Contrariamente a quanto si possa pensare, la secolare questione della discriminazione femminile è tutt’altro che superata né possono definirsi estirpate le radici generanti il fenomeno.
Le discriminazioni si declinano in svariate forme, spesso subdole e sottili, e hanno il potere di segnare le vite degli individui limitando le possibilità di realizzare gli obiettivi contestuali. Ogni qualvolta venga messo in atto un comportamento volto a trattare distintamente situazioni che dovrebbero essere gestite in maniera paritaria in virtù di soggetti appartenenti a una determinata categoria o presentanti un determinato carattere si verifica una discriminazione.
Nella società contemporanea gli individui sono chiamati a dar prova di sé stessi per ottemperare alle esigenze di ruolo e raggiungere l’autoaffermazione in uno scenario sempre più competitivo: ciò, piuttosto che ridurre i margini in cui è possibile che avvengano discriminazioni, li ha estesi se non addirittura moltiplicati.
Per la donna accade già in seno all’economia familiare ove, rispetto al coniuge che più facilmente riesce a investirsi nella sfera professionale, ella viene implicitamente designata come principale responsabile della cura di figlie/i e della casa: la “doppia presenza” che è chiamata a soddisfare non discende da una prerogativa di nascita, ma riguarda un’appartenenza alla quale ella viene educata a riferirsi nel prospettare il proprio futuro. Ciò mette in rilievo l’eminente ruolo giocato dalla cultura che da sempre delinea le cornici di riferimento entro le quali gli/le attrici sociali realizzano le proprie esistenze. L’educazione di genere si definisce tale perché poggia su prerogative differenti per uomo e donna e delinea ambiti di competenze riferite al sesso, piuttosto che alle reali attitudini o alle singole volizioni, contribuendo a plasmare le aspettative di ambo i sessi.
Cosi, in virtù di questa sorta di “predestinazione” implicitamente conferitale, la società ha naturalizzato, quindi assunto come dato oggettivo e stabilito dalla natura, una concezione della donna ancillare rispetto all’uomo: il primo assunto di una cultura di tipo patriarcale che tratteggia le coordinate in base a cui la società si organizza e stabilisce i compiti dei propri membri. Ciò condiziona fortemente le traiettorie esistenziali: dalla scelta sull’orientamento da conferire alla propria carriera lavorativa a quelle più personali che rientrano nella vita privata e familiare.
Il mondo professionale è quello nel quale si addensano le più frequenti criticità con politiche scarsamente concilianti casa-lavoro, trattamenti, stipendi e carriere diversificate uomo/donna, il tetto di cristallo — come lo chiama la letteratura — che non di rado inducono alla rinuncia del lavoro o alla sua prosecuzione con forti ricadute in termini di stress e sensi di colpa. L’ordine culturale si traduce in un’incorporazione di particolari interazioni sociali tra i sessi e in dispositivi ritualizzanti che li regolano e dei quali le persone non hanno consapevolezza.
Nella società della complessità, poi, diversi possono essere i fattori identitari che espongono al rischio di discriminazione: è il caso delle donne con disabilità alle quali viene negata piena umanità, sessualità e persino la facoltà di essere madri; non è un caso che nel nostro Paese scarseggino consultori e reparti di ginecologia e ostetricia accessibili, attrezzati e preparati per accogliere un’utenza con tali caratteristiche e non è un caso che la negazione di un’identità sessuale abbia sortito una sottostima delle violenze sessuali perpetrate a danno di queste donne che in tal maniera soggiacciono, loro malgrado, anche a un altro tipo di violenza, quella simbolica.
Alcuni riferimenti esplicativi elaborati dalle discipline socioantropologiche per analizzare le discriminazioni operate nei confronti delle donne sono sovrapponibili a quelli impiegati per l’analisi di discriminazioni rivolte alle persone con disabilità: entrambe le categorie, per esempio, vengono semantizzate in termini di inferiorità; entrambe vengono automaticamente private dei requisiti di elevata produttività, flessibilità e costanza richiesti dal mercato e dal tecnicismo smodato che connota quest’epoca a scapito di doti concernenti sensibilità e ricettività umana.
Negli ultimi decenni l’attenzione sollevata verso tali questioni, soprattutto dalle associazioni di categoria, ha contribuito a porre in evidenza la tematica nell’intento di farla rientrare nell’agenda setting dei mass media e, parallelamente, di dar seguito a un dibattito politicamente orientato che fosse in grado di scuotere la pubblica opinione. Certamente i passi da compiere sono ancora parecchi ma, grazie a quelli percorsi finora, l’argomento è diventato oggetto di discipline scientificamente fondate e impegnate a dotarsi di un metodo capace di cogliere la molteplicità e la complessità dei fattori costituenti il fenomeno, ma anche oggetto di importanti e secolari disposizioni giuridiche istituite a presidio della dignità dei soggetti destinatari di tutela e a contrasto di ogni forma di discriminazione.
Il primo caso contempla la prospettiva intersezionale che mira a cogliere le disuguaglianze e le discriminazioni che discendono dall’intreccio di fattori strutturali, biologici e culturali; nel secondo rientra la Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità della quale, in particolare, si menziona l’art. 6, rubricato appunto “Donne con Disabilità”: «Gli Stati Parti riconoscono che le donne e le minori con disabilità sono soggette a discriminazioni multiple e, a questo riguardo, adottano misure per garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle donne e delle minori con disabilità. Gli Stati Parti adottano ogni misura idonea ad assicurare il pieno sviluppo, progresso ed emancipazione delle donne, allo scopo di garantire loro l’esercizio e il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali enunciati nella presente Convenzione».
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Articolo di Alessandra Strano

Laureata in Scienze sociologiche e del servizio sociale, ha esercitato la professione di assistente sociale coordinando servizi di assistenza domiciliare rivolti a soggetti disabili, e/o minorenni e alle loro famiglie. Attualmente è consigliera e referente regionale per l’associazione “Vivere la Paraparesi spastica ereditaria” e referente area formazione per l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, sez. Mussomeli.
