Lunedì 24 febbraio, presso il Palazzo Wedekind (Roma, piazza Colonna 366), è stato presentato il Rendiconto di genere 2024 redatto dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps.
Per la realizzazione del documento, completamento della rendicontazione annuale del Civ, l’Organo di vertice si è avvalso della collaborazione sinergica di diverse realtà istituzionali da cui ha attinto i dati necessari per costruire un quadro articolato e aggiornato sulla condizione delle donne in Italia nei diversi contesti sociali ed economici.
La prima delle sei sezioni in cui è suddiviso il Rendiconto, Composizione demografica, giova del prezioso contributo fornito dall’Istituto Nazionale di Statistica e dall’Eurostat e mostra, attraverso i dati, l’inesattezza epistemologica soggiacente la determinazione delle donne come una minoranza. Solo nel nostro Paese, la popolazione femminile supera quella maschile di circa due punti percentuali e, in ogni regione italiana, le donne sono numericamente maggioritarie rispetto agli uomini. Fanno da contraltare l’aumento dell’immigrazione maschile (+22% rispetto a quella femminile) e la crescita dell’emigrazione delle donne, superiore a quella degli uomini del 15.1%. Una spiegazione plausibile di quest’ultima tendenza può essere rinvenuta nella discrepanza che caratterizza il passaggio delle donne dalla fase scolastica/universitaria a quella lavorativa: i successi ottenuti durante il periodo di formazione e l’elevato livello di istruzione femminile raramente sono contraccambiati con incarichi, mansioni e salari non solo meritocratici ma soprattutto paritari rispetto alla controparte maschile (spesso meno istruita) anche laddove le parti si trovino a ricoprire gli stessi ruoli e posizioni.
I dati relativi all’Istruzione, per la cui raccolta si è attinto ai database di AlmaLaurea, AlmaDiploma e del Ministero dell’Istruzione e del Merito, mostrano la persistente segregazione formativa legata al genere che caratterizza il sistema formativo italiano. Se negli Istituti tecnici e professionali prevale la componente maschile (con quote di studenti che arrivano a toccare rispettivamente il 70 e il 60%), i Licei hanno subito un processo di femminilizzazione particolarmente pervasivo tanto che le donne rappresentano oggi il 61% sul totale delle iscrizioni. I dati in merito ai/alle diplomate per l’anno scolastico 2023-2024 seguono, prevedibilmente, il trend per quanto concerne i Licei e gli Istituti tecnici, ma rilevano una controtendenza nel caso degli Istituti professionali dove, nel periodo analizzato, la percentuale di donne che ha conseguito il diploma ha superato quella degli uomini.
La segregazione educativa persiste nelle Università, in particolar modo nel settore artistico, letterario ed educativo: qui il numero delle studenti supera quello degli studenti di ben cinquantotto punti percentuali.
Rimane costante anche il dato di genere relativo al successo universitario. La percentuale delle laureate è considerevolmente superiore a quello dei laureati per tutte e tre le tipologie di laurea e raggiunge il picco del 68.6% nel caso delle lauree magistrali a ciclo unico. L’unica eccezione è rappresentata dalle Stem (science, technology, engineering and mathematics): «Nell’ambito delle triennali la maggioranza di laureati è costituita da uomini mentre nelle magistrali a ciclo unico il dato si inverte con una prevalenza di donne». Quest’ultime primeggiano anche nel caso dei diplomi dei master di 1° e 2° livello ma non nei dottorati che vengono conseguiti in percentuale maggiore dagli uomini.
I dati sul tasso di occupazione a seguito del conseguimento di una laurea mostrano che, dopo un anno, il numero degli uomini occupati è superiore a quello delle donne nella gran parte delle aree disciplinari; il divario occupazionale diminuisce poi nel corso dei due anni successivi, arrivando a scomparire nelle lauree magistrali a ciclo unico dove le donne raggiungono tassi di occupazione leggermente più elevati di quelli degli uomini.
Non scompare, tuttavia, il gender gap. I dati forniti mostrano, infatti, un mercato del lavoro ancora ostile nei confronti delle donne con una percentuale di occupate pari al 52.6% contro il 70.4% degli uomini. Di queste, la stragrande maggioranza è impiegata nel settore pubblico e nei lavori domestici. Prevedibilmente, le voci in cui le donne primeggiano sono quelle relative agli ammortizzatori sociali e al part time. Nel primo caso, la quota di donne che riceve un’indennità mensile di disoccupazione supera quella degli uomini di 159.272 unità. Il lavoro a tempo parziale riguarda maggiormente le donne in tutte le fasce d’età ma raggiunge il picco nella fascia 45-54 anni con 1.040.847 donne con contratti part-time contro 386.577 uomini. A fronte di questi numeri, non stupisce che ben il 17.9% delle occupate dichiari di svolgere un lavoro a tempo parziale involontario. D’altronde, considerando che l’età media di una donna al parto della/del primo figlio è di poco inferiore ai 32 anni, è improbabile, che una donna di 50 anni (considerando un’età media della fascia 45-54) ricorra al part-time come strumento di conciliazione tra lavoro retribuito e di cura. L’obiezione, in questo caso, potrebbe essere l’assistenza a familiari anziani ma, viste le disposizioni in materia (legge 104), nonostante gravi sulle donne la maggior parte del lavoro di cura, tale necessità risulta tendenzialmente marginale, così come la volontà di avere maggiore tempo libero a disposizione: diverse ricerche mostrano, infatti, che quest’ultima motivazione è addotta essenzialmente dai lavoratori.
