Allarme a Sud-Est. Il numero 2/2025 di Limes

Sono cinque le parti del secondo numero di Limes del 2025. L’ Allarme a Sud-Est, cui si riferisce il titolo, riguarda l’accesso dell’Italia al Mediterraneo orientale e al Medio Oriente, messo in crisi dalle guerre attualmente in corso intorno a Israele. Il passaggio dal Mar Rosso è indispensabile per il nostro Paese, che ha bisogno di raggiungere gli oceani per importare materie prime ed esportare prodotti; purtroppo in questo momento il Mar Rosso e la Regione che lo circonda sono diventati incandescenti.
Sulla posizione italiana dopo l’esplosione del Medio Oriente si sofferma la quinta parte del volume, a cui rinviamo. Allarghiamo però lo sguardo e dedichiamoci ad alcuni Paesi su cui la maggior parte delle persone sa pochissimo, anche a causa del provincialismo dei nostri media.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha sferrato una serie di guerre contro i suoi avversari regionali e non solo: da Gaza, al Libano, alla Siria allo Yemen. In questo Stato il gruppo degli houti riesce a limitare e spesso a bloccare le comunicazioni marittime, commerciali e non solo, tra l’Europa via Mediterraneo e l’Asia via Indo-Pacifico. E la cacciata di Assad dalla Siria ha sconvolto molti degli equilibri fino ad oggi mantenuti, aggravando ulteriormente le tensioni.
Il numero di febbraio 2025, densissimo di articoli dalla lettura impegnativa, si sofferma soprattutto sui tre Imperi, quello turco, quello iraniano e quello “in formazione” costituito da Israele, che si sta espandendo territorialmente in Siria intorno alle alture del Golan, occupando una parte, sia pure minore, del Libano meridionale, distruggendo al prezzo di circa 60mila morti, tra cui moltissimi bambini e bambine, la striscia di Gaza, dove peraltro incontra ancora una fortissima resistenza da parte di Hamas.

Arsenali atomici nel mondo

Dalla mole di approfondimenti tutti interessanti di questo volume segnalo quelli di tre donne.
Il popolo eletto, lo Stato di Israele e gli altri, di Anna Maria Cossiga, è il primo e ha un incipit esauriente: «Affrontare il complesso argomento dell’elezione divina del popolo di Israele non è facile. Se poi l’analisi tocca anche lo Stato ebraico e i suoi attuali governanti, affrontarlo può significare addentrarsi in un campo minato da cui si rischia di uscire bollati dall’accusa di antisemitismo. Ormai, purtroppo, la critica costruttiva al governo israeliano e alla sua politica viene equiparata all’odio antiebraico. Comunque, si è in buona compagnia, dal momento che molti ebrei che la pensano “altrimenti” vengono etichettati come “odiatori di sé”. Dunque, correremo il rischio».
La parte finale di questo saggio molto istruttivo riguarda i Ministri del governo israeliano Smotrich e Ben- Gvir ed è da leggere attentamente.

Della terza sezione, Il triangolo secondo l’Iran, sono due i contributi femminili apprezzabilissimi. Il primo è quello di Antonella Caruso, L’asse arabo di Teheran è ferito ma non morto. Vi si ricorda che il cosiddetto “asse del male”, così definito da George W.Bush all’indomani dell’11 settembre 2001, assume oggi forme animalesche nella pubblicistica israeliana e presso alcuni opinionisti americani. «L’immagine ricorrente è quella della piovra, la cui testa rappresenta l’Iran e i cui tentacoli sono le milizie armate. Nel bestiario politico mediorientale del noto opinionista americano Thomas Friedman, l’Iran, o più precisamente i Guardiani della rivoluzione, è invece paragonato a una vespa parassita che inietta le sue uova in bruchi, i quali vengono mangiati al loro interno dalle larve che vi si schiudono e che ne escono soltanto una volta terminato il macabro pasto. Le uova/larve rappresentano gli ḥūṯī, Ḥizbullāh, Ḥamās e Katā’ib Ḥizbullāh (una delle più agguerrite fazioni irachene); i bruchi sono il Libano, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Friedman ne conclude che essendo impossibile una controffensiva efficace contro la vespa, non resta che dare fuoco a tutta la giungla. E così è stato». L’Iran in grande crisi dovrà ripartire dall’Iraq per organizzare il fronte della Resistenza (muqāwama). E uno scontro tra Israele e Iran si sta profilando secondo molti opinionisti.

L’Iran nucleare

Preziosa e dal titolo evocativo (L’Iran svelato) è la lettera affidata a Limes dall’avvocata e attivista per i diritti umani Nasrin Sotudeh, che invita a opporsi a un disegno di legge liberticida nei confronti delle donne, denominato «Velo e castità» (Hejāb o ‘effāf), disegno di legge la cui promulgazione è stata rinviata e prorogata ma non ancora eliminata. Lo scopo di questo disegno di legge è inasprire le pene per le donne iraniane che, insieme al movimento Donna, vita, libertà, non si attengono all’obbligo del velo previsto dal codice penale islamico (Qānun-e Mojāzāt-e Eslāmi) e rifiutano di indossarlo in forma di protesta civile e non violenta nei confronti dell’assassinio di Mahsa Amini per opera del potere. La lettera si intitola Uno sguardo sul velo e sulla castità e dovrebbe essere letta nelle scuole.

