Sotto Roma. La città stratificata 

È arrivato il momento di parlare della città in cui sono nata e abito: Roma. Fin da piccola mi è stato raccontato che è stata costruita su sette colli, quelli che se provi a elencarli te ne manca sempre almeno uno, come per i sette nani e i sette Re di Roma. Oltre a Palatino, Aventino, Celio, Capitolino (o Campidoglio), Esquilino, Viminale, il complesso assetto geologico di Roma comprende molto altro, una storia affascinante che inizia ben prima dei suoi colli e che continua a influenzare la vita della città ancora oggi. Viene spesso citata la frase scritta da Tito Livio nel suo Ab Urbe Condita, «Non senza una ragione gli dèi e gli uomini scelsero questo luogo per fondare la città…» che sottolineava la posizione geografica propizia, e se gli uomini e gli dèi avevano avuto il buon senso di scegliere un luogo adatto, i processi geologici avevano preparato il terreno perfetto per la nascita di una delle civiltà più importanti della storia. Ma Roma non si è fermata al substrato geologico, ha continuato a crescere su sé stessa, creando una stratigrafia costruttiva unica al mondo. 

Stralcio Foglio geologico 374 Roma, da Progetto Carg. Ispra. Semplificando la legenda, in rosa, rosso e arancio i sedimenti vulcanici, in giallo i sedimenti argillosi e sabbiosi plio-pleistocenici, in azzurro le alluvioni recenti del Tevere 

Partiamo da lontano. La storia geologica di Roma affonda le sue radici in un passato remoto, quando l’area dell’attuale Campagna Romana era sommersa dalle acque del mare pliocenico. Circa 5 milioni di anni fa, il settore occidentale della catena appenninica iniziò ad assottigliarsi e a sprofondare mentre si formava il Mar Tirreno. In questo antico mare si depositarono le argille azzurre o “Marne Vaticane”, ancora oggi visibili nei dintorni della Città del Vaticano, in Via Gregorio VII e sulle pendici di Monte Mario. 
Questi depositi argillosi, che raggiungono spessori di quasi 800 metri in alcune parti della città, rappresentano il vero e proprio bedrock di Roma, la roccia compatta e non alterata che fa da basamento per le altre formazioni rocciose. Queste argille sono formate da sedimenti che passano da quelli finissimi, ai più grossolani tipo sabbie, testimoniando il progressivo spostamento della linea di costa e la diminuzione della profondità del mare. Le argille azzurre rappresentano il substrato impermeabile su cui poggia tutta la città. 

Planimetria dei Sette Colli da Cassius Ahenobarbus Wikipedia 

La vera rivoluzione geologica dell’area romana, però, iniziò nel Pleistocene medio, quando si formarono due grandi gruppi di vulcani (distretti vulcanici): i Monti Sabatini a nord-ovest e i Colli Albani a sud-est. L’attività di questi vulcani ha letteralmente scolpito il paesaggio romano che conosciamo oggi. 
Il Vulcano Sabatino iniziò la sua attività circa 600.000 anni fa con eruzioni di tipo pliniano estremamente esplosive. I depositi di questa fase, costituiti dal tufo giallo della Via Tiberina, mostrano spessori di 50-70 metri e vengono ancora oggi estratti per l’edilizia. La quantità di materiale vulcanico emesso fu così elevata che colmò la valle dell’antico Tevere, costringendo il fiume a spostarsi verso est del Monte Soratte. 
Il Vulcano Laziale dei Colli Albani, con i suoi 600.000 anni di attività, ha eruttato circa 297 km³ di materiale vulcanico, il 90% del quale nella prima fase eruttiva. Questo complesso vulcanico è formato da tre edifici parzialmente sovrapposti: il Vulcano Laziale più antico, lo stratovulcano Tuscolano-Artemisio e il cono delle Faete. 

Tipi di tufo da https://www.tufitalia.it/ 

Il tufo vulcanico non è solo il materiale su cui Roma fu costruita, ma anche quello con cui Roma fu costruita. La sua leggerezza e facilità di lavorazione lo resero il materiale ideale per le costruzioni. 
L’erosione operata dalle piogge e dai corsi d’acqua sui terreni vulcanici appena formati creò le caratteristiche valli che oggi attraversano il centro della città. Vie famose come Via Cavour e Via Nazionale sono tracciate proprio nelle valli scavate dai corsi d’acqua che dai colli scendevano verso il Tevere. Proprio da questi equilibri dinamici tra eruzioni vulcaniche e attività di erosione e deposizione alluvionale si formarono i famosi sette colli. 

Uno degli aspetti più straordinari della geologia urbana di Roma è rappresentato dalla stratificazione costruttiva che si è accumulata nei secoli. In particolare, tra la fine dell’XI secolo e la metà del XII secolo, Roma fu interessata da una delle più importanti trasformazioni urbanistiche della sua storia post-antica: un sistematico innalzamento dei livelli di calpestio di 3-4 metri. Questa operazione, probabilmente promossa da papa Pasquale II (1099-1118), aveva lo scopo di migliorare la viabilità cittadina ingombra da crolli e di proteggere l’edificato dalle frequenti inondazioni del Tevere. L’intervento consistette in un massiccio riporto di terreno che interessò larghi settori dell’abitato cittadino, cambiando per sempre la morfologia urbana di Roma medievale. 
I terreni di riporto antropici coprono quasi ininterrottamente tutti i settori urbanizzati della città. Questi depositi, accumulatisi nel corso di oltre due millenni di storia urbana, raggiungono spessori eccezionali:  

  • Centro storico: 3-8 metri in media, con punte di 15 metri in alcune zone; 
  • Aree archeologiche: fino a 20 metri di spessore; 
  • Periferia urbana: mediamente 4-5 metri; 
  • Aree di bonifica: fino a 30 metri. 

