Pubblichiamo in questo numero il secondo dei due racconti vincitori, della Sezione C–Narrazioni, della XII edizione del Concorso di Toponomastica femminile, Sulle vie della parità, dal tema quest’anno Le donne e le arti, conclusosi l’11 aprile con la cerimonia di premiazione in un’aula della facoltà di Lettere dell’Università di Roma 3. Come il precedente, prende le mosse dall’incipit di Simona Baldelli, in corsivo nel testo.
Intrigante già il titolo, Penelope dei quanti, il racconto è stato scritto da Vittoria Stanzione, dottoranda in fisica all’Università di Pisa. Su di esso la giuria ha espresso il seguente giudizio: «In una originalissima versione del mito la protagonista si trova, in quanto donna, nella condizione di “un elettrone sospeso in uno stato indefinito, in attesa che una misura la definisse”, temendo che “il mondo attorno a lei l’avrebbe costretta, comunque, su di un’unica traiettoria”. È la sua arte, il suo arazzo a salvarla svelandone le infinite possibilità. Molto apprezzati sia l’inedita idea di fondo sia lo stile del racconto».

Penelope dei quanti
di Vittoria Stanzione
Si era seduta al telaio all’alba, con una smania di cui non comprendeva il motivo. Il sole si allargava sulla città; Argo era accoccolato accanto all’ingresso come sempre, da quando era partito il padrone. I Proci dormicchiavano sparpagliati fra la casa e il giardino, in cerca di un po’ frescura. Nulla era cambiato fra le mura domestiche e la campagna circostante. Eppure. Che fosse mutato qualcosa in lei? Osservò la tela, in gran parte disfatta durante la notte e ora da ricostruire affinché Antinoo e i compari non si accorgessero dell’inganno. Aveva ottenuto di rimandare le nozze con uno di loro fino a quando avesse terminato l’arazzo in cui avvolgere, al momento della morte, il corpo di Laerte, il suocero. Che il marito fosse già deceduto, ne erano convinti tutti, tranne lei. Compresse col pettine le trame e indietreggiò con le spalle per osservare meglio la tela. Com’era bella, la più bella che avrebbe mai intessuto, se solo l’avesse portata a termine. Una meraviglia di colori, disegno, fili di seta, sapienza delle mani. Un’opera destinata a rimanere incompiuta. Sentì una fitta al costato, un dolore sordo. La mancanza di qualcosa che avrebbe potuto essere, ma non ci sarebbe mai stata. Che sciupio d’intelligenza e arte. Si scoprì a chiedersi se ne valeva la pena. Da quanto tempo lo aspettava? Molti anni, venti.
Osservò nuovamente quella tela: la trama era perfetta, troppo perfetta. Vi era un equilibrio sovrannaturale tra i fili di seta, i loro riflessi colorati, un’armonia che sembrava esistere al di fuori del tempo e dipartirsi lontano oltre lo spazio occupato dal telaio. Ebbe la sensazione che, nel momento in cui avesse posato il pettine, l’intero universo si sarebbe ricomposto in una nuova forma.
Non sapeva che, proprio quel giorno, le era stata concessa un’arma a doppio taglio. Molte lo avrebbero considerato un dono, ma sarebbe potuta diventare la sua condanna.
Ananke, la dea del fato e dell’inevitabile, sorella di Cronos e figlia del Chaos, colei che neanche gli Dei osavano affrontare, aveva distolto per un attimo lo sguardo. Per la prima volta, una mortale non era più vincolata al destino scritto per lei. Per la prima volta, le scelte possibili erano davanti ai suoi occhi, le poteva vedere dall’esterno e anche toccare sulla tela.
Ma cosa significava avere una scelta? Nella sua lingua, “κρίνομαι” significava scegliere, ma anche separare, discernere: la scelta non era solo un atto della volontà, era una frattura, una cesura nel tessuto del tempo. Era un atto che distingueva e creava, un taglio netto nel continuo dell’esistenza.
E se la scelta non fosse mai stata un atto di pura razionalità? Se fosse stata, invece, simile all’osservazione di una particella quantistica, in cui è l’atto stesso di misurare che determina la realtà? Penelope si domandò se la sua decisione esistesse già in potenza, in sovrapposizione, e solo il suo sguardo, il suo atto di volontà, potesse far collassare una possibilità tra le infinite. Fino a quel momento, era stata come un elettrone sospeso in uno stato indefinito, in attesa che una misura la definisse. Ma era davvero lei l’osservatore o il mondo attorno a lei l’avrebbe costretta, comunque, su di un’unica traiettoria? Ma soprattutto si chiese cosa significassero questi suoi pensieri, in cui parlava una lingua che non aveva mai ascoltato, ma che le sembrava facesse parte di lei da sempre.