L’avvocata e attivista per i diritti umani Nasrin Sotudeh, Teheran, novembre 2008
(Foto: Arash Ashourinia/AFP via Getty Images)

Ma l’articolo veramente necessario è quello di Paola Caridi, Gaza dopo Gaza, contenuto nella quarta parte, che ha il coraggio intellettuale di chiamare genocidio, come si deve definire secondo il diritto internazionale, quello che Israele ha fatto e continua a fare al popolo palestinese. «Il primo crimine — scrive Caridi — è l’uccisione di oltre 60 mila palestinesi: i 48 mila di cui si sono recuperati i corpi, e gli oltre diecimila rimasti sotto 50 milioni di tonnellate di macerie (questi ultimi sono numeri dell’Onu). Un totale di vittime a cui va aggiunto il ferimento di oltre 110 mila persone. Un decimo dei palestinesi di Gaza, dunque, è stato colpito direttamente dai bombardamenti israeliani. Inoltre, Israele ha affamato i gaziani, dichiarandolo, ha bloccato costantemente gli aiuti umanitari, ha messo in condizioni di non poter lavorare l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che dal 1949 si occupa dei rifugiati palestinesi». Da qui parte l’analisi della scrittrice e giornalista sul futuro di Gaza,  di Hamas e delle Brigate al-Qassām.

Israele visto da Ankara

La seconda parte, Il triangolo secondo la Turchia, sviscera i rapporti tra “la Patria blu” e Israele, mettendo in luce le diversità emerse dopo il crollo della Siria, i rapporti con la popolazione curda, le tensioni sulla questione palestinese dopo la guerra di Gaza e la grande volontà di potenza, anche spaziale, del Paese di Ataturk, da sempre antisraeliano e filo-Hamas. 
Dopo Damasco, Gerusalemme? L’ascesa della Turchia superpotenza di domani è l’approfondimento di Daniele Santoro che descrive i passi che questo Stato ha percorso per emanciparsi dagli Usa e diventare una tra le potenze egemoni, da cui Israele deve guardarsi. Altri due interessanti contributi sull’Iran, da noi conosciuto sempre troppo poco, sono quello di Nicola Pedde, La Bomba iraniana si avvicina, che evidenzia la differenza dell’atteggiamento verso la deterrenza delle vecchie e delle nuove generazioni e Le Mille anime dell’Iran, una conversazione con i più forti oppositori del sistema di potere iraniano (Nezām) e alcuni fedelissimi della Repubblica Islamica, realizzata mantenendo l’anonimato delle persone intervistate a cui sono stati attribuiti nomi di fantasia.

La piramide del potere

Nella quarta parte Arabi in movimento: Siria, Palestina, Arabia Saudita si possono leggere approfondimenti molto interessanti, in particolare Atlante delle quattro Sirie di Lorenzo Trombetta e Gianmarco Fontana che ritrae in modo accurato “il cantiere a cielo aperto” che è diventata questa regione dopo l’8 dicembre 2024 e della cui fragilità abbiamo cominciato a vedere i primi segni, nonostante la volontà di Aḥmad al-Šar di restituire unità territoriale al Paese.

Il numero 2/25 di Limes è un vademecum da tenere sulla scrivania e da consultare per comprendere le cause e la probabile evoluzione di quanto sta succedendo nel Sud-est.
L’editoriale di Lucio Caracciolo, L’ora degli scambisti, è come sempre ricco di acute riflessioni e approfondimenti storici; si chiude questa volta con una proposta di grande buon senso oltre che di civiltà che riguarda la questione del massacro della popolazione civile a Gaza, davanti al quale il silenzio di quella Ue tanto decantata come culla della civiltà sulla piazza del 15 marzo scorso è impressionante. Chissà quanti di noi ci avevano pensato, anche se non in modo così dettagliato; una soluzione temporanea che mi sarebbe piaciuto ascoltare da qualche componente delle istituzioni europee o leader di partito. Del resto per la popolazione ucraina le porte dell’Ue si sono spalancate all’inizio della guerra e 4 milioni di profughi e profughe sono stati lasciati uscire dai confini senza essere né affamati né bombardati dall’invasore. Scrive Caracciolo, parlando della popolazione inerme civile di Gaza: «Proponiamo quindi un’esercitazione che a molti parrà provocatoria, a noi necessaria. Specialmente dedicata a chi accusa l’Unione Europea di non far nulla per Gaza. Vero, ma ingiusto: se non sei un soggetto geopolitico non puoi fare geopolitica. Tuttavia si tratta pur sempre di un’organizzazione di umani, cui nulla vieta di agire umanamente. Ergo: immaginiamo che ognuno dei suoi 27 Stati ospitasse in ragione della propria popolazione alcuni palestinesi di Gaza disposti a lasciare la Striscia e abilitati a poi rientrarvi in pace. La tabella dedicata propone doppia opzione: uno o due ogni diecimila abitanti. Davvero una goccia nel mare: su 449.206.579 europei salveremmo nel primo caso 44.912 persone, nel secondo 89.824. L’Italia ne prenderebbe 5.899 o 11.798.
Non accadrà — o forse invece sì. Però almeno capiremo chi siamo».

Ipotesi di ripartizione di palestinesi tra i Paesi Ue

Buona lettura.

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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