Se si trattasse di un’etichetta per vini, il marchio Dop sarebbe un riconoscimento di qualità indiscussa e di apprezzabilità e allora io e lei staremmo qui a raccontarcela e a farci quattro risate in compagnia. Ma questa mamma con la voce che trema e l’aria stanca mi sta parlando del funzionamento di suo figlio e né io né lei abbiamo nessuna voglia di riderci sopra. Al massimo possiamo cercare di sdrammatizzare la narrazione di quella che a tutti gli effetti sembra una storia dell’orrore e che invece è solo il racconto della quotidianità di Lorenzo a scuola.
Nelle diagnosi che arrivano alle segreterie didattiche dalle Uonpia (Unità operative di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza), la sigla Dop identifica il Disturbo oppositivo provocatorio, uno stramaledetto disturbo della condotta tra i più difficili da gestire per noi educatori ed educatrici. Figurarsi per un genitore, che magari non ha nessuna formazione specifica nell’ambito delle strategie di contenimento dei comportamenti-problema. C’è da mettersi a piangere.
Bambine e bambini, ragazze e ragazzi cui viene diagnosticato un Disturbo oppositivo provocatorio manifestano costanti comportamenti di sfida, opposizione e disobbedienza. In una parola, sono perennemente arrabbiati e cercano lo scontro con ogni pretesto. Le figure che rappresentano l’autorità, in particolare, così come le regole o le norme di buona condotta, diventano il bersaglio privilegiato dei loro rifiuti, delle sfide, degli attacchi senza sconti. Ad averceli attorno, ti viene solo voglia di sfoderare senza pensarci troppo il caro buon vecchio calcio nel sedere, se non fosse che farti saltare i nervi è esattamente quello che vogliono. Il che pone chi si rapporta a loro in una posizione di perenne sconfitta: perde se non punisce e non contiene, ma perde anche se lo fa.
Come vampiri assetati di sangue, questi ragazzi e queste ragazze non mollano mai su niente, ti sfiniscono a suon di provocazioni e dinieghi, trasformano ogni contesto in un campo di battaglia, non danno tregua, ti azzannano al collo appena intravedono uno spiraglio di apertura, un minimo segnale di cedimento. Lorenzo, per esempio, soltanto nell’ultima settimana ha:
fumato di nascosto nei bagni della scuola;
mandato a quel paese in più occasioni personale ausiliario e docenti con parole e improperi che nemmeno nei film di Boldi e De Sica;
preso a calci le macchinette distributrici delle merendine;
divelto una tapparella della classe;
collezionato una dozzina di note disciplinari per utilizzo non autorizzato del cellulare;
bullizzato in più occasioni un compagno con disabilità;
bestemmiato durante l’ora di religione e sputato sulle scale del primo piano.
Un bel talento per uno che a scuola ci viene a intermittenza. Mentre la Vicepreside spiega alla mamma che su alcuni episodi chiudiamo tutti un occhio, ma che alcune regole non possono in alcun modo essere negoziate, la signora annuisce tristemente, arrendendosi all’evidenza dei fatti. «In realtà anche a casa è così» — dice — «Noi siamo distrutti, non sappiamo più cosa fare. Mai un grazie, mai un sorriso. Abbiamo paura che si metta seriamente nei guai prima o poi. Ma che cosa dobbiamo fare, più che volergli bene e cercare di dialogare con lui?». È una resa incondizionata. Una richiesta d’aiuto, il grido disperato di un cuore gonfio di paura e preoccupazione.
Dalla psicologa ci va, ma sono processi lunghi. E nel frattempo lui vuol lasciare la scuola, odia la sua vita e tutti quelli che gli girano attorno». Il quadro è desolante, le nostre gole asciutte e le teste vuote. Cosa si dice a un genitore che ti affida un vissuto del genere? Che faccia si fa davanti ai suoi occhi lucidi? Quali argomenti si possono portare per tentare di alleviare l’immensa fatica emotiva che manifesta chi si ha davanti?