Penelope percepì il mondo spezzarsi in mille riflessi. Era ancora al telaio, eppure si vedeva anche altrove. Come se fosse intessuta ella stessa nella trama del cosmo, come se ogni filo della sua tela fosse una strada alternativa, una vita che si dispiegava parallela alle altre.
Si vide completare la tela, sciogliersi dalle corde aggrovigliate dell’attesa e accettare che Ulisse non fosse più lo stesso uomo. Quando infine lo rivide, scoprì un volto scavato dal tempo, gli occhi induriti dal sangue e dal mare. Lui era tornato, ma non per lei, non come lei lo aveva sognato. E allora capì: la sua attesa era stata vana, il suo amore un’illusione. Sposò Antinoo, il più astuto dei Proci, perché se il destino doveva ingannarla, avrebbe ingannato anche lei il destino.
Si vide fuggire con Telemaco, vendere il bel tessuto per acquistare il viaggio su di una nave alla volta di terre sconosciute. La brezza marina le accarezzava il volto mentre il figlio, ancora fanciullo, si stringeva a lei insieme al fedele Argo. Lontano da Itaca, lontano da una vita di attesa. Vide sé stessa imparare nuove lingue, acquisire nuove tradizioni e scoprì che il mondo era vasto e affascinante e che una nuova storia poteva ancora essere scritta, bastava toccare l’ordito sulla tela e seguire i percorsi che si intrecciavano per vivere quella scelta. La cosa che più la sorprendeva è come ogni filo la portasse in un nuovo contesto che le risultava familiare, come se fosse stato il suo da sempre.
Si vide intrecciare le sue mani con un’ancella e scoprire il desiderio dell’altro in una forma nuova. Nel silenzio delle notti, mentre le torce si spegnevano, scoprì il calore di una complicità diversa, eppure naturale, una verità che non aveva mai osato confessare nemmeno a sé stessa.
Si vide rimanere, ancora e ancora, imprigionata nella speranza. Guardava la tela disfarsi e ricomporsi, come se il tempo stesso si piegasse attorno a lei, e ogni notte, mentre i Proci schiamazzavano tra i loro banchetti, Penelope attendeva, intrecciando fili che non sarebbero mai stati definitivi.
Guardò la luna e si ritrovò a studiarla, come se per la prima volta ne comprendesse la vera essenza. La vide non solo come un astro, ma come un corpo in costante danza gravitazionale, soggetto a forze invisibili eppure inesorabili. Si chiese se la sua esistenza fosse simile a quella della luna: sempre attratta da un fulcro, sempre costretta a seguire la stessa orbita, incapace di sfuggire al proprio destino. Ma ecco il paradosso: la luna mostrava sempre la stessa faccia alla Terra, eppure si muoveva. Così anche lei: immobile nel suo telaio, eppure in bilico tra infinite realtà.
Più cercava di comprendere il suo futuro, più esso le sfuggiva tra le dita nella sua indeterminazione. Lei che era stata per molto tempo l’emblema della non-scelta, incatenata in un ciclo senza fine, incapace di avanzare o indietreggiare sarebbe potuta restare per sempre un’onda, indefinita, impossibile da costringere in una forma sola?
Allo stesso tempo si ritrovò ad assistere al parto della sua amica e scoprì l’emozione nell’accogliere una nuova vita. Decise di studiare seguendo i precetti della migliore levatrice di Itaca e aiutare la sua città nella cura dei neonati.
Penelope era nel suo orto e il calore del sole sprigionava profumi intensi da ogni angolo. Inebriata dalle piante e dalla terra, chiamò il guaritore di corte e gli chiese di insegnarle a comprendere. Divenne la più abile guaritrice della città a tal punto che Asclepio, il dio della medicina, le offrì la possibilità di diventare una maga pur avendo sangue mortale.
Si vide apprendere l’arte del canto e deliziare con le sue storie, intrise di magia, le bambine e i bambini di Itaca.
Allo stesso tempo, afflitta per la mancanza di Ulisse, decise di fondare il tempio di Elpìs, spirito della speranza e di accogliere sempre più adepte in quel luogo. Lì nella frescura ombrosa del colonnato, gli affari terreni non avrebbero costituito più una preoccupazione.
Seguendo il bordo della tela vide Penelope a capo di una spedizione segreta per ritrovare suo marito, partì a notte fonda all’insaputa dei Proci che dormivano e non avrebbero chiesto di lei fino al mattino successivo. Aveva appreso quello che bastava sulla navigazione e sull’astronomia e si orientava solcando il mare Egeo come il più esperto degli Argonauti.