Inoltre, le donne sono sottorappresentate tanto nelle assunzioni con contratti a tempo indeterminato che a termine (contratti a tempo determinato, stagionali, in somministrazione, intermittenti). Insieme alla segregazione orizzontale e verticale, permane anche il divario retributivo di genere: oggi le donne guadagnano in media il 20% in meno rispetto agli uomini.
Naturalmente, come riportato nel capitolo dedicato alle prestazioni pensionistiche e previdenziali, il divario di genere retributivo e contributivo accumulato nel corso della vita lavorativa si riflette nelle tipologie di prestazioni e degli importi delle pensioni. In un continuum discriminatorio, una volta fuoriuscite dal mercato del lavoro le donne percepiscono un vitalizio significativamente inferiore rispetto a quello degli uomini che, nel caso delle pensioni di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti raggiunge il picco del 79% in meno.
Come si legge nel teso conclusivo del Rendiconto, «le politiche di supporto sociale giocano un ruolo fondamentale nel favorire un equilibrio tra impegni lavorativi e responsabilità familiari. […] Sebbene si sia registrato un incremento dei posti disponibili negli asili nido, a oggi l’offerta soddisfa solo una parte limitata delle richieste […]. Al momento dell’analisi solo l’Umbria ha raggiunto l’obiettivo stabilito dall’Unione Europea di 45 posti nido ogni 100 bambini/e». Nel 2023 le donne continuano a usufruire dei congedi parentali in misura largamente superiore rispetto agli uomini. Ciò dipende per lo più dal fatto che, essendo tendenzialmente più ridotti di quelli della controparte maschile, gli stipendi delle donne sono più facilmente sacrificabili.
Se il quadro non fosse già abbastanza preoccupante e svilente, concorre ad aggravarlo il persistente fenomeno culturale e sociale della violenza maschile nei confronti delle donne. Fenomeno questo che non sembra arrestarsi né tantomeno ridursi: dall’analisi del report della Polizia di Stato per il 2023 si è infatti rilevato un aumento pari al 10.5% delle segnalazioni degli atti persecutori, dei maltrattamenti e delle violenze sessuali a danno delle donne. Già di per sé allarmante, questo dato restituisce solo parzialmente l’ampiezza del fenomeno: vi è, infatti, una zona grigia, rappresentata per esempio dalle violenze economiche, di cui non è possibile stabilire una stima.
Tra gli strumenti a disposizione delle donne vittime di violenza di genere si citano il Reddito di libertà e il Congedo indennizzato dall’Inps. Si tratta, rispettivamente, di un contributo mensile pari a 500 euro che viene erogato mensilmente fino a un massimo di dodici mesi e di un’astensione dal lavoro per un periodo massimo di novanta giorni nell’arco temporale di tre anni di cui possono avvalersi tutte le lavoratrici inserite in percorsi di protezione relativi alla violenza di genere.
Vorrei concludere questo articolo di triste realtà rispondendo alla domanda che Ivana Veronese, Segretaria confederale Uil, ha posto in sede di presentazione del Rendiconto: «Se una laureanda in procinto di entrare nel mondo del lavoro o una scolara vedessero questi dati che prospettive crederebbero di avere? Cosa penserebbero del loro Paese e delle opportunità che offre alle giovani donne come loro?».
Cara Ivana (mi permetto di darti del tu) quel giorno una laureanda in sala che osservava il fallimento del suo Paese e, di riflesso il suo, c’era, ed ero io. Da donna che ha passato tutta la sua, ancor breve, vita a studiare, in possesso di un diploma di Laurea triennale e, tra poco, di Laurea magistrale (in Studi di genere, pensa che ironia), da giovane donna che fatica a trovare anche uno straccio di stage (non retribuito naturalmente, perché così “fai esperienza”) nel suo campo e che, nel frattempo, si accontenta di lavori mortificanti, ti rispondo che ti manca l’aria e che tutti i sogni che pensavi di realizzare attraverso la cultura e la formazione ti sembrano solo una gran fregatura!
Perché noi vi abbiamo creduto (plurale maiestatis) — e con noi intendo almeno le donne che mi circondano — abbiamo convenuto con voi che studiare ci avrebbe reso libere — e mentalmente lo ha fatto — ma vi dovevate aspettare che ci rendesse anche esigenti. Perché il sottotesto era: «Studiate e troverete un buon lavoro; farete carriera e avrete la retribuzione che meritate». E noi ora esigenti lo siamo diventate, siamo voraci dei dolci frutti del nostro lavoro e voi (sempre plurale maiestatis), invece, adesso ci volete indulgenti (pena essere tacciate di tracotanza o di pigrizia) e ci date da mangiare il vostro pane secco, stantio come questo Paese.
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
