Avevo sei anni e vivevo nel mio paese d’origine nel sud Italia. La mia era una famiglia qualunque: un padre, una madre, io e mio fratello minore. Eravamo apparentemente una famiglia normale, ma non perfetta come la si potrebbe immaginare, perché si sa la perfezione non esiste in nessun ambito. Eppure la mia era una di quelle famiglie in cui i genitori durante conversazioni con amici e amiche, colleghi e colleghe, parenti e insegnanti hanno sempre ritenuto necessario specificare quanto loro si ritenessero “genitori moderni” rispetto a quelli che erano stati i miei nonni e nonne con loro. Questo modo di definirsi, fin da bambina, non mi aveva mai convinto.
Avevo sei anni quando ho incominciato a fare le faccende di casa: mia madre li chiamava ancora i «servizi giornalieri». Mi alzavo al mattino, preparavo la colazione per me e mio fratello, lavavo le stoviglie, rassettavo i letti e spolveravo i mobili. Avevo sei anni e già badavo a mio fratello di due. Ero una piccola mamma che gestiva la sua casa e il suo figlioletto. Questa situazione non mi pesava, io la vivevo come un gioco: era un mondo parallelo in cui ero già adulta. Negli anni successivi le faccende sono aumentate; uscivo perfino da sola per andare a fare la spesa, facevo il bucato e mi occupavo anche di annaffiare le piante. Pensavo: «Adesso sono più forte, riesco perfino a sorreggere l’annaffiatoio». Mio fratello mi aiutava in tutto, gli avevo insegnato molte cose: anche lui sapeva spolverare, rassettare i letti, divideva il bucato per colori. Era diventato il nostro gioco, non era più solo il mio. Un giorno, però, dopo pranzo, mentre aiutavo mia madre a sparecchiare il tavolo, mio fratello istintivamente prese l’aspirapolvere e cominciò a pulire il pavimento. Si divertiva sempre a usarlo, per lui era come essere il pilota di un’auto da corsa che, invece delle curve, doveva evitare gli angoli dei mobili. Era divertente per lui, fin quando mio padre non lo vide e lo fermò dicendogli: «Lascia perdere queste cose, sono cose da donna, deve impararle tua sorella, non tu!». È stata la prima volta nella mia vita in cui ho provato il senso di ingiustizia sulla mia pelle, in cui ho avvertito che esisteva una differenza di ruolo tra me, in quanto femmina e mio fratello, in quanto maschio. Mio padre con quelle parole aveva rotto la magia di quel gioco che da nostro era tornato ad essere solo mio, anche se io, oramai, non volevo giocare più da sola.
La differenza di genere inizia proprio nello spazio racchiuso tra le quattro mura che chiamiamo casa. Le radici del patriarcato sono le stesse da cui è sorta la nostra famiglia: legami, valori, credenze, atteggiamenti, relazioni, ruoli e miti familiari sono linfa vitale per quelle radici. La violenza di genere colpisce tutti: noi donne siamo le vittime dirette, le martiri visibili, ma anche gli uomini sono stati danneggiati e influenzati dai falsi miti della forza e della virilità che non permettono loro di essere veramente se stessi, di esprimere liberamente i loro bisogni emotivi e le loro vulnerabilità. Il femminismo esorta da anni noi donne a uscire sotto la luce del sole, sostenendoci nella lotta per i nostri diritti. Ci ha insegnato soprattutto ad aprire gli occhi, a vedere le nostre capacità e a essere noi stesse sempre, in ogni ambito della vita. Bisogna ampliare questo spazio di riflessione anche al genere maschile, perché se è vero che la donna viene messa ancora oggi in una condizione di disparità rispetto all’uomo, in famiglia e sul lavoro, è altrettanto vero che dagli uomini, fin da bambini, si pretende che siano virili e performanti a un livello irraggiungibile. Se siamo noi ragazze a doverci “difendere” dalla violenza di genere, i ragazzi devono tutelarsi da un modello fondato sulla forza e sull’affermazione di sé attraverso la propria invincibilità mentale e fisica. Il femminismo può e deve essere uno strumento di supporto anche per loro.
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Articolo di Anella Ruggiero

Dopo un breve periodo all’estero, in Irlanda, mi sono laureata in Lettere moderne presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi dal titolo Contributi letterari femminili sulla Resistenza italiana. Attualmente frequento il corso di Filologia moderna presso la stessa università. Mi piace molto viaggiare e leggere, soprattutto narrativa e libri di psicologia e amo stare a contatto con la natura e con gli animali.
