«Donald Trump ha un obiettivo: restituire all’America il lustro del passato liberandola da vincoli e costi determinati dall’impero informale che quest’ultima ha costruito all’indomani della seconda guerra mondiale. Non più unica superpotenza, ma nazione a vocazione imperiale con un limes circoscritto al Nord America, comprendente Groenlandia e Canada. Con l’Europa sempre in posizione subordinata, ma carica di maggiori responsabilità. Soprattutto nella gestione della pressione della Russia, con la quale Washington potrebbe trovare una qualche forma di intesa sull’Ucraina per allontanarla dalla Repubblica Popolare Cinese. Così da proporre a Xi Jinping un accordo commerciale da una posizione di forza, partendo dal presupposto che le fragilità interne ad America e Cina scoraggiano entrambe dal farsi la guerra nell’Indo-Pacifico. Almeno nel breve periodo». Inizia così l’interessante approfondimento di Giorgio Cuscito che apre il numero 4/2025 di Limes, un testo fondamentale per capire quello che sta succedendo negli Usa, soprattutto nei rapporti con la Cina. Da leggere insieme a quello di Federico Petroni, A caccia di terre, che ci presenta un’America carente di materie prime, in corsa per averne il controllo. Per tre motivi, secondo il consigliere scientifico di Limes: svincolarsi dalla dipendenza dalla Cina, che ha il monopolio di una gran quantità di minerali; stanziare risorse per un’industria bellica che da trent’anni non si prepara alla guerra di massa; vincere la corsa all’Ai; occupare lo Spazio. Anche se la corsa al cosmo promette di sfruttare le risorse minerarie dei corpi celesti, l’America deve ottenere assolutamente le materie prime (obiettivo dichiarato da Trump “emergenza nazionale”), rinnovando le sue mire espansionistiche con il continentalismo, annettendo Canada e Groenlandia per dominare il Nordamerica e creando nuove colonie, come era già nei progetti del neoliberismo, oggi abbracciati in toto dai magnati tecnologici americani, quelli che De Ruvo chiama Tecnovassalli. «L’idea è ritagliare territori da paesi terzi, sottrarli alla sovranità statuale e fondare comunità governate come aziende, con contratti al posto dei diritti e dove sperimentare le ultime innovazioni tecnologiche» scrive Petroni. Qualcosa che non si riteneva possibile nel regno della democrazia e che a chi scrive ricorda tanto l’epoca italiana delle corporazioni dei mercanti, che si scrivevano le proprie “leggi” o Statuti e avevano i propri tribunali. Un modo di riaffermare il potere di una classe sociale che però, nel caso americano, è composta da pochi oligarchi che ritengono di aver capito dove devono andare l’economia e gli affari. Sullo strapotere della classe mercantile che arriva fino ai nostri giorni è fondamentale il manuale di diritto commerciale di Francesco Galgano, di cui consiglio la lettura. L’articolo di Petroni è ricco di informazioni preziose su come l’America si sta muovendo a caccia di terre, non solo rare, al tempo della deglobalizzazione.

Oceano cosmo è una delle felici invenzioni di parole a cui ci ha abituato la rivista diretta da Lucio Caracciolo e ce ne spiega bene il significato proprio Cuscito: «Le rotte marittime fungono da diramazioni di un unico sistema circolatorio dell’Oceano Mondo, consentendo il fluire di commerci, traffico Internet ed energia. Il controllo delle orbite basse attorno alla Terra è condizione necessaria per dominare le onde. Ciò lega la contesa per l’Oceano Mondo a quella per il largamente inesplorato Oceano Cosmo». Oggi la contesa in questi campi è proprio tra Usa e Cina e l’America trema per la paura del superamento. DeepSeek, il sistema di intelligenza artificiale creato dalla Cina, è stato definito «momento Sputnik» da Mark Andreessen, fondatore di Netscape, con riferimento al fatto che apparentemente con questo sistema la Cina è riuscita a raggiungere gli stessi risultati degli statunitensi utilizzando microchip di qualità inferiore e a costi minori. Chi domina l’Oceano cosmo domina l’oceano mondo, recita significativamente il titolo dell’articolo di Cuscito.

