Mia madre

Mia madre nacque nel 1928 a Licata. Gli anni della sua gioventù furono gli anni della guerra. La sua famiglia per stare lontana dai pericoli della guerra si trasferì in campagna insieme a tante altre famiglie.
Ogni giorno c’era il problema di mettere insieme il pranzo e la cena, ma mia madre raccontava che non mancava il necessario. Avevano la farina per fare il pane, i legumi e la verdura delle loro campagne, la frutta che raccoglievano dagli alberi.
Stavano tutti insieme, genitori, fratelli e sorelle, in una baracca, ma erano felici. La sera qualcuno raccontava storie o recitava filastrocche che mia madre ricordava da adulta e ripeteva a noi bambine/i.
Quando c’è stato lo sbarco degli alleati, il 10 luglio del ’43, la mamma e i suoi parenti assistettero in diretta all’avvenimento. Dalla collina in cui si trovavano videro le migliaia di navi che riempivano il mare e l’orizzonte e non capirono subito che erano gli americani. Erano tutte e tutti terrorizzati e le contadine e i contadini nascondevano figlie e figli nei luoghi più impensati. La mamma era stata nascosta per ore sotto il forno, dove di solito si tiene la legna. Poi si sparse la voce che erano amici e che la guerra era finita.
Nella gioia di quel periodo mia madre, giovanissima, fu promessa sposa a un giovane soldato che di lì a poco sarebbe stato congedato e dopo un anno, a soli diciassette anni, lo sposò. Mia madre era una bella brunetta con i capelli ricci e neri e le piaceva molto questo soldato che aveva gli occhi azzurri, i capelli biondi e i modi ingentiliti dai quattro anni passati lontano dalla fatica della campagna. Fu una sposa felice. Peccato che dati i tempi non riuscirono a fare neanche una foto della festa del loro matrimonio e così non abbiamo mai visto come erano quel giorno. Ho sempre immaginato che mia madre avesse i begli occhi neri brillanti e mio padre orgoglioso che la stringeva a sé felice.
Le prime foto che abbiamo visto di mia madre e mio padre risalgono a parecchi anni dopo. Una la ritraeva incinta di me, ma erano già passati dieci anni dal loro matrimonio. Sì, per dieci anni non rimase incinta e questo fu per loro motivo di dolore e preoccupazione.
Si capì da subito che mia madre non era fatta per fare la casalinga, che i lavoretti per tenere pulita la casa e cucinare per il marito non le bastavano, la annoiavano e così diventò una contadina. Si alzava presto la mattina, faceva il caffè e andava a lavorare nei campi insieme a mio padre. Furono anni felici. Erano molto uniti, ma gli anni passavano e figli o figlie non ne arrivavano.
Lavorando con grande impegno, riuscirono a comprare il terreno su cui edificare la loro casa e cominciarono a costruirla pian piano. Prima il grezzo, poi le varie rifiniture. In quella stessa casa abitarono tutta la vita e crebbero noi figli e figlie quando finalmente in seguito arrivammo.
Infatti comprarono dei terreni agricoli ed erano molto dispiaciuti che parenti invidiose/i cominciassero a dire che era ridicolo che si dessero tanto da fare, perché comunque non avevano figli o figlie a cui lasciare tutti i loro beni. Fatto sta che dopo dieci anni di questa vita, dopo una visita da uno specialista di Catania, mia madre riuscì a restare incinta, e negli anni partorì ben quattro femmine e un maschio, che mio padre desiderò tantissimo e che alla fine arrivò per la sua soddisfazione.
In quei dieci anni, dai 17 ai 27 anni, mia madre non solo lavorò nei campi, ma si diede da fare perché nel quartiere arrivassero l’acqua e le fognature. Erano tempi in cui le fognature non esistevano, i bisogni venivano fatti nelle stalle; ogni contadino proprietario di terreni aveva un mulo e quindi una stalla. Chi non ne possedeva versava i liquami nelle strade e solo la pioggia riusciva a pulire la sporcizia delle strade sterrate e a mitigare la puzza.
Non fu facile fare arrivare acqua e fognature nel quartiere oltre il ponte, tanto che passarono altri anni. Nei miei ricordi di bambina ci sono infatti la stalla e il mulo di cui avevo un po’ paura. Si perché dopo dieci anni di matrimonio finalmente sono nata io, la prima, la maggiore, quella che ricorda meglio quegli anni. Mio padre che ogni sera ripuliva la stalla, l’odore che impregnava tutta la nostra casa; i bisogni fatti nella parete in fondo alla stalla, ai piedi del mulo, con le pezze che sostituivano la carta igienica che ancora non esisteva; la cucina col focolare; le pentole annerite; la biancheria lavata nella pila di legno stagnato, col sapone molle e l’azolo per non fare ingiallire la biancheria bianca.
Poi è arrivata una sorellina ed ero molto felice. Mio padre si consolava, perché la nascita delle figlie femmine gli portava “l’annata bona” ovvero buoni raccolti. Diceva che a ogni nascita di una figlia femmina aveva comprato un terreno. La mamma era sempre attiva: puliva, cucinava, andava anche in campagna ad aiutare mio padre, e raccoglieva firme nel quartiere per fare arrivare acqua e fognature. Fu la prima nel rione a fare il contratto per l’acqua diretta. Grande fu la sua felicità: aprire il rubinetto e veder sgorgare l’acqua era un miracolo.

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Articolo di Vincenza Russotto

Medica ginecologa in pensione. Ha conosciuto e apprezzato tante donne, e di loro ama scrivere.

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