La coltre di riporto è costituita da materiali eterogenei: in una matrice sabbioso-limosa si trovano ciottolami, pezzame tufaceo, frammenti di anfore, mattoni e manufatti di varie epoche storiche. Questo palinsesto geologico-archeologico rappresenta una vera e propria stratigrafia della storia urbana di Roma. 

Monte Testaccio da Sovraintendenza capitolina

 Il Monte Testaccio, popolarmente noto come Monte dei Cocci, è l’esempio più spettacolare di come l’attività umana possa creare nuove morfologie geologiche. Questa collina artificiale, alta 54 metri e con una circonferenza di circa 1 chilometro, è interamente formata da oltre 53 milioni di anfore romane frantumate. Il monte tra il periodo augusteo e la metà del III secolo d.C. era una discarica del vicino porto fluviale dell’Emporium. Le anfore olearie, prevalentemente provenienti dalla Betica (attuale Andalusia), non potevano essere riutilizzate a causa della rapida alterazione dei residui di olio. I frammenti venivano sistematicamente accatastati con calce per eliminare gli odori, creando un deposito che rappresenta oggi una fonte documentaria unica sull’economia dell’Impero Romano. 
La stratificazione del Monte Testaccio mostra una organizzazione razionale dello smaltimento: i cocci erano disposti con la massima economia di spazio, utilizzando rampe carrabili per raggiungere le quote più elevate. Questo sistema di gestione dei rifiuti, straordinariamente moderno per l’epoca, testimonia il livello di organizzazione logistica raggiunto dall’amministrazione romana. 

Un altro esempio significativo di trasformazione antropica del territorio è rappresentato dalla bonifica dell’Esquilino sotto Augusto. L’intera area, famosa per essere disseminata di fosse comuni con cadaveri di schiavi e criminali, venne completamente bonificata e ricoperta con almeno 7 metri di terriccio. Questo tipo di intervento era comune nell’antica Roma per bonificare aree cimiteriali poste al di fuori delle mura serviane. Anche gli Horti Liciniani furono realizzati sopra metri di terreno portato per ricoprire le tombe poste tra la via Labicana e la Collatina. 
Le tecniche costruttive medievali mostrano un’interessante continuità con l’antichità: molte torri incorporano materiali di spoglio provenienti da edifici romani, creando un caratteristico stile decorativo che utilizzava colonne, capitelli e fregi antichi. Questo “riuso creativo” dell’antico caratterizza edifici come la Casa dei Crescenzi e la Torre dei Margani. 

Casa dei Crescenzi 

La stratificazione complessa di Roma ha importanti implicazioni per la sicurezza sismica della città. La microzonazione sismica ha rivelato che la spessa coltre di depositi antropici (fino a 20 metri) modifica significativamente la risposta del terreno alle sollecitazioni sismiche. Questa situazione richiede valutazioni specifiche per ogni area della città, considerando sia il substrato geologico che la stratificazione antropica sovrastante. 
I terreni di riporto, pur rappresentando una straordinaria testimonianza storica, pongono problemi di stabilità geomorfologica. La loro natura eterogenea e la variabilità delle caratteristiche geotecniche richiedono particolare attenzione nella progettazione di nuove infrastrutture. La metropolitana Linea C, ad esempio, ha dovuto affrontare la sfida di attraversare questa complessa stratificazione senza danneggiare il patrimonio archeologico. 

Le alluvioni del Tevere a Santa Maria sopra Minerva 

La geologia di Roma non è solo storia passata, ma continua a evolversi. I Colli Albani sono considerati un vulcano quiescente che mantiene una discreta attività con emissioni gassose, deformazioni del terreno e frequenti scosse sismiche. Anche i Monti Sabatini, con la loro ultima attività eruttiva avvenuta circa 70.000 anni fa, sono classificati come dormienti piuttosto che spenti. 
L’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) monitora costantemente entrambi i distretti vulcanici, studiando la deformazione del suolo con tecniche di telerilevamento satellitare e analizzando la sismicità locale. Questo monitoraggio è fondamentale per la sicurezza dei milioni di abitanti della capitale e dei Castelli Romani. 
La geologia di Roma rivela come la città abbia assunto l’aspetto attuale sia per i processi naturali, sia per quelli antropici. La posizione strategica sul Tevere, la disponibilità di materiali da costruzione come tufo e travertino, la fertilità dei suoli vulcanici e la conformazione difensiva dei colli hanno reso Roma un sito unico al mondo. A questi fattori naturali si è aggiunta l’opera incessante dell’uomo, che ha trasformato il paesaggio creando nuove morfologie come il Monte Testaccio e modificando i livelli di calpestio con imponenti opere di riporto. 

La geologia di Roma non è quindi solo passato, ma anche presente e futuro: ogni giorno la città continua a crescere su sé stessa, aggiungendo nuovi strati a una stratificazione che non ha eguali al mondo. La conoscenza di questa complessa geologia urbana non è solo un esercizio accademico, ma uno strumento fondamentale per comprendere il territorio, pianificare lo sviluppo urbano e gestire i rischi naturali. 

In copertina: Colli Albani. 

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Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.

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