«Non molliamo, signora. Non possiamo, la posta in palio è troppo grande. Qui c’è in ballo il presente e il futuro di Lorenzo. Non sentitevi soli, ci siamo qui anche noi per lui. Magari con i nostri limiti e le nostre goffaggini, ma ci siamo. Ci arrabbiamo, certo, lo sgridiamo, lo puniamo se serve, ma ogni mattina lo accogliamo nella nostra scuola, nella sua classe, pronti a ricominciare da capo. E tutto quello che vostro figlio vorrà portare a casa di buono dal tempo che passa con noi sarà un gradino in più sulla scala della sua crescita. Il futuro è ancora lì, non è scappato da nessuna parte. Dobbiamo solo fare in modo che Lorenzo abbia voglia di coglierlo senza devastarlo, di farlo suo senza distruggerlo prima. Piano piano insegneremo alle sue mani quel poco di delicatezza che occorre per afferrare qualcosa senza ferirla o danneggiarla. Imparerà, vedrà. Prima con le cose e poi con i cuori delle altre persone, compresi i vostri, mamma e papà. Metta via il fazzoletto, signora. Non siete soli in questa sfida. Non lo siete mai stati».
«Veramente ci siamo sentiti dire che siamo stati dei pessimi genitori» chiosa la mamma, lanciando uno sguardo torvo al Dirigente, che fino a quel momento se n’è rimasto in disparte ad ascoltare. «Ha ragione, signora, le chiedo scusa. Ho avuto un’uscita infelice».
Al momento non capisco nulla di questo scambio, sarà poi la collega Vicepreside a spiegarmi che in occasione del consiglio straordinario in cui Lorenzo è stato sospeso, il Preside è scivolato su una frase del tipo «Se il ragazzo si comporta così, è perché in famiglia glielo lasciate fare».
Non è vero, naturalmente. Con il Dop di mezzo, non c’è educazione che tenga. Neppure Maria Montessori in persona saprebbe contenere i ragazzi e le ragazze come Lorenzo. È tutto un gioco di accompagnamento, equilibri, soprattutto resistenza, ricerca di significati. Amare chi fa di tutto per sfinirti, chi quel sentimento lo mette alla prova ogni singolo istante è la cosa più complicata del mondo. Solo chi ci prova a lungo sa davvero cosa significhi. Il Dirigente lo ha capito e, con grande correttezza e umiltà, sta chiedendo scusa per una leggerezza che, lo sappiamo tutti benissimo in questa stanza, è probabilmente la stessa che ha attraversato la testa delle/dei colleghi che hanno accompagnato la delibera di sospensione con commenti a dir poco superficiali. Giudicare da fuori è la cosa più facile del mondo. E di per sé non è una cosa scorretta o sbagliata. A condizione che lo si faccia avendo avuto cura di informarsi bene. Giudicare sulla base della non conoscenza, del pregiudizio e del sentito dire, è semplicemente stupido e rischia spesso di diventare un’arma crudele ai danni di terzi. Noi insegnanti dovremmo ricordarcelo sempre. A maggior ragione quando ci troviamo di fronte a famiglie che hanno al proprio interno una qualche forma di fragilità.
«Lorenzo non ha nessun disturbo, è solo un ragazzo viziato e maleducato che si nasconde dietro una diagnosi» mi ha detto un giorno una collega, scuotendo la testa. Con quale competenza, non è dato sapere. Sai che cosa avrei dovuto risponderti, cara collega? Che allora nemmeno tu sei un’insegnante, tanto meno un’educatrice. Sei solo una donna superficiale e arrogante, che si nasconde dietro un titolo di studio.
Le pagine di questa rubrica raccolgono testimonianze di insegnanti di sostegno che hanno scelto di condividere con noi qualche riflessione sul loro lavoro e qualche episodio particolarmente emblematico del mondo dell’inclusione fuori e dentro la scuola. La Redazione ringrazia tutte/i coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione, prestando la loro voce a Vitamine vaganti.
In copertina: foto di Christian Tasso, tratta dal libro Nessuno escluso, edito da Contrasto, novembre 2020 (particolare).
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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, già docente di filosofia/scienze umane e consigliera di parità provinciale, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti.
