambia la sua attività. I ritmi da monaca le permettono di mantenere e alimentare la sua passione e continuare a rifornire gli editori veneziani. Collabora con Bartoli a Venezia, con la Tipografia del Seminario a Padova, Gromi a Brescia, Remondini a Bassano; sono questi infatti i luoghi in cui il ricordo di suor Isabella è più vivo. Gli affari vanno bene, perciò riesce a contribuire alle spese di mantenimento del monastero e all’età di settantaquattro anni viene nominata Vicaria del convento, ricoprendo l’incarico per sei anni. Nel frattempo aiuta economicamente la sorella Francesca, che la raggiungerà prendendo i voti nel 1673, per poi scioglierli undici anni dopo andando incontro al matrimonio.

La parte più consistente del lavoro dell’incisora è composta da illustrazioni di testi sacri, messali, libri di preghiere, biografie di sante e santi, breviari, illustrazioni di manuali. Lavora da sola, senza un aiuto — l’unico supporto che accetterà, negli ultimi anni, sarà quello di suor Angela Baroni — e incessantemente, guadagnandosi la fiducia di clienti in grado di offrirle le lastre di rame sulle quali inciderà a bulino. La tecnica del bulino è una tecnica di incisione su superfici metalliche come rame, ottone o acciaio; prende il nome dallo strumento a punta di metallo affilata utilizzato per incidere le linee sulla superficie della lastra. L’artista lo utilizza per tracciare linee sottili di precisione, che possono essere utilizzate per creare dettagli o sfumature nelle opere d’arte. La pressione e l’angolazione con cui si utilizza lo strumento determinano la larghezza e la profondità delle linee incise.

Tornando alla nostra storia, il rapporto professionale più nutrito sarà quello con la famiglia Remondini, con la quale intratterrà anche una lunga corrispondenza di cui si sono conservate alcune tracce. È soprattutto da queste lettere che emerge il lato imprenditoriale della monaca, pronta sempre a far valere il proprio lavoro e a reclamare i pagamenti dovuti. È così che accumulerà un gran numero di manufatti, tant’è che, analizzando i libri pubblicati tra la seconda metà del Seicento e i primi decenni del Settecento, non sarà inusuale trovare la firma di Piccini, in particolare nei testi liturgici. Molte opere, naturalmente, non si sono conservate, ma sappiamo della presenza anche di fogli sciolti o libri di storia. È bene precisare che non tutti i disegni incisi sono stati fatti proprio da suor Isabella, numerosi infatti appartengono ad artisti e artiste più o meno famose che alimentavano proficuamente la collaborazione tra mondo editoriale e mondo pittorico. Non va dimenticato che Piccini è un’incisora, e dunque un’artigiana, quando si guarda alle sue creazioni che lasciano trasparire una certa ingenuità formale. Questo è in realtà un aspetto che arricchisce l’opera, che diventa traccia dell’incontro tra diverse abilità, saperi, esperienze e tecniche.
Un altro cavallo di battaglia della monaca sono i ritratti, molto richiesti dal popolo veneziano e dei quali si conservano quelli dedicati ad alcuni sovrani come Carlo II o il doge Marcantonio Giustinian; le sue innegabili capacità emergono con evidenza nei ritratti della duchessa Aurelia Spinola.


È molto interessante notare come, nonostante la fissità richiesta dalla vita monacale, la sua carriera sia paragonabile a quella di altre figure artistiche o editoriali che avevano la possibilità di muoversi alla ricerca di nuovi clienti di città in città. Appare necessario soffermarsi un momento anche sul fatto che Elisabetta Piccini opera in un settore prettamente maschile, inserendosi ugualmente nelle vicende veneziane con enorme successo. Con una notevole limpidezza di intenti e una forte dedizione, con costanza e perseveranza, con passione e determinazione, riesce non solo a emanciparsi dal cognome, costruendo nuovi stili, ma anche a essere orgogliosamente autonoma e indipendente per tutta la vita. Suor Isabella muore il 29 aprile 1734, a novant’anni e dopo una lunga e artistica esistenza.
Qui le traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
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Articolo di Emilia Guarneri

Dopo il Liceo classico, si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito si trasferisce a Roma per seguire il corso magistrale in Gestione e valorizzazione del territorio presso La Sapienza. Collabora con alcune associazioni tra le quali Libera e Treno della Memoria, appassionandosi ai temi della cittadinanza attiva, del femminismo e dell’educazione alla parità nelle scuole.
