La prima volta avevo tredici anni.
Non sono mai stata una bambina spensierata; ribelle, si! Spesso incurante del pericolo e sempre avversa all’autorità, ma no, spensierata mai. E non è per poco amore, per responsabilità che mi sono attribuita, nemmeno per il divorzio dei miei genitori, anzi! Io ho avuto un’infanzia che oserei definire felice: sono stata una bambina e sono una donna amata, sostenuta, e, lo ammetto, a tratti viziata. Eppure, ho sempre sentito in me il peso delle cose, delle persone, dell’infelicità e della felicità, del dolore e del piacere altrui. Una sensibilità schiacciante, che mi soffoca e mi trattiene, tutta protratta verso gli altri e mai verso di me.
Desideravo la noncuranza della cattiveria e il menefreghismo dell’egoista; bramavo le peggiori imperfezioni per non sentirmi più responsabile delle pene del mondo. Consideravo la mia anima un difetto di fabbrica contro cui avrei potuto fare ben poco, un ostacolo alla donna che volevo diventare: una che si lascia impietosire e impressionare che chance avrebbe mai avuto di diventare la prima Presidente del consiglio? (C’è chi vuole fare l’astronauta o la/il medico, io volevo entrare nei libri di storia come Leonilde Iotti).
In questa tensione tra la megalomania e l’inutilità percepita, faticavo a trovarmi, a capire realmente se come io ero fosse croce o delizia; ero incapace di centrare la mia attenzione su di me.
Ma poi succede che ti fa male il ventre e la prima goccia di sangue esce da dove mai prima di allora e senti che, finalmente, devi pensare a te stessa, alla donna che sta nascendo. E non è facile.
Le mie prime mestruazioni, tanto attese e desiderate, hanno portato con sé l’eredità che mia nonna aveva conservato per me.
La prima volta che la mia testa ha smesso di pensare al mondo, che i miei occhi si sono appannati avevo tredici anni. I rumori della vita intorno a me si sono amplificati e le mie tempie hanno cominciato a pulsare come se stessero per esplodere. Panico.
In mezz’ora mia madre è lì, per me, nell’atrio della mia scuola. Il corpo, le mani e la mia lingua cominciano a formicolare senza sosta. Nella mia mente, in uno stato di caos vuoto, faccio fatica a trovare le parole e quando riesco a trovarle mi sembra di non riconoscerle, di non saperle utilizzare. E poi succede che si fermano sulla punta della lingua e io non riesco più a pronunciarle.
Mamma spinge il piede sull’acceleratore verso l’ospedale.
Un’ora dopo usciamo dal policlinico con la diagnosi: emicrania con aura, una forma particolare di cefalea che colpisce principalmente le donne. Rimedi? Tutti palliativi; le cause? La vita, la luce, l’anima.
Da quattordici anni lei se ne sta lì; arriva senza avvisare e quando lo fa mi costringe a sprecare le mie ore al buio, dentro un letto e a riflettere (lei viene solo quando c’è qualcosa che non mi quadra). Non rispetta i miei impegni, i miei desideri e, alle volte, nemmeno la mia vita. Ma soprattutto è nemica della mia indipendenza e della mia libertà: se viene a farmi visita quando non sono a casa devo aspettare paziente che qualcuno mi venga a recuperare (guidare con mille lucine bianche negli occhi non è molto consigliato). Le piace disturbarmi durante le fasi di transizione e mettermi i bastoni tra le ruote. Mi hanno detto che per colpa sua non potrò mai aspirare a una carriera di successo, che dovrò accontentarmi di ruoli marginali perché chi assumerebbe una che potrebbe stare male dieci minuti prima di un evento importante o di un incontro decisivo… Beata/o chi non conosce l’imprevisto!
Ho dato retta a queste persone per molto tempo e così mi sono convinta che la mia testa fosse la mia croce e la mia anima un fardello. Poi però ho capito. Ho capito che non potrei essere diversamente e che questa croce è anche una delizia perché mi costringe ad ascoltarmi e a ricentrare il focus su di me. Ho capito, insomma, che questa eredità che mia nonna ha riservato a me è il megafono del mio io più profondo; che quando vedo sfocato è il momento in cui vedo meglio. Da nonna a nipote… una linea di saggezza femminile che continua…
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Articolo di Sveva Fattori

Diplomata al liceo linguistico sperimentale, dopo aver vissuto mesi in Spagna, ha proseguito gli studi laureandosi in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo La violenza contro le donne come lesione dei diritti umani. Attualmente frequenta, presso la stessa Università, il corso di laurea magistrale Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione.