Si ritrovò a danzare tra i Proci e a insegnare loro nuovi balli, detti Kordax e Chiftetelli, che erano molto popolari in Oriente, nati dal culto della Dea Madre, in un antico rito mesopotamico sviluppatosi per celebrare la capacità creativa femminile.
Improvvisamente, anche i colori dei fili della sua tela mutarono e si vide nascere nuovamente in nuove città, con un diverso colore della pelle, con balie che le insegnavano lingue diverse.
Tutte queste possibilità davano sensazioni più forti dei sogni o delle illusioni. Erano vere. Penelope le viveva simultaneamente, sentiva gli odori della natura intorno a sé, la luce del tramonto su Creta che rifletteva bagliori arancio sulla sua veste, il meltemi che alitava sul suo volto e le sollevava i capelli. Si muoveva in ogni direzione e nessuna. La sua mente si espandeva come un’onda quantistica in attesa di collassare in un’unica realtà. E se non avesse mai dovuto scegliere? Se fosse rimasta per sempre sospesa in quella sovrapposizione infinita, come l’onda prima di infrangersi sulla riva?
Ananke, dall’alto, la osservava con stupore. Non aveva previsto questo. Gli esseri umani, aveva sempre pensato, erano come linee tracciate nella sabbia, destinate a un’unica traiettoria. Ma Penelope non era più una linea: era un intreccio di infiniti cammini.
Fu chiaro a quel punto come la stessa guerra fosse nata a causa di donne che non avevano osservato come la trama delle loro scelte impattasse sull’ordito.
Ora solo loro, le donne, avrebbero potuto fermarla.
La trama e l’ordito hanno bisogno di armonia e loro potevano essere le artefici dell’armonia se solo avessero potuto scegliere. Come mettere l’armonia sulla trama e l’ordito? Con la passione nel tessere. Diventeranno armonici l’arazzo con la levatrice, l’arazzo con la maga, l’arazzo con la navigatrice…
Penelope chiuse gli occhi. Inspirò profondamente. Quale delle sue vite sarebbe diventata reale? O lo erano tutte, intrecciate per l’eternità?
Il pettine scese sulla tela. Oppure no.
Antinoo osservò la tela, che ormai da tempo non era più una semplice tela, e la sua vita cambiò. Era come se ogni filo fosse un vettore di possibilità, un sentiero che si ramificava all’infinito. Vide infinite storie evolversi, intrecciarsi e dissolversi in un ciclo senza fine, evolvere di nuovo, come in una rete neurale in cui ogni nodo caleidoscopicamente si riproduce, generando nuove vite. Non era solo un’opera d’arte, ma un’entità vivente, un codice che conteneva tutte le scelte di Penelope e tutte le loro conseguenze. Comprese che il tempo non era lineare, che il destino non era inciso nella pietra, ma fluttuava come onde su uno specchio d’acqua. Un entrelacement che mai il mondo aveva visto. La tela era il riflesso della natura stessa dell’universo e Antinoo si sentì insignificante come un osservatore impotente davanti a un cosmo che si rivelava nel suo mistero più profondo. Fu così che chiese perdono a Penelope e nella sua apologia le chiese scusa per le sue azioni, ma soprattutto per la sua cecità. Per aver creduto che il potere risiedesse nella forza, nella costrizione, nell’imporre un destino anziché accettare la molteplicità del reale. Chiese perdono per aver pensato che potesse essere lui a scegliere per lei, come se fosse un suo oggetto, e non un universo in continua espansione.
Penelope stessa era la tela e la tessitrice, il filo e la mano che lo intrecciava. E mentre Antinoo comprendeva per la prima volta la vastità di ciò che aveva davanti, Penelope sorrise appena. Forse la vera libertà non era nella scelta di un destino, ma nella consapevolezza di non essere mai stata vincolata a uno solo.
Ananke conosceva ormai il suo compito. Le donne devono scegliere con libertà e questo può avvenire solo se si mette passione in quello che si fa, rispettando le scelte degli altri. Andò da Atena e la convinse ad abbandonare l’ascia di guerra, convinse Afrodite a vedere la bellezza nelle azioni di ogni giorno, Artemide a dare la “caccia” alle opportunità, Ares a trarre piacere dalle battaglie quotidiane con sé stesso.
L’evoluzione dell’umanità si fonda sulla diversità e l’armonia del Varius Multiplex Multiformis è la chiave per la sostenibilità dello specifico essere come prima inter pares.
Ogni essere pur subatomico, ma unico, in armonia con il diverso da sé, sperimenta la magia delle altre sue forme e manifestazioni possibili ed estende la sua tela.
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Articolo di Loretta Junk

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).
