Adesso basta

Adesso basta. Aveva deciso e bisognava preparare tutto il necessario. Otto anni di matrimonio senza felicità le avevano cambiato il carattere; lei prima sorrideva sempre, rideva per un nonnulla, si sentiva forte e risoluta, padrona delle sue decisioni. Adesso le giornate erano così pesanti, tutte. Fatica, umiliazioni, botte e soprattutto quando la sera si metteva a letto, stanca e infelice, cercando nel sonno il rifugio tanto desiderato c’era quel sesso imposto, senza amore, veloce, senza una parola. Poi lui si addormentava subito, lei si girava verso il muro e piangeva. Come era potuto accadere che la sua vita fosse diventata così. Aveva conosciuto suo marito a ventidue anni, lui era gentile, le faceva la corte, le parlava del suo lavoro di autista, e lei lo aveva amato subito e dopo pochi mesi lo aveva sposato. Avevano affittato una casetta in periferia con un piccolo giardino e lei vi coltivava fiori di tutti i colori. Puliva e lavava, cucinava e lo aspettava; a lui piaceva trovare tutto in ordine e mangiare bene. Improvvisamente suo marito iniziò a criticare come cucinava, c’era troppo sale, poco olio, la pasta era scotta o cruda, la carne dura. Era difficile mantenere la calma e un giorno disse che non avrebbe più cucinato; lui le mollò uno schiaffo così forte che lei perse l’equilibrio e cadde. Dopo si era pentito, aveva chiesto scusa e aveva mangiato tutto. Lucia non riusciva più a guardarlo in viso, divenne insicura, quando doveva mettere il sale nei cibi o il pepe, o l’olio nell’insalata le tremavano le mani. Il terrore di sbagliare la paralizzava e lui diventava più esigente. La maglietta non era lavata bene, il pantalone non era stirato, le lenzuola non erano lisce…. Lucia si chiudeva in se stessa, non riusciva a parlare con nessuno di quello che le succedeva, non parlava quasi più; e allora lui cominciò a prenderla in giro: «Sei diventata muta oltre che scema, non sai fare niente, mi sono preso una donna inutile».

Intanto passavano gli anni e lei non restava incinta ed ecco un altro motivo per offenderla, per rinfacciarle ogni giorno che lei non riusciva in niente, nemmeno a dargli un figlio. Di nascosto Lucia parlò alla madre e si fece accompagnare a fare dei controlli clinici. Non risultò alcuna patologia e le consigliarono di fare controllare anche il marito. Quando finalmente trovò il coraggio di dirglielo lui la picchiò, pugni e calci. Non riuscì a uscire di casa per dieci giorni e lentamente cominciò a odiarlo e a desiderare che morisse. La sua vita era diventata una prigione e lui aveva le chiavi di quella prigione. Doveva ucciderlo. Cominciò a pensare a come fare, a dove andare dopo, si ricordò di avere dei parenti in Germania e cominciò a nascondere un po’ di soldi in un posto sicuro. Ogni settimana metteva via qualcosa, poco alla volta perché lui non lo notasse e nel frattempo studiava la lama dei suoi coltelli da cucina. Doveva ucciderlo nel sonno, lui era molto più forte e non ci sarebbe riuscita se si svegliava, doveva essere prudente e accorta, essere docile nell’amore e approfittare del sonno che lo coglieva subito dopo. Sapeva a memoria gli orari dell’autobus che l’avrebbe portata all’aeroporto e da lì avrebbe preso il primo aereo per la Germania. Finalmente decise di agire quella sera. Per tutta la cena non alzò gli occhi dal piatto, non disse una parola, poi lui guardò un film e lei pulì la cucina, poi andò in bagno e si lavò, pensava al coltello che aveva scelto, alla lama affilata e si impose di stare calma, di non tremare. Poi lui si alzò, spense la tv, e andò a letto. Era contento di trovarla profumata e pulita, fu quasi dolce nell’amore e poi si addormentò subito. Lucia si alzò piano piano, si lavò, si vestì e poi andò in cucina. Tremava quando afferrò il coltello e il cuore le batteva così forte da rimbombarle nella testa. Si avvicinò a lui e lo vide dormire sereno, alzò il coltello, sudava, tremava, lo guardava e le sembrava di non poter respirare, la vista le si annebbiò e si rese conto di non poterlo fare. Poteva scappare senza ucciderlo, non poteva iniziare una nuova vita con un omicidio, ce l’avrebbe fatta lo stesso. Sapeva che lui l’avrebbe cercata con rabbia e sete di vendetta per l’umiliazione subita, ma sapeva pure che lei ce l’avrebbe fatta; voleva tornare a vivere con tutta se stessa, tornare a pensare, a desiderare, a decidere, a sorridere, ad amare. Uscì di casa piano piano, fece la strada fino alla fermata dell’autobus sentendosi leggera, consapevole che presto avrebbe ricominciato a volare.

Questa è una delle tante donne forti che ho conosciuto.

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Articolo di Vincenza Russotto

Medica ginecologa in pensione. Ha conosciuto e apprezzato tante donne, e di loro ama scrivere.

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