Questo numero della rivista è densissimo di approfondimenti utili a capire in quale direzione sta andando il mondo, una direzione che non avremmo mai immaginato, noi fortunate e fortunati cresciuti nel secondo dopoguerra con l’illusione che quanto era scritto nella Costituzione e nelle Dichiarazioni e Convenzioni sui diritti umani sarebbe stato gradualmente realizzato.
Da segnalare il contributo di Marco Florissi e Giancarlo La Rocca Un mare di spazio che approfondisce i legami tra dominio spaziale e marittimo, i quali hanno assunto un’importanza crescente insieme ai colli di bottiglia, i choke points, «i passaggi vincolati, come gli stretti e le vie strategiche, il cui controllo può favorire o ostacolare il flusso del commercio e delle forze militari», così come, nel dominio spaziale, i nodi strategici. Un altro articolo notevole è quello di Marcello Spagnulo Dalla Luna a Marte la partita del secolo si gioca nell’oceano cosmo, un gioco nel quale l’Ue sembra in forte ritardo.

Un altro approfondimento notevole è quello di Giuseppe De Ruvo Il Piano dei Tecnovassalli, ultimi mistici dell’Occidente su cui mi soffermerò. Il saggio ha il pregio di approfondire il pensiero e le figure di molti imprenditori alla corte di Trump superando l’atteggiamento di indignazione che anima i nostri talk show e cercando di «mettere le mani nel fango, sporcandocele e rischiando di rimanere intrappolati (e intrappolate n.d.r.) nelle sabbie mobili». Da buon filosofo, fa sua una frase di Hegel: «L’andare avanti è un tornare indietro» e ripercorre l’era dei tecnocrati del Novecento in America, che solo a uno sguardo superficiale può presentare delle analogie con quanto sta facendo oggi Trump. Tuttavia il piano di quelli che De Ruvo chiama Tecnovassalli è pienamente geopolitico e costruito intorno a una strategia definita: mantenere il primato tecnologico nei confronti della Cina attraverso lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie connesse, come armi autonome e droni intelligenti. L’Ai, ci ricorda De Ruvo, si basa su enormi infrastrutture fisiche, che spaziano dai data center (il cui numero è in costante crescita) alle fabbriche in cui produrre manufatti su larga scala, siano essi i droni di Anduril (Palmer Luckey) o i razzi di SpaceX (Musk). Le società dell’immateriale e della conoscenza in cui ci siamo cullate/i per anni sono superate perché, citando Mark Andreessen, fondatore di Netscape, «è tempo di costruire!», come fecero i Padri fondatori, abituati alla fatica e a produrre beni materiali. Dal punto di vista dei Tecnovassalli il governo federale non è in grado di fare ciò che loro sanno fare. Quelli che De Ruvo non vuole chiamare tecnoligarchi o tecnodestra sono più avanti e soprattutto molto più veloci dello Stato, da cui non devono aspettarsi nulla perché sono destinati a guidare il processo di innovazione sulla base di una nuova configurazione del legame tra Stato e società civile, «che si sviluppa sulla base di rapporti personali e transazionali, legittimati dall’acquisizione di privilegi e da pratiche di riconoscimento». De Ruvo sceglie di chiamarli Tecnovassalli perché sono legati al sovrano Trump da transazioni e giuramenti tra uomini d’onore, in cui conta più una stretta di mano che una legge ad personam. La loro è una battaglia culturale che non prevede l’ethos democratico. Vincere la competizione con la Cina è l’obiettivo, illustrato in cinque punti, che suggerisco di leggere attentamente per capire la cosiddetta “rivoluzione americana”. Mentre la Cina avanza lentamente, sviluppando modelli di Ai paragonabili in tutto e per tutto a quelli americani, i Tecnovassalli, che usano una retorica mistica e messianica per evocare il nemico e chiamare alle armi, litigano tra loro e si dividono. «Mentre l’avversario gongola».

Del fondatore di Amazon si occupa il saggio di Alessandro Aresu dal titolo Bezos si allena per superare Musk, che racconta l’impresa di Blue Origin in contrapposizione con Starlink di Musk.
La curiosità che spero di aver suscitato sui Tecnovassalli può essere ulteriormente soddisfatta attraverso un bellissimo Podcast di Limes con la voce di Giuseppe De Ruvo, Elon Musk, andata e ritorno, che può servire anche a capire qualcosa di più della lite con Trump.
(continua)
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
